La strategia di diffusione dell’Annuario TELLUS (che al momento consta, nella nuova serie, di due volumi bianchi e di quattro colorati), oltre che con gli abbonamenti, passa attraverso la ricerca di librerie che ne abbiano “cura”, che ne espongano tutti i numeri, che abbiano un filo diretto con l’Editrice Labos e con me che ne dirigo le sorti. È un lavoro più certosino, meno sbrigativo, se vogliamo, di affidare TELLUS alle librerie Feltrinelli - che nel magma possono anche occultarlo e operando la resa di quello precedente ad ogni numero nuovo di fatto non hanno la serie completa - ma che offre maggiori garanzie per i lettori, per gli studenti, per gli studiosi. La libreria KARAMAN, che ha sede nel centro di Pisa, sul Lungarno Pacinotti, 35, all’angolo della Sapienza e delle sedi universitarie, può diffondere TELLUS fra gli universitari che frequentano le materie umanistiche o filosofiche.
In copertina infatti mettiamo, stavolta, il volume “SUL LIBERALISMO”, che contiene interventi davvero preziosi. E come saggio emblematico poniamo l’incipit del saggio di Marco Baldino, che i due volumi bianchi ha curato, nel 2000 e 2001, dal titolo “Liberalismo e geofilosofia”. Questo saggio ha un andamento che riassume molte delle immagini più fortunate del filosofo. In più c'è stile. Saper scrivere fortunamente non lo si acquista con la cattedra o facendo da portaborse al Bodei o Cacciari di turno.
Marco Baldino oggi vive un suo personale “darsi alla macchia” nel sito www.marcobaldino.com. Personalmente ritengo sia una delle voci più originali della riflessione filosofica italiana, soprattutto con il saggio, poi proseguito su pagine telematiche, dedicato alla “Filosofia Free-lance”. Vera e propria dinamite, nell’accezione nicciana, contro l’accademia universitaria e il pensiero fossile. Non glielo hanno perdonato. E la sua produzione ha ricevuto in cambio silenzio.
Anche per questo per questo motivo mi è caro e ho stima per la sua figura di uomo.
Il saggio si trova in TELLUS 23. L’antologia più ampia del suo sito, Kasparhauser, compare in TELLUS 27: “Dalla Torre Pendente alle Alpi”. Anche questo volume è acquistabile nella libreria “Karaman” nella medesima offerta fatta dall'editore su queste pagine.
Claudio Di Scalzo
Marco Baldino: da “Liberalismo e Geofilosofia”
Vite deprivate di ogni sbocco, patire ogni giorno l'insopportabilità di un orizzonte chiuso, quella lunga permanenza sul suolo di cui parla Heidegger, tutto ciò, in prima istanza, prima ancora di divenire il fondo da cui prende forma la necessità di una “ripetizione della grandezza dell'inizio” tutto ciò - dicevo - è una lunga coabitazione con L'inabitabile. Il domestico, il provinciale, sono paradossalmente il paradigma stesso dell'inabitabilità, dell'insopportabile — se non si è già da sé convinti di ciò lo si può almeno verifìcare nella letteratura: Gertrude, sì, la manzoniana Gertrude: dai penetrali della dimora a quelli del convento e viceversa, senza soluzione di continuità; oppure nelle cronache: Pierre Rivière. Il quotidiano è orrido nelle valli e nei recessi della casa. Insopportabile è soprattutto la diseguaglianza che qui separa dall'umano, che esclude dalla parola, che estromette dal pensiero — penso a Woyzeck, quello di Buchner, ma anche a quello delle cronache criminali e mediche del 1823. Orribile è questa esclusione che vincola alla minorità, che immette delle creature in una regione spirituale la cui dimensione è un “quasi-nulla”. E che a tutto ciò si associno talvolta dei sintomi o delle manifestazioni terrificanti è infine giocoforza. «La condizione dell'animale domestico - scrive Junger - si porta dietro quello della bestia da macello». Bene! Ma nel momento in cui un lampo erompe nel domestico, o nel provinciale, che è la forma territoriale della domesticità (è il caso per esempio della cosiddetta "globalizzazione"), qualcosa qui e là prende la via della macchia; dinanzi alla rivelazione dell'orrore della propria condizione nasce qualcosa come un rifiuto della civiltà, il desiderio di uscire dal solco - il domestico comunica sordamente con il selvatico (che altro è Heathcltff se non la personificazione di questo passaggio segreto?). Quando un lampo illumina la scena il dolore domestico si converte nella fuga dell'Homo salvadego, il pastorello diviene orco. Questo è ciò che io chiamo “inselvatichire”, silvescere, un darsi al bosco che è come un segno di macchia, quel desiderio di ritirarsi dalla compagine civile (che è proprio dell’Homo selvadego) perché se ne percepisce tutta l’esclusività, tutta l’inospitalità. (...)