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Alessandra Borsetti Venier. La Bohème, commentata da Stravinsky a primavera
Mimì 2007, foto ABV
Mimì 2007, foto ABV 
09 Maggio 2007
 

Caro Claudio, ecco in anteprima per te e i lettori di Tellusfolio il testo che ho dedicato alla Bohème e che farà  parte della mia performance offerta a Puccini per la rassegna "Liù, mon amour". L'evento si svolgerà sabato 12 alle 18 presso la Gipsoteca di Pescia (PT). Il testo, come vedi, è una "sceneggiatura per voce alta", infatti ha le didascalie come i testi teatrali. Un esperimento per continuare a giocare anche con l'opera lirica del tuo grande conterraneo...ma è vero che da Vecchiano si vede l'altra sponda del lago dove Puccini ha la villa? ABV

                                

 
La Bohème, commentata da Stravinsky a primavera

Era primavera e mi trovavo a Venezia, verso la metà degli anni Sessanta. Trascorrevo qualche giorno ospite nella zona delle Zattere ai Gesuiti in casa di alcuni amici che se ne erano andati in vacanza. L’altana sul tetto era il posto ideale per portarsi il giradischi e stare a leggere distesa sulle tiepide doghe di legno, con la musica sola per compagna. Mi beavo al sole già caldo per togliermi dal viso un po’ del pallore invernale. Prima di partire mi avevano regalato un 33 giri della Bohème diretta da Antonino Votto e l’Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala con Maria Callas soprano nel ruolo di Mimì e Giuseppe Di Stefano tenore nel ruolo di Rodolfo. Da tre giorni - completamente catturata - non facevo altro che ascoltarlo. Il primo giorno mi ero lasciata andare soltanto alla musica, senza capire bene, come spesso succede, le parole cantate; poi avevo letto il libretto per poter seguire meglio la storia. Quel pomeriggio, finalmente, volevo ascoltare insieme musica e parole.

Accesi il giradischi e cominciai a leggere:

«A Parigi, verso il 1830, nel Quartiere Latino è la vigilia di Natale. È da poco nevicato. Il poeta Rodolfo e l’amico pittore Marcello stanno lavorando nella loro soffitta. I due amici stanno morendo di freddo e decidono di accendere il camino, ma manca la legna. Mentre Marcello lavora al suo quadro “Il passaggio del Mar Rosso” con le dita gelate, Rodolfo decide di sacrificare uno dei suoi voluminosi manoscritti per accendere il fuoco».

 

(girandomi di spalle)

La musica ci è data per mettere un ordine nelle cose…

più invecchio, più mi convinco che La Bohème è un capolavoro…

adoro Puccini, mi sembra sempre più bello…

 

Quelle parole, pronunciate a voce bassa, provenivano da un luogo molto vicino ma i muri ingarbugliati dai gelsomini rampicanti e un lussureggiante glicine mi dividevano dalle altane delle case confinanti. Le parole erano state scandite con una pronuncia e un accento particolare, straniero, ma senza alcuna espressione. Non sembravano rivolte a qualcuno o a me per iniziare un dialogo e, per fortuna! pensai. Non avevo proprio voglia di fare conversazione. Era come se qualcuno stesse riflettendo ad alta voce. Il commento mi tranquillizzò che non davo disturbo, anzi, il vicino sembrava un vero appassionato. Ripresi a leggere:

«Nel frattempo giunge il filosofo Colline che ha cercato invano per un po’ di denaro di impegnare i suoi libri. All’improvviso entrano due garzoni portando cibo e legna per il fuoco. Gli amici si lanciano sulle provviste quando appare il musicista Schaunard mostrando del denaro che ha guadagnato passando tre giorni a servizio di un eccentrico inglese. Tutti bevono in allegria e decidono di andare a cena fuori. Ma la serata viene interrotta dal padrone di casa, Benoît, che è venuto a riscuotere l’affitto. I quattro bohemmiennes lo invitano a entrare e, con grande abilità, lo fanno prima ubriacare e poi raccontare del suo successo con le donne. Quando però egli ammette di essere sposato, i quattro amici fingono di essere scandalizzati dal suo adulterio e lo cacciano via di casa riuscendo così a evitare il pagamento dell’affitto».

 

(girandomi di spalle)

Assolutamente geniale come riesce a esprimere in musica la rappresentazione dello scandalo

la musica cambia totalmente atmosfera, diventa tuonante e aggressiva

 

«Per festeggiare il Natale Marcello, Colline e Schaunard escono per andare in un locale lì vicino, il Cafè Momus, mentre Rodolfo resta qualche minuto in soffitta a finire un articolo per il suo nuovo giornale “Il castoro”. Viene interrotto da qualcuno che bussa timidamente alla porta. Chiede chi è, e una voce di donna gli risponde: “Di grazia, mi si è spento il lume”. È Mimì, una giovane donna vicina di casa. Rodolfo nota subito che è esile ma attraente. La invita a entrare e le riaccende la candela, poi la fa accomodare ma, varcata la soglia, Mimì ha un attimo di debolezza e sviene lasciando cadere il candeliere e la chiave. Allora Rodolfo per farla riavere le spruzza un po’ d’acqua sul viso».

