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Matteo Fantuzzi: "Malpensa" dalla raccolta Kobarid
Matteo Fantuzzi
Matteo Fantuzzi 
02 Aprile 2008
 

Matteo Fantuzzi (1979) è nato e risiede a Castel San Pietro Terme in provincia di Bologna. È redattore della rivista Atelier, collabora con la rivista Le Voci della Luna e con l’Annuario di Poesia edito da Castelvecchi. Ogni lunedì tiene una rubrica dedicata alla Poesia Contemporanea sul quotidiano La voce di Romagna. Suoi testi sono apparsi su molte riviste tra cui Nuovi Argomenti, Yale Italian Poetry, Specchio, Gradiva e Atelier. Ha creato il sito UniversoPoesia e curato La linea del Sillaro (Campanotto, 2006) sulla Poesia dell’Emilia Romagna. Di Matteo fantuzzi ha scritto, in "Poesia & Blog 2", Stefano Guglielmin e in “Lo Scaffale di Tellus” Fabiano Alborghetti.

 

Matteo Fantuzzi facebook

 

 

 

Malpensa

 

Non è per dire, io ti ricordo al duty free

della Malpensa, con il vestito, come tutte

perché uno sguardo come quello non si scorda:

di chi da terra ha sollevato un corpo

ancora caldo e l’ha piantato, l’ha ricoperto,

ha omesso, ha tolto. Senza parlare, nulla.

È un mondo a parte la Malpensa,

coi tabelloni bianchi

coi profumi, le sigarette a stecche da 50,

il brandy che ti guarda e sembra un viso

che conosci, sparato in volto, decapitato

chiuso dai capelli, misto alla polvere,

che implora di riemergere.

 

Devi diventare più aggressivo col lavoro

perché oramai va forte anche l’usato

e un poco ovunque spuntano degli outlet;

devi andare (avrai capito) nei luoghi del dolore,

in clinica oncologica ad esempio, e dire:

 

Lei è incurabile per caso? E quanto tempo ha

[a disposizione,

 

un anno? E alla bara ha già pensato? Io le vendo da

[20 anni,

importo il legno dalla Svezia, sono bravo, costo poco”.

 

O ancora meglio ti dovresti fare forza e suonare

porta a porta nel paese, e chiedere a chi t’apre

se per caso è a conoscenza di qualcuno che sia morto

o lì per farlo o se quello in primis (pure in ottima salute)

non volesse già decidere la cassa.

 

Perché tanto “quella” arriva e non fa sconti,

e per lo meno allora la tua bara sia economica e curata,

di buon gusto, fatta a mano, da un esperto del settore.

 

 

Devo prendere gli antipsicotici,

è quello che ha detto Nazzoli alla clinica.

I motivi già li conoscete:

ho reazioni scomposte ed attacchi di panico.

Alle volte mi pare qualcuno mi fissi

sull’autobus, è a quel punto che cerco

di sfondare il vetro scappando per strada.

 

Fingo d’essere un terrorista due volte ogni anno,

minaccio l’autista con il tagliaunghie,

gli dico di portarmi in Piazza dei Servi:

lui ormai mi ha presente (è lo stesso da anni)

in fretta mi lascia nel luogo richiesto,

chiede scusa alla gente sul mezzo

 

e riparte. Ridendo.

 

In televisione rivedo Pier Carlo,

cuoce una bernese di sgombro.

Quello che presenta domanda:

anche i grandi poeti mangiavano il pesce sovente?”

Ed ecco che lui gli risponde. E sorride.

 

Pier Carlo a vent’anni se lo contendevano tutti,

era la grande promessa, il nuovo Leopardi.

Montale perfino voleva cenasse con lui

ogni volta possibile, lo chiamasse “nonno”:

lo amava come fosse un figlio.

 

Ma un giorno una tv privata gli chiese

di partecipare a un dibattito:

e lui era bello, spigliato, ci sapeva fare,

è perfetto” dicevano

sa proprio bucare lo schermo”.

 

Di comparsate Pier Carlo ne ha fatte 240 a quest’oggi:

scalato montagne, visitato malghe, accudito delfini,

camminato sui carboni ardenti, inviato ai mondiali di

[rutti.

Esce un suo libro ogni anno, ma li scrive Sandro,

[ragazzo di Sondrio

pagato profumatamente per tacere, lavorare. basta.

 

 

A volte Pier Carlo mi chiama

la notte, mi dice che ancora una volta

Montale gli è apparso nei sogni

ai piedi del letto

e lo ha preso a schiaffi.

Risponde mia moglie,

gli dice che sono a Milano,

o Varese per qualche convegno,

che è solo un fattore nervoso, di prendere

un bel latte caldo e rimettersi a nanna.

 

dimmelo mamma:

 

che sono bellissima, come le ballerine alla televisione,

anche se in classe mi chiamano

scimmia e mi gettano in faccia le arachidi.

ma tu dimmelo. dimmi che io sono

intelligentissima meglio dei miei professori

che mi urlano “scema perché non capisci che è così

[semplice: è ovvio! ”

che mi hanno affidato a una tizia che insegna le cose

[più semplici.

 

ed io te ne prego tu dimmelo: dimmelo

mamma, ti prego, e smetti di piangere. basta.

 

 Ti parlai di Apocalisse nell’ultima mia lettera,

e ancora oggi sono convinto della cosa:

non ho pensato più alla possibilità di trasferirmi.

 

In effetti non è che pensi a molto ultimamente

sono bloccato da qualcosa che mi umilia,

forse le immagini del dramma

oppure un insistente insinuazione del ricordo.

  

 

Il lattaio di via degli Ori

chiuse nel ‘938

per scappare in Francia

dove aveva parenti.

Per anni sulla vetrata

rimase a vernice la scritta

 

latte ebreo

 

E io ero un bimbo,

senza un’idea precisa di quello

che stesse accadendo:

 

credevo si trattasse soltanto d’un gusto,

come la grattachecca all’arancia.

Un giorno ne domandai

al nonno per fare merenda.

 

Lui mi lasciò cinque dita sul volto.

 

 

Dimmi se hai presente

quant’è stretta via Valdonica,

schiacciata tra le mura

del quartiere ebraico

 

che per assurdo ad uno lì

potrebbero sparare in pieno volto

verso sera all’imbrunire senza nemmeno

un testimone, perché tanto quella strada

 

anche se in centro è fuori mano,

perché da lì non passa quasi mai nessuno

se non si ha un obiettivo, un luogo

dove andare, dove attendere per ore.

 

da Kobarid, Raffaelli Editore, Rimini, 2008

Postfazione di Gilberto Finzi


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