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Mirco Fontanella. 35mm Dal Confine
06 Giugno 2016
 

Dire a modo mio di quel dolore

Mirco Fontanella

Ho fatto delle foto. Ho fotografato invece di parlare. Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare.

Daniel Pennac

 

 

Accendo una sigaretta, abbasso il finestrino della macchina per far uscire una boccata di fumo; guardando fuori mi accorgo dell’immensa distesa di tende, panni sporchi e persone ammassate in un campo alla mia sinistra. Era fine Ottobre del 2015 e stavo per imbarcarmi in un traghetto dal Porto di Calais per arrivare fino a Dover.

Ero diretto a Londra, dove ho vissuto per più di sette anni; ma quel giorno sapevo che la mia vita da emigrante sarebbe finita, almeno per un po’.

Lo spettacolo che avevo davanti ai miei occhi mi faceva riflettere sull’opportunità, o forse dovrei chiamarla fortuna, di poter tornare indietro e trovare tutto più o meno come lo avevo lasciato, la famiglia, gli amici e quei posti che, anche se mi avevano talvolta annoiato non sapevo mi potessero mancare così tanto.

Anche io, sette anni fa, sognando un posto migliore dove lavorare e dove sviluppare le mie passioni, avevo lasciato il mio paese, un paese che stava arrancando, oppresso da una cultura lasciata allo sfascio e dagli albori di una crisi economica mondiale.

 

Guardando tutta quella gente ammassata in un campo vicino al porto di Calais, mi sono sentito legato in qualche modo ai loro sogni, alle loro speranze e ai loro drammi. Anche se per ragioni molto meno profonde, anche io ero stato un migrante; insomma, ho sentito il bisogno e soprattutto il dovere di dire a modo mio di quel dolore.

Sarei voluto ritornare per documentare le vite di queste persone, ma il campo sarebbe stato sgomberato poco tempo dopo; nel frattempo in televisione e nei giornali si iniziava a sentir parlare della “rotta balcanica” degli immigrati, e per la prima volta ho sentito parlare di Idomeni.

 

Iniziai ad informarmi su quello che stava succedendo nell’est Europa in merito all’immigrazione e scoprii che a migliaia stavano tentando la rotta verso nord, percorrendo distanze enormi per fuggire dalle guerre che non li avrebbero risparmiati da atrocità volute e sapute da tempo dai vari governi anche dal nostro.

Stanco di ascoltare l’unica cosa che i telegiornali sapevano dire in merito, che queste persone stavano “importando” malattie e cellule terroristiche, che dovevano essere fermati e quanto altro …partii.

 

All’inizio di Marzo del 2016, poco dopo la chiusura totale delle frontiere da parte del governo macedone, telefonai al mio amico giornalista Simone Sarchi dicendo:

Andiamo a Idomeni, io fotografo e tu scrivi, che ne dici?”

Simone acconsentì senza esitazione.

Ero sicuro che Simone sarebbe stato un buon compagno di viaggio e un ottimo collega, era per me il primo progetto umanitario e ho visto in Simone la professionalità narrativa di un giornalista che aveva già documentato l’argomento con reportage da Lampedusa e Ventimiglia.

 

Il 20 Marzo siamo arrivati in aereoporto a Salonicco nel primo pomeriggio, ci siamo diretti in macchina verso l’hotel.

Il programma era di lasciare i bagagli e andare al Campo per un sopralluogo veloce e incontrare una volontaria italiana impegnata a Idomeni, con cui avevamo preso contatto prima di partire.

Arriviamo al campo verso sera: ero teso; tutte le notizie ascoltate, anche se sapevo non essere vere, erano riuscite comunque a turbarmi.

Per arrivare al campo ci si avvia per un lungo tratto costeggiato da grandi furgoni. Ci sono le televisioni di tutto il mondo; parabole e marchingegni costosissimi strutturavano l’istallazione di una scena che nemmeno la fantasia più perversa avrebbe potuto partorire.

Circa 15.000 persone accampate nel buio di in un campo bagnato dalla pioggia e battuto dal vento freddo.

C’erano solo un pò di fuochi qua e là a dare luce all’intera area, si vedevano persone camminare e bambini correre dappertutto.

Ci avviciniamo, facciamo un giro in cerca della persona che ci avrebbe aspettato al campo.

La troviamo a giocare con dei bambini, era l’ora di cena e stavamo non lontano dai furgoni che distribuivano del cibo caldo, ci avviciniamo e veniamo assaliti dall’ energia dei bambini.

Fino a quel momento non ero riuscito a scattare nemmeno una foto, mi sembrava di violare la riservatezza di un momento disperato, ma non appena quei bimbi ingenuamente mi chiesero di essere fotografati mettendosi in posa con i loro sorrisi, la loro leggerezza, mi sentii rincuorato.