 

(girandomi di spalle)

Ha reso la caduta delle gocce d’acqua con la figura retorica delle quattro note pizzicate dai violini, onomatopeiche…

 

Pensai che evidentemente il mio vicino era un esperto, forse un musicista, chissà!

«Acceso il suo lume Mimì fa per uscire, ma la corrente d’aria glielo rispegne. Tentando di riaccenderlo, Rodolfo spegne furtivamente anche il suo. Ora la stanza è rischiarata soltanto dalla luce della luna. Mimì riappare sull’uscio perché si è accorta di non avere più la chiave della sua stanza. Mentre i due la cercano tastando il pavimento nell’oscurità (Rodolfo in realtà l’ha già trovata e nascosta in tasca) le loro mani si toccano».

 

(girandomi di spalle)

Qui inizia una delle più belle arie dell’opera…

 

«Rodolfo esclama: Che gelida manina, se la lasci riscaldar. Cercar che giova? al buio non si trova. Ma per fortuna è una notte di luna, e qui la luna l’abbiamo vicina. Aspetti, signorina, le dirò con due parole chi sono e che faccio, come vivo. Vuole? Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni e per chimere e per castelli in aria, l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri, gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora, ed i miei sogni usati e i bei sogni miei, tosto si dileguar! Ma il furto non m’accora poiché, poiché v’ha preso stanza la speranza! Or che mi conoscete, parlate voi, deh! Parlate. Chi siete? Vi piaccia dir!».

 

(girandomi di spalle)

Puccini sceglie di accompagnare questo dolcissimo testo solo con i primi e i secondi violini e le viole, gli strumenti più soffici ed eterei dell’orchestra… la musica è delicatissima...

ci sono cose che le parole non possono descrivere... solo l’ascolto può farlo!

 

«Mimì: Sì. Mi chiamano Mimì, ma il mio nome è Lucia. La storia mia è breve: a tela o a seta ricamo in casa e fuori... Son tranquilla e lieta ed è mio svago far gigli e rose. Mi piaccion quelle cose che han sì dolce malìa, che parlano d’amor, di primavere, di sogni e di chimere, quelle cose che han nome poesia... Lei m’intende?

Rodolfo: Sì.

Mimì: Mi chiamano Mimì, il perché non so. Sola, mi fo’ il pranzo da me stessa. Non vado sempre a messa, ma prego assai il Signore. Vivo sola, soletta là in una bianca cameretta: guardo sui tetti e in cielo; ma quando vien lo sgelo il primo sole è mio, il primo bacio dell'aprile è mio! Germoglia in un vaso una rosa... Foglia a foglia la spio! Cosi gentile il profumo d’un fiore! Ma i fior ch’io faccio, ahimé! non hanno odore. Altro di me non le saprei narrare. Sono la sua vicina che la vien fuori d’ora a importunare.

Gli amici chiamano da fuori affinché l’amico esca con loro, ma Rodolfo dalla finestra dice loro di andare intanto e che sarebbe venuto più tardi con una fanciulla. Poi si gira e vede il volto di Mimì illuminato e avvolto dalla luce della luna che esalta la sua fragile bellezza.  Rodolfo la prende tra le braccia e inizia un duetto d’amore».

 

(girandomi di spalle)

E qui si raggiunge la punta più alta del romanticismo…

 

«Rodolfo: O soave fanciulla, o dolce viso di mite circonfuso alba lunar, in te ravviso il sogno ch’io vorrei sempre sognar! Fremon già nell’anima le dolcezze estreme, nel bacio freme amor!

Mimì: Ah! tu sol comandi, amor!... Oh! come dolci scendono le sue lusinghe al core... tu sol comandi, amore!

Rodolfo: Sei mia!

Mimì: No, per pietà! V’aspettan gli amici...

Rodolfo: Già mi mandi via?

Mimì: Vorrei dir... ma non oso... Se venissi con voi?

Rodolfo: Che?... Mimì? Sarebbe così dolce restar qui. C’è freddo fuori.

Mimì: Vi starò vicina!

Rodolfo: E al ritorno?

Mimì: Curioso!

Rodolfo: Dammi il braccio, mia piccina.

Mimì: Obbedisco, signor!

Rodolfo: Che m’ami di’...

Mimì: Io t’amo!

Rodolfo: Amore!

Mimì: Amor!”

 

(girandomi di spalle)

La musica è straordinaria…

Il flauto apre le danze e gli archi rispondono imitando quel brivido che parte dal cuore e percorre tutto il corpo nel momento in cui una persona si innamora.

