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Roberto Bonzi. Quel leghista di Pier Paolo Pasolini
20 Aprile 2008
 

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte

coi poliziotti

io simpatizzavo coi poliziotti!

Perché i poliziotti sono figli di poveri.

Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.

 

(La citazione di PPP la fa Luciano Canova, sul suo blog, per segnalare questo pezzo dell'amico scrittore. Proponiamo qui per voi l'una e l'altro.)

 

 

I primi leghisti ci parevano tutti marziani. Erano sporchi, cattivi, e riempivano i muri di manifesti orrendi.

Erano i primi anni Novanta. Nessuno di quelli che conoscevo aveva mai visto un leghista in faccia. Pensavano le cose che non si dovevano dire. Dicevano quelle che non si potevano nemmeno pensare. La Lega era “Roma ladrona” e “terroni di merda”, ma leghisti in giro non ne vedevi. Dovevano essere nascosti da qualche parte. Come la polvere sotto i tappeti.

Poi un giorno – ero alle medie – il mio vicino rubò il taglierino dal laboratorio di tecnica e incise le lettere “LL” sul banco. “Vuol dire Lega Lombarda”, mi spiegò. Lega Lombarda. Quella dei muri, pensai. Lo pensò subito anche la prof di matematica che veniva da Pescara. “Quel segno vale come una svastica!”. Il mio vicino si beccò una nota sul registro. La prof, un paio di “vaffanculo terrona di merda”. I leghisti esistevano, dunque. Ed erano tra noi. Ormai avevo le prove.

Arrivarono i tempi di Mani pulite. I partiti erano tutti in crisi, la fabbrica dove mio padre lavorava da vent’anni pure e, in Sicilia, Falcone e Borsellino venivano seppelliti sotto il tritolo. Per il Quirinale, la mia prof di italiano tifava Nilde Iotti. “I tempi sono maturi per una donna al vertice dello Stato”. Elessero Oscar Luigi Scalfaro. Nel frattempo, la scritta LL sul banco era invecchiata di colpo. “Ora c’è la Lega Nord!”, mi disse il mio vicino. Suo padre l’aveva appena votata.

Mancavano pochi mesi al grande salto. Merito soprattutto di Silvio Berlusconi. Aggiustava le televisioni e, a tempo perso, sdoganava gli impresentabili. All’epoca Bossi se la giocava con Fini ma, a differenza del delfino di Almirante, non aveva nessuna nostalgia da farsi perdonare. I leghisti lottavano per qualcosa di nuovo. La chiamavano Padania. Tanto nuova che ancora si doveva vedere.

La Lega non era più quella delle medie e anch’io, nel mio piccolo, stavo crescendo. Già prima della terza declinazione, tra la Gallia omnis divisa in partes tres e Vercingetorige, il partito di Bossi mi pareva quello dei barbari. I sindaci del Carroccio erano quasi tutti dilettanti allo sbaraglio e sperperavano denaro pubblico per organizzare mostre improbabili sui primi insediamenti dei Longobardi e sulle punte delle loro lance. Erano fallici, sempre e a prescindere.

Quando iniziai l’università a Milano, la città era uscita da poco dall’ecatombe Formentini. Era la dimostrazione che i leghisti non sapevano amministrare uno spazio che fosse più grande del loro cortile. Dentro di me, ne ero profondamente soddisfatto. Non era un argomento sufficiente a dimostrare l’esistenza di dio, ma certo dava una parvenza di razionalità al Paese in cui, mio malgrado, avevo scelto di rimanere.

Mi sbagliavo. Il problema era che, come tanti benpensanti di sinistra, odiavo le mie radici. Me ne ero distaccato, come un amante tradito che sceglie la lontananza nel tentativo, infantile, di dimenticare. Ma la lontananza non lenisce il dolore. Ti dà l’illusione che, prima o poi, sia destinato a scomparire. E intanto ti solleva dall’incombenza di comprendere. Io, nel mio piccolo, avevo smesso per partito preso. Avevo tanto bisogno di sentirmi migliore, di guardarmi l’ombelico sognando una realtà immaginata su misura. Come tutte le debolezze di questo mondo, anche la mia chiedeva di essere alimentata. E purtroppo il secondo governo Berlusconi – raccapricciante governo di legislatura – era il propellente ideale.

A distanza di anni, mi piacerebbe poter dire che l’esperienza è servita, ma non è così. Ne è passato di tempo dalle LL incise sui banchi. Fa comodo pensare che i leghisti siano sempre quelli di allora: brutti, sporchi, buoni per imbrattare i muri. La verità è che la Lega non è più quella scesa dalle valli. È presente nelle fabbriche, nelle periferie, nei quartieri popolari delle grandi città. È lì, ai margini, che ha imparato ad ascoltare meglio le paure. Non conta la qualità delle risposte, ma la capacità di prestare ascolto alle domande. È una capacità che tutta la sinistra ha perduto. Lo dimostra il disastroso risultato elettorale e, soprattutto, il desolante dibattito che ne sta seguendo. Nemmeno nei rimpianti ci sappiamo rinnovare.

Mio padre mi racconta sempre che, quando era piccolo lui, i comunisti erano quelli che passavano la domenica a fare il giro delle case. Portavano l’Unità. E se non la volevi pagare, te la lasciavano lo stesso. La gente tornava dalla messa e trovava la sua copia nella cassetta delle lettere o sul pianerottolo o in mezzo al cortile. Più della metà erano praticamente analfabeti.

Oggi la sinistra è troppo impegnata ad ascoltare se stessa. Intanto c’è un’Italia profonda, popolare e proletaria, che ormai parla una lingua diversa. In questi anni, è stato bello cancellarla, far finta che non esistesse. Era un modo come un altro per rinsaldare l’odio per le nostre radici, nella presunzione che un intero Paese potesse adeguarsi di colpo ai nostri sogni di gloria. Invece, a prestare ascolto a quell’Italia, a quell’Italia che un tempo eravamo noi, ci ha pensato qualcun altro. E, a questo punto, che diritto abbiamo di lamentare l'oggettiva pochezza delle risposte?

E c’è un pensiero terribile che, in questi giorni di crisi, mi fa stare ancora peggio. Più che un pensiero, una sicurezza. Quella che oggi Pier Paolo Pasolini sarebbe molto più leghista di me.

 

Roberto Bonzi

(dal blog invarchi, 18 aprile 2008)


 
 
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