Tellus nella sua lunga vita editoriale e la conseguente metamorfica Redazione si è occupata spesso del divino e del sacro. Lo fece anche con il numero 17 del dicembre 1996. Lo ricordo anche ne “Il sacro alla latitudine di Tellus”, mia prefazione all’annuario 28, CATTOLICESIMO, a settembre in libreria, con queste parole: «Questo numero amplia la riflessione sul sacro che Tellus ha trattato, episodicamente, nei numeri precedenti, e lo fa con un intento più manualistico e antologico perché lo scopo è quello di offrire un affresco il più possibile unitario, anche sul piano teologico, riguardo al cristianesimo cattolico in poesia e nell’arte. La poesia religiosa del Novecento ha avuto in sorte l’occultamento, e i poeti che la praticarono, l’oblio. Se la loro è stata una forma di dedizione al sacro per “leggere” il mondo - e le sue bellezze e tragedie - meritano la stessa attenzione riconoscente di chi si è affidato all’esistenzialismo o a pratiche più laiche. Per questo l’accostamento è con il Credo, con la preghiera cardine del Cattolicesimo, e l’incastro è avvenuto liberamente e con facilità assoluta».
Schematizzando per i lettori-navigatori si può affermare che nei numeri precedenti il Dio era quello dei filosofi mentre con il TELLUS 24-25 “Scritture celesti, poesie in cerca di Dio”, 2003, e con “Cattolicesimo, nella poesia italiana, nell’arte europea”, nel TELLUS 28, 2007, il Dio è quello dei poeti e dei poeti credenti, degli artisti e degli artisti credenti, così come di santi e papi. È il Cattolicesimo anche della gente comune che per secoli si è riconosciuta e si riconosce nella preghiera del Credo abbinata a poeti come Ungaretti e Rebora e Betocchi.
Questa la scelta per il nuovo TELLUS.
Noi siamo convinti che ogni teologia, e così anche quella cattolica, ha qualcosa di romanzesco, di fortemente narrativo, nei suoi testi e tracce di scrittura, e come tali la presentiamo non escludendo in futuro di pubblicare annuari dedicati al Protestantesimo o al ciclo romanzesco del Comunismo che ebbe una sua teologia marxiana. Insomma TELLUS-annuario è un Almanacco-annuario che ha empiti narrativi, a larga diffusione, è un libro per molti, intende “narrativizzare” gli eventi del Novecento e i grandi temi ideologici e teologici. Anche nelle sue scelte iconografiche apre alla grande comunicazione dei segni: nel numero 28 le immagini di copertina sono affidate ad un fumettista, Alessandro Borroni, mentre il numero 17, dal quale traggo un interessante saggio di Ivan Fassin, le immagini sono di un pittore informale, sicuramente interessante in galleria, ma io non l’avrei mai messo, perché è arte per pochi e non comunica come può farlo chi ha lavorato anni sul Vangelo a fumetti.
Claudio Di Scalzo
IVAN FASSIN: LE MOLTE VIE DEL SACRO E L'ALTERITA’ DELL’ANNUNCIO CRISTIANO
Molte interpretazioni dell'attuale revival delle “religioni” convergono nel sottolineare un complesso di cause che discendono dai processi di modernizzazione accelerata degli ultimi decenni. A una “secolarizzazione” galoppante che avrebbe fatto cadere le “irrazionali” credenze diffuse (tra cui quelle religiose, appunto), sopraffatte dalla razionalità di scopo dominante nei processi organizzativi e produttivi, non è seguito tuttavia il compimento delle promesse di emancipazione e felicità che parevano implicite nel trionfo della scienza e della tecnica. Così l'uomo contemporaneo, trovatosi all'improvviso depauperato sia di certezze antiche, sia di speranze moderne, in preda a un'acuta crisi di senso dell'esistenza individuale/sociale, non saprebbe resistere all'“attrazione sacrale”, che volta a volta prende le vie dell'arcaismo, dell'esotismo, e quasi sempre coloriture fondamentalistiche. Il fenomeno, che interessa gruppi umani abbastanza estesi, anche se non ancora maggioritari, si radicherebbe nella solitudine dell'individuo (consegnato dalla modernizzazione a una separatezza carica paradossalmente di eccessive responsabilità), nella insicurezza soggettiva di fronte alla macchina gigantesca e indominabile del “progresso” tecnologico, nella percezione della invivibilità della nuova condizione che regala una libertà e una conoscenza sproporzionate rispetto a un autentico dominio degli eventi e dei processi.
