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NNI 20. Giulia Medaglini
Giulia Medaglini
Giulia Medaglini 
15 Febbraio 2009
 

 

Giulia Medaglini è nata a Piombino il 29 luglio 1990. Frequenta il quinto anno del liceo scientifico e a me pare un piccolo talento.

Vi assicuro che non si tratta di campanilismo, perché non sono mai stato troppo tenero con i presunti narratori della mia città. Giulia mi sembra che abbia stoffa, perché sa dare ritmo e costruire tensione narrativa, che – come diceva Carver – è il sale del racconto.

Non ha mai pubblicato niente, ma esordirà con Gocce d'estasi assassina, in un’antologia horror edita dal Foglio Letterario in collaborazione con il sito internet SogniHorror. (Gordiano Lupi)




Frammenti di scosse


Era il 3 aprile 1942. Tornai a casa ed era tutto all’aria, persino la credenza coi suoi piatti bianchi. Sì, Lisa li aveva comprati a una fiera, qualche mese prima, da un ometto basso e tarchiato che li faceva a mano. Li usava sempre, ma a me non piacevano quei fiorellini azzurri sui lati: mi ricordavano i campi del podere di mio nonno ai tempi in cui mio fratello, Michele, si divertiva a farmi i dispetti. No, si chiamava Claudio. Nascondeva una corda tra quei fiorellini e, quando mi chinavo per raccoglierne qualcuno, Michele la faceva muovere su e giù come un serpente, spaventandomi a morte. Correvo dalla mamma, ricordo, ma Claudio la scampava sempre.

Era il 3 aprile 1942, questo lo ricordo. Avevo paura e rimpiansi di aver insistito affinché il ragazzo con cui ero uscita mi lasciasse pure tornare a casa da sola, tanto vivevo con Lisa. Non ricordo il nome del mio fidanzato di allora, neppure se mi sforzo fino allo stremo, anzi così facendo avverto un mal di testa insopportabile. Chissà perché. Mi sono guardata allo specchio stamani, ci sono due piccole bruciature sulle mie tempie che non ricordo come mi sono procurata. Hanno una forma inquietante, come di bocche che ridono. Mi fanno paura, paiono quei clown di stoffa che gli zii, con pessimo gusto, mi regalavano a Natale e che balzavano fuori dalla scatola, sadici incubi al buio.

Era il 3 aprile 1942. La casa era sottosopra. Avevo paura che ci fossero dei ladri. Cercai Lisa, la mia amica, ma senza successo, o almeno così mi sembra. Era solita stare in cucina quando tornavo tardi, seduta al tavolo a sorseggiare un caffè, o forse un tè. Le piaceva il gelsomino, inzupparci quei biscottini che lei stessa preparava. Una volta li ho assaggiati, erano proprio buoni. Sapevano di miele e latte, piccoli piccoli, e se li mettevi sulla lingua si scioglievano morbidi.

Il bagno era in disordine, il 3 aprile 1942, quando vi entrai. Ma c’era puzza di qualcosa nell’aria. Quell’odore lo ricordo, pungente, acre, quasi soffocante. I ricordi sono confusi, forse sto sognando, cerco di immaginare quel poco che mi ronza in testa, ma viene soppresso dal bianco accecante del mio lettino, delle sbarre. Quelle sbarre maledette. Vorrei strapparle a morsi, saltare fuori da quel buco che a malapena lascia passare l’aria.

Chiamai Lisa un paio di volte, ma non rispondeva. Girai tutte le stanze. Non c’era nessuna alcuna traccia di lei. Era il 3 aprile 1942. Due settimane prima una mia cara amica e collega, Samantha Bernyll, era morta in circostanze sconosciute.

Io sapevo la verità e continuo a saperla, ma nessuno pare sentirla. Mi ricordo di una festa dove eravamo state invitate come giornaliste. Il signor Trivelli, capo della polizia, stava giocando d’azzardo tra alcol e fumo con dei colleghi. Mi ricordo bene il suo distintivo, come una foto segnaletica. C’erano risa e sguardi lascivi, proposte viscide da parte dei poliziotti. D’improvviso un fragore dal tavolo del poker, la faccia di Trivelli era pallida e balbettava a mezza voce una cifra, forse denaro che aveva perduto. Samantha si avvicinò al tavolo, mi pare, o forse io, non saprei. Il taccuino in mano e la penna pronta a scrivere.

– Facciamo che vi do il permesso e mi estinguete i debiti.

