Elio Tavilla: Pascal, Notte
1.
Che se congiungono gli occhi, sai, tiene
ferma una porzione d'alba fatta
a scapito di te, rosa mediana, certa
sensibile e sublunare cosa. Cosa?
E’ inerme, irraggiungibile sfumata
periferia del moto proprio a volte
sacrificata a filo di perduta ricorrente.
2.
Dismesso cortile tra sterpi
ed amorosi sensi, nullità che spende
le sue armi migliori tra grandi
ricoverate messi come niente
resuscitate e vinte. Porto Reale, qui ti vedo
e mentre si semplifica, regredisce e fosse
definibile vivrebbe.
3.
Cuore, sede di corone e spine
che ti fai splendore ed ombra e cosa
irredimibile, velata e disvelata
inattuata stella dell’arbitrio
cieco, chi chiede e chi risponde
a quale voce? Sogno
di defluire in argentata larva
e lì negare, sempre, un volo.
4.
lo non so. E con questo dico
quello che destava il più marino
degli affanni nelle sensate rive
di ponente. lo non so e tu che cresci
tra i roveti - sono croci, elmi
segni di battaglia, soprassalti.
5.
Scienza, vetro ammassato alle porte
di casa estrema. Dai giri d'elica
delle mie opposizioni alle tue
congiunte - segue sera, oggi
dì di novembre, in un quadro còlto
in segno di blu totale.
6.
Io uomo che vedo la mia povertà
ergersi nei campi bassi di cicoria
e là significare fuoco e fiamme
come piena mutazione di natura,
ragione degli effetti delineati in vera
contrapposizione dell’umano e poi di quanto
si verifica in un centro di coscienza,
vuoto, plurimo, abissale.
7.
Macchina, infinito-niente che congiunge
un letto di fioriti aromi e nulla
in geometrica distanza mi decide
al sì che prende e, se separa, nulla
di più flebile nel mondo inanimato,
bestia dedicata ad un legame, tutto
annoverato in gesti di misericordia.
8.
Un insetto macchia i vetri opachi
della Francia. Croce mistica e supina
allargata tra le acque fluorescenti
dei fiumi, sommario inaccessibile
dei miei peccati che sbandierano
nel vento un bagliore di male intesi
archi, nidi di parole premute al marmo
e qui teneramente ricacciate.
9.
Occhio per occbio, dente affondato
sui tessuti, i fieri corpi trasudati
che sempre mi rivela un’ansia come
un universo mondo esalato
in due parole estreme di malato: Dio,
Mio. Guardie, tenacissima stagione
in cma a un anno inarrestabile e quanto
di più notturno nella notte che si schiera
in abiti di fuoco e che s’infiamma.
10.
Immagino che terre, a volte sconfinate
larvate di creature che si sfanno nel profondo
della melma… Oggi che non posso
dedicare a un suono, ai gesti incontrastati
braccia rituffate dentro al cosmo quasi
fossero tempesta e perdizione - oggi
sono un punto astronomico segnato
da un passaggio invalicabile di vita…
11.
Le mancanze della sera, a settentrione
sulla carreggiata che da un misero tugurio
di paglia e fango porta alla matrice rosa
sulle rive dell’Allier. Dice che mi ama
e questo basta. Soldati che battezzano la pietra
dei campi annichiliti nella pioggia, cento
e più coltelli balenanti sopra un chiaro lembo
di regione zuppa di vapore nelle prime ore
dei mattini. Vado, vai così
nella povertà tutta interiore dei viandanti.
12.
Se c’è continuità, muschio alle pareti
catene di una piccola città
da levante a occidente solcata da una fitta
serie di folate, ombre andate
ad ingrossare i muri secchi delle parti
più isolate delle corti, se si accende
un fuoco fatuo, se si muove nella sera
senza a nulla rimandare una deriva
di sentore di lavanda come a dimostrare
una chiarità diffusa, bagaglio sensitivo
di cielo e terra profusi nel profondo
selenico che decide se morire.
13.
Chi, dove - la congiunzione astrale
dei nostri corpi ai tuoi, ai nove punti
del cielo cardinale di questa, ogni notte.
Come quando - le luci presto spente
a un davanzale di scaglie luminose
proiettate a questo interno di coscienza
abbarbicato a sé, a te che ti riprendi
un carico d’ultima ombra ora che
la devi far risplendere.
14.
La lunga sequela del colpi, come
zoccoli d'argento e cotone, svaniti
nel baleno che si carica di stoppie fumanti,
pudore dei lumi consumati nei fienili.
Restiamo accesi,
sediamo nella nota la portala a
mente una vita, due vite, tutto un
giro d’anni per dire “vissuti a lungo”
oppure un calice veduto alzarsi con
la coerenza candida di Cristo
… che sarà sorto dalle nebbie in un amore
come d'incarno squarciato...
da Tellus 16: "Il pensiero selvatico", 1996