Il climax viene raggiunto nel verso “il sogno ch’io vorrei sempre sognar”…

e poi l’atto si chiude con delle leggerissime, tenere, lunghe note orchestrali che cambiano periodicamente armonia…

Che perfezione!... se si pensa che la stesura della musica è stata relativamente veloce, non più di otto mesi…

 

Il giradischi si fermò. Era finito il primo atto, bisognava girare il disco.

All’improvviso si alzò un forte vento di mare e tutto divenne grigio per una bassa nuvola che in pochi minuti si trasformò in pioggia. Raccolsi tutto in gran fretta e mi rintanai in casa, appena in salvo da una incredibile grandinata.

Così la Bohème, per quel giorno, fu messa da parte.

Sono passati quasi quarant’anni e forse non avrei più pensato a quel pomeriggio se due sere fa, a cena, non avessi avuto una conversazione, anzi, più che altro fu un vanitoso monologo, con un famoso violinista che, a tavola, mi sedeva accanto. Presentandomi come Venier lui esclamò zelante:

«Lei è dunque veneziana… quanti meravigliosi ricordi mi legano alla sua città!... Conosco un po’ la storia del Palazzo Ca’ Venier dei Leoni, l’edificio settecentesco che i veneziani chiamano il palazzo non finito». E continuò intercalando la storia ai commenti culinari.

«Trovo che le punte degli asparagi siano un po’ troppo cotte, non trova anche lei?

Se non sbaglio, si dice che fosse a causa della potente famiglia Corner, che viveva nel palazzo di fronte, la quale si oppose alla costruzione di un edificio che avrebbe superato il proprio per grandezza e magnificenza…

Trovo che il riso sia leggermente insipido, non trova anche lei?

Sa, anni fa, frequentavo spesso le inaugurazioni della Collezione d’arte Moderna di Peggy Guggenheim che sta proprio lì accanto… E poi ho il ricordo incancellabile di un pomeriggio che feci visita al grande Igor Stravinsky…

Trovo l’idea del pecorino a scaglie messo sopra un tantino azzardata, non trova anche lei?

Mi pare alloggiasse dalle parti di Dorsoduro o alle Zattere… Ero molto giovane, sa, da poco diplomato all’Accademia di Santa Cecilia. Il maestro aveva alcuni ospiti italiani insieme a degli eccentrici americani tra cui un amico pittore che chiamava affettuosamente Bill. Stavamo su una grande terrazza fiorita - doveva essere primavera… - a prendere il tè in stupendi bicchieri decorati alla maniera russa e qualcuno gli aveva chiesto della sua opera teatrale Rake’s progress, in italiano La carriera di un libertino… quando iniziò la Bohème… o meglio, la musica proveniva da una terrazza vicina.

Trovo che ci sarebbe stato bene dello zafferano, per dare un tocco in più, non trova anche lei?

Ricordo che il Maestro ci interruppe tutti con un gesto autoritario imponendo di stare in ascolto. A tratti, completamente estasiato, Lui commentava in un sussurro alcuni passaggi dell’opera che il suo interprete con precisione assoluta ci traduceva.

Eravamo sedotti… quella musica inaspettata, le parole ispirate di Stravinsky, la casualità… poi improvvisamente cominciò a piovere e l’incanto finì».

A tavola, il violinista continuò il suo monologo passando ad altri commenti sulle pietanze e ad altri ricordi di altre avventure mondane che incuriosivano sempre di più tutti i commensali.

Io mi alzai con una scusa e mi allontanai. Provavo una indicibile commozione: per fortuna le parole, così preziose, sussurrate su quella terrazza le avevo trascritte, d’impulso, sul libretto della Bohème - in quella lontana e appena nata primavera - così non erano andate perdute. Ora capivo meglio il significato dell’ultima frase di Stravinsky che era stato colpito dalla perfezione raggiunta da Puccini in soli otto mesi. Lui che, invece, per tutta la vita aveva continuato a ritoccare i dettagli delle sue composizioni, alla ricerca di una perfezione formale che, affermava, di non essere riuscito mai a trovare.

 

(girandomi di spalle)

La violenta primavera sembra cominciare in un’ora… è come se la terra si spaccasse in un meraviglioso evento…

L’opera compiuta si diffonde per comunicarsi e rifluisce infine verso il suo principio. Allora il ciclo si chiude. Ed è così che la musica ci appare come un elemento di comunione con il prossimo e con l’Essere.

 

(mi siedo, tolgo dalla custodia il disco della Bohème diretta da Antonino Votto e l’Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala con Maria Callas soprano nel ruolo di Mimì e Giuseppe Di Stefano tenore nel ruolo di Rodolfo, lo metto sul piatto e accendo il giradischi)

 

Alessandra Borsetti Venier

 

La Bohème, commentata da Stravinsky a primavera

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