Gli riuscirebbe dunque abbastanza naturale rivolgersi al fenomeno religioso, come fatto salvifico e collettivo (chiese, sette, gruppi comunitari anche entro le chiese tradizionali) come una occasione di sopravvivenza, una sensazione di significatività dell'esistenza, una resistenza di umanità di fronte a meccanismi spersonalizzanti.
Ora io credo che bisognerebbe stare attenti a non respingere il fenomeno, criminalizzarlo per così dire, come una banale ricaduta in comportamenti superati, in una arretratezza spirituale, in sostanza nella “superstizione”, ma si dovrebbe altrettanto evitare di mitizzare questi avvenimenti, salutandoli come l'alba di una nuova era, una “ripresa” di spirito autenticamente religioso, ecc.
Si sa del resto da diverso tempo, solo che si abbia qualche familiarità con la conoscenza antropologica, che la modernizzazione era anche un processo complesso, a più strati, per così dire; sicché sotto allo strato entusiasticamente illuministico di comportamenti espliciti e pubblici, persisteva in tutti i ceti sociali (intellettuali compresi, per la chiarezza) uno strato oscuro di credenze implicite, e di formule superstiziose, di rituali inconsci, e - anche senza scomodare l'inconscio e la psicoanalisi - di desideri impossibili, e sogni (anche ad occhi aperti), e miti. Solo così del resto si spiegano le esplosioni periodiche di irrazionalità individuale e purtroppo anche collettiva, non senza che occulti e meno occulti registi e stregoni ne sapessero volta a volta approfittare.
Dunque non mi rallegrerei troppo presto di questo revival dalle troppe inquietanti implicazioni, e soprattutto eviterei, come invece più d'uno fa, di salutarlo come un'uscita definitiva dalle strettoie della razionalità scientista e illuministica; già qualche volta abbiamo visto in questo secolo stravolgere l'apparente genuinità di un bisogno sociale in una macchina tecnicizzata rafforzata dalla oscura energia del mito: quanto dovrebbe bastare per essere vaccinati verso entusiasmi facili.
Del resto con la rinascita dello spirito “religioso” vediamo rinascere una conflittualità diffusa, quando non addirittura il fantasma delle guerre di religione. E allora? È possibile una lettura “neutra”, o almeno non pregiudizialmente negativa, del fenomeno? Dico subito che non mi convince la proposta di una pacifica accettazione di una sorta di cuius regio eius religio pluralistica (ovvio) rispetto al totalitarismo delle grandi religioni, quasi che automaticamente questo garantisse la pacifica convivenza delle convinzioni e delle credenze, tutte accomunate dalla causa “contro” della liberazione dal contenitore omologante: da che mondo è mondo dall'autoritarismo difficilmente nasce altro che ribellione e conflitto. Ma non è questa la questione: il problema è se una “pluralità” locale di vie al divino si stabilisce di per sé in una fraterna coesistenza, o se affermare questo non è sperare ciò che si dovrebbe piuttosto dimostrare possibile, attendersi (magicamente?) ciò che viceversa si dovrebbe promuovere. Ma come?
In realtà, dal mio punto di vista, la questione oggi dovrebbe essere posta in modo diverso, alla luce delle conoscenze antropologiche. La “religione”, comunque intesa, è solamente (per così dire) un elemento, una sezione, per quanto importante - e tradizionalmente “determinante” - del complesso culturale di un popolo o di un gruppo umano. La sua pretesa di rappresentare valori totalizzanti è esattamente la dimensione che non può essere accettata nel mondo contemporaneo, la sua pretesa di costituire un originario fondante del sociale (la “violenza del sacro”) fa a pugni con i fondamenti del vivere civile e democratico, con un'idea di patto civile continuamente rinnovato e verificato, con una visione della comunità politica come accessibile potenzialmente a tutti. E si ha un bel giocare intorno a idee di stato debole da un lato e di religione tollerante dall'altro: il fatto è che semmai occorrerebbe una religione debole e uno stato tollerante, cosa che a quanto pare non è così facile da realizzare... Tanto è vero che è stato uno dei sogni infranti della modernità. Intendere la religione nei “limiti della sola cultura” (per parafrasare un tema squisitamente illuministico) potrebbe essere un compito interessante, una volta sgombrato il campo dal timore superstizioso di attentare ad un tema di cui non si può parlare, a un'area di ineffabilità. È ben chiaro che esistono nell'esperienza/esistenza umana zone d'ombra, percezioni di alterità indomabile, elementi di mistero; ma dopo la scienza moderna si sa anche quanto sia facile - quanto sia stata facile nella lunga storia dell'umanità - la strumentalizzazione di questo timore e tremore, la considerazione di un “sacro” sottratto a ogni investigazione, fondamento del sociale tanto forte quanto inconscio, e, secondo alcuni, fonte stessa di ogni complesso culturale inteso come alibi - un parlar d'altro rispetto ai segreti indicibili e atroci che stanno alla base del coagulo sociale. È la tesi ardita e forse eccessiva di René Girard la società (la cultura) si fonderebbe sul delitto primordiale dell'uccisione del capro (veramente, un uomo!) espiatorio, sulla complicità degli uccisori, dalla quale avrebbero origine norme e credenze indiscusse.