Poco dopo, due di loro si allontanano dal gruppo, si mettono in coda per prendere due porzioni di zuppa calda servita in un bicchiere da pinta e mentre noi stavamo scambiando informazioni con il gruppo di volontari, m’accorgo che ci si fanno incontro con due bicchieroni fumanti di minestrone; si avvicinano verso me e Simone, e porgendoci due pasti caldi, con un inglese stentato ci dicono “welcome to Idomeni”.

L’ospitalità così spontanea mise a fuoco che un bambino di 10 anni stava offrendo una bella lezione di vita.

Ci guardammo increduli e commossi.

 

Il giorno dopo iniziammo il nostro documentario cercando di capire come muoverci per non creare imbarazzi e turbamenti.

Parcheggiata la macchina lungo la stradina che portava al campo, iniziai a preparare le mie macchine fotografiche ma avevo paura di fotografare, mi sembrava di fare dello sciacallaggio, traendo profitto da una situazione di dolore; non appena arrivato al campo, feci i miei primi scatti timorosamente, fino a che non colsi che la gente era felice di essere fotografata, di parlare, di raccontarsi e di far sapere al mondo quale era la loro situazione. E la macchina fotografica non fu più un mezzo per rubare scatti, adesso la sentivo strumento di condivisione ed alleanza, a me per raccontare, a loro per esprimersi.

 

Durante la mia permanenza, ho avuto modo di avere un contatto reale con persone che, violentemente, si sono visti costretti a fuggire dalla propria casa, dal proprio paese e dai propri affetti per scelta di qualcun altro.

L’assuefazione alla lettura o all’ascolto di notizie che pervenivano già orientate da filtri propagandistici mi aveva portato ad associare immagini di guerra esclusivamente a situazioni di povertà e di ignoranza; ad Idomeni ho incontrato tutt’altro: tra gli esuli ho parlato con dottori, gente laureata in economia che parlava fluentemente tre lingue, qualcuno aveva anche fatto master di specializzazione a Londra…probabilmente l’unico “ignorante” ero io… insomma gente “normale” che incontriamo tutti i giorni… un paesino come Recanati che all’improvviso si trova a dormire in tenda, in un campo bagnato dalla pioggia.

Sono stato piacevolmente colpito dal numero sempre crescente di volontari indipendenti intervenuti da tutto il mondo per sfamare e non far morire di freddo questa gente. Ho incontrato tedeschi, canadesi, lettoni e svedesi; oltre che un’associazione di attivisti volontari italiani (di cui non faccio il nome - gli attivisti vanno poco d’accordo con i giornalisti), che ci hanno fatto da spalla logistica e informativa.

 

La maggior parte dei profughi in permanenza ad Idomeni sono di provenienza siriana e irachena quindi esuli di guerra; ci sono poi emigrati per motivi economici dall’Afganistan, Pakistan, Giordania, Yemen e qualcuno dal nord Africa.

Circa 70% di loro sono donne e bambini, arrivavano ogni giorno a gruppi di diverse decine, qualche donna ha anche partorito al campo grazie all’aiuto di Medici Senza Frontiere.

 

Dopo sette giorni, il 27 marzo 2016, a malincuore ho preso l’aereo di ritorno verso l’Italia; ero triste per non essere potuto rimanere più a lungo ad aiutare, ma allo stesso tempo felice di avere portato con me le loro speranze, i loro sorrisi e i loro pianti; dentro me è forte l’esigenza del dire con amore tramite le mie fotografie ed essere a fianco di quest’esilio che è la loro vita e che sarà la vergogna dei potenti.

 

Mirco Fontanella

 

 

 

Mirco Fontanella nasce a Recanati (MC) nel 1980. Dopo aver frequentato un percorso di studi tecnici, segue il suo istinto che lo conduce, fin da giovane, ad una scelta drastica di direzione professionale. Rielaborando la sua innata capacità di osservazione e la percezione estetica della società che lo circonda, si appassiona alla disciplina fotografica e al design. Inizia la sua carriera professionale lavorando come designer e foto editor per studi di comunicazione e fotografi; appena ventenne, realizza i suoi primi scatti in studio come assistente fotografo lavorando per l’agenzia di cui, più tardi, curerà la direzione creativa.

Emigra nel Regno Unito nel Febbraio del 2008 dove continua la sua carriera come consulente creativo e fotografo per importanti brand italiani ed internazionali. Durante la sua permanenza estera, solidifica la sua passione per le tecniche di ritratto e di racconto documentaristico concependo diversi progetti di studio sociale che ancora sono in via di realizzazione.

I suoi lavori sono stati pubblicati in importanti riviste nazionali ed internazionali, la sua ricerca stilistica è quasi maniacale, il suo stile è sincero, diretto ed impulsivo senza troppe distorsioni stilistiche e di forma. Mirco Fontanella sostiene fermamente che il valore estetico di una qualsiasi storia sia un potentissimo veicolo comunicativo che facilita lo scambio di idee e culture.

Il suo ultimo documentario realizzato al campo profughi di Idomeni in Grecia, 35mm Dal Confine, ha ricevuto ottime recensioni, sia dai critici di settore che da giornalisti.


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