Facciamo che vi do il permesso. Ricordo tre paia di occhi saltare su Samantha. Che vi do il permesso. Tre paia di mani spingerla via con finta delicatezza. Il permesso. Puzzo d’alcol e risa e urla al di là della porta chiusa della camera. Battevo sul bianco legno, forse piangevo. Nessuno vide.

La settimana seguente scrissi quattro articoli zeppi di pesanti accuse, ma non ricordo quali fossero. Li avevo conservati in un cassetto, eppure adesso non so più dove siano. Continuai così, qualcuno mi credeva, pochi, scettici di fondo, o impauriti. Lo Stato, l’organo di polizia, non potevano essere i cattivi o il mondo sarebbe parso una trappola a tutti gli illusi “normali” di questa città.

Continuai a scrivere e accusare, Lisa mi sosteneva, fino al 3 aprile 1942.

Forse Lisa era uscita. Respiravo affannosamente, sudavo. Volevo lavarmi, calmarmi, aspettarla e mangiare i suoi biscotti. Il puzzo era più forte nel bagno. Ancora lo sento: scivolava dentro alla trachea e bruciava con violenza, forse bruciava anche il mio cervello. La tenda della vasca era scura, l’avevo scelta io per garantire la massima privacy e perché quel rosso mattone mi piaceva. Sopra c’era un foglio attaccato con uno spillo argentato, piccolo e arrugginito: “Questo è solo un assaggio”

Era il 3 aprile 1942. Lisa galleggiava nella vasca, tra acido e acqua. O almeno, ciò che restava di lei.


La mia compagna di stanza sta ridendo in modo insopportabile, convulso, gli occhi vitrei e il ghigno isterico. Mi rannicchio all’angolo del mio letto, le ginocchia al petto. Lei saltella, mi chiama.

Grazia, Grazia, Grazia, Grazia. Vieni. Vieni Grazia.

Mi tappo le orecchie, poi il naso perché il puzzo lo sento di nuovo. Si avvicina, mi spingo contro il muro. Non deve, non può. Quell’ossessa mi afferra per i polsi e cerca di trascinarmi al centro della stanza per saltellare con lei. Sento la mia pelle bruciare al contatto con la sua, è acido. Acido che mi corrode. Voglio scappare. Voglio andare via, adesso. Le sue dita mi mangiano la carne, me la strappano. Mi divincolo e inizio a urlare, perché non mi lavano via quest’acido? Non lo sanno quanto fa male? Grido mentre stringe la presa, mi corrode. Muoio. Sto morendo mangiata e bruciata dall’acido della sua pelle. Urlo.

Grazia smettila! Adesso basta, stupida nevrotica. E tu lo sai che non devi toccarla!

Le infermiere sono entrate di corsa in questo buco di stanza, mi hanno afferrata. Adesso brucio anche sotto le ascelle dove le loro ruvide mani stringono. Possibile che non se ne accorgano?

Lavatelo via! Mi mangia! Lisa è morta, l’hanno corrosa! È acido, non mi toccate!

Non si curano di me. Come nessuno si è curato di Lisa, o Samantha. Non ricordo chi mi ha portato qui, né perché, ma è tutto un complotto. Era solo l’assaggio, io non posso parlare.

Mi sdraiano su un lettino mentre brucio ancora e mi legano. Ho un pezzo di gomma tra i denti. Sulle bocche dei clown che ho sulle tempie se ne stanno due cerotti tondi attaccati a dei fili. La porta è chiusa e la loro pelle mi mangia viva. Quando finalmente mi lasciano mi sento meglio e smetto di divincolarmi.

Sono in quattro in piedi attorno a me. Loro la chiamano “cura”, per me è soltanto “elettroshock”. Il tempo d’un respiro e la scossa mi attraversa contraendo il mio corpo in spasmi e convulsioni. Lisa mi sorride con dolcezza.


Riapro gli occhi nella mia stanza. Cosa è successo? Sono qui ma non ricordo perché. Ci dev’essere un motivo. Mi fanno male le tempie, ci sono come due piccole bruciature. Mi sembra che qualcosa mi sfugga, che ci sia un buco vuoto nella mia mente che devo riempire da sola. Provo a pensare al mio passato che mi appare, adesso, così buio e inafferrabile. Mi sforzo, anche se fa male, perché so che devo farlo.

Era il 3 aprile 1942, questo lo ricordo bene.


Giulia Medaglini

giuly404@hotmail.it


 
 
 
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