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Roberta De Horatis. Hic et nunc 
L’infanzia, il gioco e l’amore ai tempi del “muro”
Paolo che gioca e chiacchiera con Alice, sua coetanea e fidanzatina
Paolo che gioca e chiacchiera con Alice, sua coetanea e fidanzatina 
28 Marzo 2020
 

Nessuna azione educativa può prescindere dal “qui e ora”!

 

 

In questi giorni, da insegnante della Scuola dell’Infanzia, ho sentito non solo il dovere civico ma anche e soprattutto quello morale di stare accanto ai miei piccoli alunni. I mezzi di informazione quotidianamente ci informano del dramma che sta vivendo il mondo e in questo dramma improvvisamente come da un battito di ali o dallo scuotere di una bacchetta magica sono stai coinvolti i bambini. Quei bambini che non interessano a nessuna, nessuna testata giornalistica ne parla, tantomeno programmi tv, ma che, qui e ora, hanno piena consapevolezza del vissuto che li ha travolti. Bambini dei quali tutto il mondo tace.

Bambini, futuri uomini e donne di domani e dei quali nessuno avrà lasciato traccia della loro memoria storica pertinente al dramma che vivono. Quei bambini che abbiamo cresciuto a suon di routine, ai quali abbiamo detto che era importante andare a scuola, nel pomeriggio nuoto, teatro, danza e anche se così piccoli potenziamento della lingua inglese. Tutto come un orologio che scandiva il tempo, inesorabilmente in maniera perfetta e senza esitazioni, per arrivare poi alla sera con il fiato sospeso. Chi più di noi, Insegnanti della Scuola dell’Infanzia può dare voce a questi bambini? Noi che non abbiamo l’obbligo di una valutazione; e pertanto anche di noi Insegnanti della Scuola dell’Infanzia nessuno parla.

È possibile che ci paghino per stare a casa senza far nulla? È giusto? Quando ci sono medici che dovrebbero salvare vite e sono i primi a morire? Quale scopo ha allora il ruolo di una Insegnante della Scuola dell’Infanzia nella normalità dei tempi? Riempire il tempo dei bambini, intrattenendoli come fossimo giullari isterici quando i loro genitori sono a lavoro?

È indiscutibile, l’importanza del rapporto in presenza con i propri alunni, l’accoglienza degli stati d’animo attraverso un abbraccio non ha valore ma ora non ha alcun senso osservare con le stesse lenti di prima, vorrebbe dire mortificare il sacrificio di molti. Per questo motivo non ho alcun problema a dire che SÌ, il mio numero di cellulare è nelle mani di 25 famiglie e insieme ai loro bambini stiamo costruendo percorsi didattici alternativi, sperimentali, per cui, rimanendo sempre aderenti al qui e ora, la Festa del Papà diviene occasione per chiedere di inviarmi bellissimi ritratti dei loro papà e raccontarmi timidamente che questo virus anche se cattivo li fa stare a giocare tanto tempo con mamma e papà… Così partiamo da qui per costruire storie emozionali, di logica, percorsi d’arte; come quando qualche giorno fa ho inviato a loro delle immagini con i quadri di G. Arcimboldo e gli ho chiesto di improvvisarsi artisti, utilizzando le provviste alimentari che avevano in casa.

È così che mi sento raccontare quanto è stata dura fare la spesa… “Maestra non mancano le cose, ma papà mi diceva che ti devi mettere mascherina e guanti e non toccare nessuno perché altrimenti il mostro ti attacca”.

Si perché, noi a questo Mostro gli abbiamo dato un nome e abbiamo inventato una storia “La Corona di Virus”.

Sono decenni che ci troviamo continuamente ad affrontare la necessità di calare ad hoc nella nostra quotidianità: metodi, progettualità, tempistiche, urgenze di qualsiasi natura con lo scopo di trovare soluzioni fattibili ed efficaci per il bene dei nostri piccoli alunni e delle loro famiglie.

Così, anche con i pochi mezzi che abbiamo possiamo fare la differenza… proprio in questo momento così difficile della nostra vita, noi comunità educante, ci troviamo a servirci di quello che ora può essere un fedele alleato per sentirci più vicini: la tecnologia. La tecnologia che fino a qualche tempo fa ci trovavamo a combattere, quella che toglieva ai nostri bambini la possibilità di fantasticare e non solo.

Oggi proprio grazie ad una tastiera e ad uno schermo riusciamo, qui e ora, a parlare con i nostri piccoli alunni.

A raccontarci e a costruire insieme storie fantastiche. Storie che permettono ai bambini di dare voce e corpo alla loro creatività, di esprimere il sentire del momento, di raccontare la gioia di stare insieme alla loro mamma e al loro papà, ma di esprimere anche la malinconia di non poter uscire di casa incontrare e giocare con i compagni.

Storie delle quali i bambini inventano il finale, quel finale che ci auguriamo si concretizzi presto, per poter continuare a sognare vivendo!

E allora permetteteci di raccontarci e di raccontare il vissuto dei bambini e delle loro famiglie!

Perché NOI ci crediamo che ANDRÀ TUTTO BENE.

 

Roberta De Horatis

Insegnante Scuola dell’Infanzia

 

 

Illustrazione di Emma (in allegato)

La banana è la bocca, il biscotto di Samù (il fratellino) è la lingua, i ricciolini della pasta sono i capelli, le mele sono le guance, l’uovo è il naso, i limoni sono gli occhi, le noccioline sono le pupille, i biscotti di Samù sono le ciglia e i manici sono le orecchie”


Foto allegate

Niccolo
Emma
 Adam M.,
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