Si può accettare, pur nella sua crudezza, questa proposta estrema (che spiegherebbe bene la incompatibilità delle “religioni” del passato, e anche d'oggi, se vissute dall'interno e non recuperate archeologicamente come quadri esotici) per mostrare come nell'indagine sull'esperienza religiosa soltanto tutti i quadri disciplinari, positivo e negativo si toccano, libertà e necessità si confondono, le “vie al divino” si rivelano tortuose e assai poco “pluralistiche”. Ciascuna macchina del sacro ha le sue “vie” d'altra natura, legate ad una ossessionante dominazione di tutte le dimensioni distinguibili dell'umana esperienza: lo spazio (il sacro “separato”, témenos), il tempo (le immemorabili origini, un futuro escatologico), il gruppo umano (i “veri” uomini, i salvati, gli eletti), e, ovviamente, ciascuna è per così dire contro ogni altra armata.
Questo non toglie che la necessaria convivenza umana su un pianeta divenuto piuttosto piccolo comporti uno sforzo di coesistenza tra culture, la costruzione di una possibilità inter-culturale, e dunque anche inter-religiosa (ecumenismo?), ma non si tratta certo di un compito né facile, né di prossima esecuzione. In ogni caso si tratterebbe di muoversi in direzione opposta dalla semplice compresenza di visioni per definizione totalizzanti: una impresa che si aggroviglia in contraddizioni senza fine, tra possibili accuse di relativismo e rimpianti di purezze originarie. Ma quel che è peggio: un compito ancora una volta da affidare alla ragione occidentale, all'illuminismo incompiuto, a una più “comprensiva” e raffinata scienza “umana”.
Diverso, molto diverso, è a mio vedere il discorso della fede (cristiana). Che se non è una religione, non lo è per la sua assoluta debolezza, non per la sua forza. Dunque non può confliggere, perché non si pone sullo stesso piano, con le “altre” religioni: se lo fa, come purtroppo lo ha fatto nella storia, è stato solo per perdere. Perdere, intendo, di identità e di autenticità, invischiandosi nelle (cioè contro le) culture diverse, rispetto alle quali poteva solo porsi come silenzioso e debole fermento, sfuggendo alla tentazione del giudizio, della separazione precoce della zizzania. Come è evidente, la “via” cristiana al divino è Cristo stesso (Ego sum via...), l'alterità totalmente umanizzata (incarnazione); e il suo messaggio è quella paradossale chiamata rivolta a ognuno, che sfugge a ogni “ricerca” filosofica e culturale, ed è, in altre parole, la prima “decostruzione” del sacro storico, coi suoi confini spazio-temporali e antropici. Trovo suggestive convergenze con questa prospettiva non in manuali di apologetica cristiana, ma nel recente volume dell'Annuario Filosofico Europeo, dal titolo La religione, dove appunto contraddicendo la genericità del titolo due attenti studiosi come Vattimo e Gargani tracciano una prospettiva singolare della filosofia di fronte all'appello cristiano. L'uno all'insegna dell'inevitabilità del fare i conti - in prospettiva ermeneutica - con un “già dato” linguistico ed esperienziale, la tradizione “da cui proveniamo”. L'altro audacemente rivendicando il carattere “immanente” dell'esperienza religiosa (ma più propriamente cristiana, quindi la sua debolezza sul piano metafisico malgrado le imponenti costruzioni teologiche del passato), la sua inconfrontabilità coi dati propriamente culturali, la sua estraneità ad ogni logica del possesso, la sua alterità ad ogni moralismo, la sua natura di evento imprevedibile, di annuncio, di appello d'amore, di inguaribile nostalgia esistenziale. Così da potersi incontrare con la filosofia sul versante non già delle risposte, ma delle (comuni) domande.
(Ivan Fassin è studioso del fenomeno antropologico in ambito alpino e autore di diversi saggi. Nel 1991 ha pubblicato, presso l'Officina del libro, il volume Il conglomerato del diavolo. Fantasticherie alpine).