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Lidia Menapace. La deriva costituzionale
21 Settembre 2012
 

È in corso da tempo la trasformazione della Repubblica da parlamentare in presidenziale. Non è un reato, se si seguono le procedure previste per le modifiche al testo della Costituzione; e questa non sarebbe davvero una modifica da poco.

Ma in più è un fatto molto scorretto e pericoloso, se avviene -come si dice- per “costituzione materiale”, cioè di fatto. Chi manovra il processo non è certo uno stupido o uno sprovveduto, e ha alleanze eccellenti, a partire -spiace dirlo- dal presidente in carica della Repubblica.

Che Napolitano, per contenere le azioni sconsiderate di Berlusconi, sia andato vicino a violazioni del suo ruolo di garante, per intervenire direttamente nel gioco politico, è sotto gli occhi di tutti: orbene questo fine pur nobile non giustifica il mezzo usato, cioè l'intervento diretto della prima carica dello stato: che infatti ha sempre più perso la sua funzione di sommo garante della Costituzione, per diventare uno dei contendenti o concorrenti.

Il fatto ad oggi più clamoroso è stato la nascita del Governo Monti, ma non è l'unico. Cominciò visibilmente quando Napolitano dichiarò che dovevamo entrare in guerra contro la Libia, secondo le decisioni Nato. Dico che avrei considerato dubbio cotituzionalmente anche un intervento contro, che mi sarebbe stato gradito, ma avrebbe pure avuto il marchio della incostituzionalità: nel nostro ordinamento non spetta al Presidente della Repubblica indirizzare o dirigere la politica estera italiana.

Ma il governo Monti è cosa ben più grave, e oggi assistiamo a una corsa verso la riscrittura della forma dello stato secondo un modello presidenziale centralistico e con la prevedibile abolizione delle regioni.

Che le regioni abbiano difetti è vero: soprattutto non è previsto nessun meccanismo di commissariamento in caso di violazione grave di loro compiti o delle norme di correttezza e anticorruzione. Bisogna che il parlamento provveda: non che ogni giorno qualcuno proclami che le regioni vanno abolite, oppure ridotte a due o tre grandi comparti di decentramento amministrativo, insomma chi vuole fin da molti anni uno stato centralistico e prefettizio lo dica apertamente e si spieghi.

Non sono d'accordo con un disegno simile, ma per dirlo non vi sono nemmeno sedi di dibattito pubblico, sicché il tutto avviene per scivolamento passivo verso approdi di destra oligarchica e non chiusi nemmeno ad avventure parafasciste o fasciste. Come si vede dalla cronaca politica con sempre maggiore frequenza.

Che fare? è già quasi tardi del tutto, perché l'occupazione dell'informazione da parte di Pd e Pdl, che su questo punto non divergono quasi per nulla, se non sui nomi dei candidati (particolare non certo da poco, ma non così essenziale) toglie spazio ad altre ipotesi. È molto difficile intervenire contro, dato che nei confronti di Napolitano si è stabilita una serie di tabù che lo esalta e lo protegge da qualsiasi critica. Cioè la Presidenza è protetta dal processo antidemocratico che ha già messo radici e ora attende solo concime e piogge per svilupparsi.

E di certo, una volta ottenuta la passivizzazione dell'elettorato e zittita la cittadinanza, qualsiasi cosa va da sé. Se Berlusconi riesce ad ottenere una legge elettorale come vuole, la frittata è fatta. E chi lo tratterrà dal puntare alla Presidenza della Repubblica “seguendo le orme e copiando le mosse” di Napolitano, il presidente dato da tutti i media (o quasi) come degno di imitazione ed esemplarità?

 

Lidia Menapace


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