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Lidia Menapace. La deriva dell'antipolitica
18 Dicembre 2011
 

Il sospetto che dietro il lancio dell'antipolitica ci fosse più di quel che si vede, cioè più di una spinta qualunquista e demagogica, basata sul vero scandalo della corruzione, degli alti stipendi dei parlamentari (questione sempre gridata e sempre rinviata) mi è venuto presto.

Ero al congresso dell'Anpi e nel prendere la parola dissi tra l'altro e con la maggiore cautela possibile che non ero d'accordo con la decisione di Napolitano di dichiararsi favorevole alla guerra in Libia: una decisione che viola l'art. 11 della Costituzione; ma sarei intervenuta contro, persino se Napolitano si fosse dichiarato contrario alla spedizione, perché non gli compete prendere decisioni di politica estera al posto del governo e del parlamento. Paventavo cioè quel che di fatto sarebbe poi accaduto: era stato messo un precedente verso la repubblica presidenziale, e da allora chiunque sarebbe stato legittimato a citare il precedente solenne, posto in essere per di più da un presidente molto stimato. Da allora infatti data il mutamento della repubblica da parlamentare in presidenziale. Da allora infatti Napolitano interviene -si può dire- ogni giorno su qualsiasi argomento. Quasi sempre in modo sensato, ma fuori del suo ruolo.

 

Naturalmente è lecito preferire una repubblica presidenziale, ma allora bisogna avviare l'iter legislativo previsto. Invece imboccare la strada detta della Costituzione materiale, cioè mutare la Costituzione formale con una prassi che di fatto la viola, è scorretto e -in un periodo, che dura da tempo, di incertezza politica profonda- particolarmente pericoloso.

Personalmente sono favorevole a mantenere la repubbiica parlamentare, ma questo è un altro discorso.

Infine favorire il processo verso il presidenzialismo per fare economia, pagare pochi parlamentari, così come si sciolgono i consigli provinciali, si rendono di fatto senza poteri quelli comunali, si tende a levare tutte le articolazioni territoriali minori (circoscrizioni, comunità montane ecc.) avvia visibilmente un processo oligarchico, proprio mentre la crisi capitalistica chiederebbe di essere affrontata col massimo di azione concreta e dotata di potere di quanti e quante più possibile.

 

Mi sono soffermata un po' sulla questione perché mi pare importante, e lo è anche da un punto di vista di teoria politica: quando parlo di “teoria d'occasione”, intendo appunto che ogni volta che appare un nuovo modo d'essere della politica, bisogna chiedersi qual è il contesto, i riflessi, le conseguenze generali, insomma bisogna girargli intorno per 365 gradi e vedere tutte le prospettive che si aprono mentre si gira, altrimenti siamo in una visione sempre viziata, incompleta, precipitosa, atteggiamenti che non necessariamente producono errori, ma incompletezza, parzialità, approssimazione ,settorialismo certamente si. È dunque bene cercare di evitarli.

Inoltre è bene pronunciarsi sulle proposte che si fanno e dichiarare perché se ne accettano le conseguenze, che sono quasi sempre perfettamente prevedibili: chi dice di capire che Napolitano voglia la repubblica presidenziale, deve anche dire che non teme l'arrivo al Quirinale anche di un futuro presidente meno costituzionale, e che inclinerebbe a levare le molte garanzie che la costituzione vigente contiene: bisogna sapere che su un testo organico è difficile intervenire senza far danni, senza avviare cadute a catena a un certo punto irrimediabili.

Un esempio è la richiesta di pareggio del bilancio statale messa nella Costituzione: significa considerare lo stato una impresa e perciò metterlo alla mercé di una qualsiasi finanziaria. Il trattato di Lisbona che avrebbe voluto, ma non è stato per fortuna possibile, sostenere ciò, resta pericolosamente nell'ombra; si risponde confermando il no, ma soprattutto facendo riflettere le persone sulle situazioni, con discorsi corredati di precedenti, di ascendenze culturali. L'informazione deve chiarire, il che significa che non può mettere al posto di una spiegazione una parola inglese: questo significa adoperare l'inglese come un latinorum di manzoniana memoria, per chiudere la bocca di chi ignora l'inglese. Né bisogna alimentare la faciloneria di chi inizia il discorso con: “Basterebbe ecc.”. Quasi mai basta una cosa, la situazione è complessa e la “riduzione della complessità”, invece del suo adempimento è la ricetta di destra -dichiarata- rispetto appunto alla complessità.

 

Si può anche aggiungere che pochi deputati da pagare poco sono più facili da comprare o da corrompere. Pensiamoci. E intanto osserviamo che Grillo si è dichiarato a favore del Governo Monti, non per caso.

 

Lidia Menapace


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