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Lo scaffale di Tellus
Ivan Fassin: Le molte vie del sacro. Nota di Claudio Di Scalzo per TELLUS 28: "Cattolicesimo".
Tellus 17, 1996
Tellus 17, 1996 
01 Luglio 2007
 

Tellus nella sua lunga vita editoriale e la conseguente metamorfica Redazione si è occupata spesso del divino e del sacro. Lo fece anche con il numero 17 del dicembre 1996. Lo ricordo anche ne “Il sacro alla latitudine di Tellus”, mia prefazione all’annuario 28, CATTOLICESIMO, a settembre in libreria, con queste parole: «Questo numero amplia la riflessione sul sacro che Tellus ha trattato, episodicamente, nei numeri precedenti, e lo fa con un intento più manualistico e antologico perché lo scopo è quello di offrire un affresco il più possibile unitario, anche sul piano teologico, riguardo al cristianesimo cattolico in poesia e nell’arte. La poesia religiosa del Novecento ha avuto in sorte l’occultamento, e i poeti che la praticarono, l’oblio. Se la loro è stata una forma di dedizione al sacro per “leggere” il mondo - e le sue bellezze e tragedie - meritano la stessa attenzione riconoscente di chi si è affidato all’esistenzialismo o a pratiche più laiche. Per questo l’accostamento è con il Credo, con la preghiera cardine del Cattolicesimo, e l’incastro è avvenuto liberamente e con facilità assoluta».

Schematizzando per i lettori-navigatori si può affermare che nei numeri precedenti il Dio era quello dei filosofi mentre con il TELLUS 24-25Scritture celesti, poesie in cerca di Dio”, 2003, e con “Cattolicesimo, nella poesia italiana, nell’arte europea”, nel TELLUS 28, 2007, il Dio è quello dei poeti e dei poeti credenti, degli artisti e degli artisti credenti, così come di santi e papi. È il Cattolicesimo anche della gente comune che per secoli si è riconosciuta e si riconosce nella preghiera del Credo abbinata a poeti come Ungaretti e Rebora e Betocchi.

Questa la scelta per il nuovo TELLUS.

Noi siamo convinti che ogni teologia, e così anche quella cattolica, ha qualcosa di romanzesco, di fortemente narrativo, nei suoi testi e tracce di scrittura, e come tali la presentiamo non escludendo in futuro di pubblicare annuari dedicati al Protestantesimo o al ciclo romanzesco del Comunismo che ebbe una sua teologia marxiana. Insomma TELLUS-annuario è un Almanacco-annuario che ha empiti narrativi, a larga diffusione, è un libro per molti, intende “narrativizzare” gli eventi del Novecento e i grandi temi ideologici e teologici. Anche nelle sue scelte iconografiche apre alla grande comunicazione dei segni: nel numero 28 le immagini di copertina sono affidate ad un fumettista, Alessandro Borroni, mentre il numero 17, dal quale traggo un interessante saggio di Ivan Fassin, le immagini sono di un pittore informale, sicuramente interessante in galleria, ma io non l’avrei mai messo, perché è arte per pochi e non comunica come può farlo chi ha lavorato anni sul Vangelo a fumetti.

 

Claudio Di Scalzo

 

 

IVAN FASSIN: LE MOLTE VIE DEL SACRO E L'ALTERITA’ DELL’ANNUNCIO CRISTIANO

 

Molte interpretazioni dell'at­tuale revival delle “religioni” convergono nel sottolineare un complesso di cause che discen­dono dai processi di modernizzazione accelerata degli ultimi decenni. A una “secolarizzazione” galoppante che avrebbe fatto cadere le “irrazionali” credenze diffuse (tra cui quelle reli­giose, appunto), sopraffatte dalla razionalità di scopo dominante nei processi organizzativi e produttivi, non è seguito tuttavia il compimento delle promesse di emancipazione e felicità che parevano implicite nel trionfo della scienza e della tecnica. Così l'uomo contemporaneo, trovatosi all'improvviso depauperato sia di cer­tezze antiche, sia di speranze moderne, in preda a un'acuta crisi di senso dell'esistenza individuale/sociale, non saprebbe resistere all'“attrazione sacrale”, che volta a volta prende le vie dell'arcaismo, del­l'esotismo, e quasi sempre coloriture fondamentalistiche. Il fenomeno, che interessa gruppi umani abbastanza estesi, anche se non ancora maggioritari, si radicherebbe nella solitudine dell'individuo (consegnato dalla modernizzazione a una separatezza carica paradossalmente di eccessive responsabilità), nella insicurezza sog­gettiva di fronte alla macchina gigan­tesca e indominabile del “progresso” tecnologico, nella percezione della invivibilità della nuova condizione che regala una libertà e una cono­scenza sproporzionate rispetto a un autentico dominio degli eventi e dei processi.

Gli riuscirebbe dunque abbastanza naturale rivolgersi al fenomeno reli­gioso, come fatto salvifico e collettivo (chiese, sette, gruppi comunitari anche entro le chiese tradizionali) come una occasione di sopravvi­venza, una sensazione di significati­vità dell'esistenza, una resistenza di umanità di fronte a meccanismi sper­sonalizzanti.

 

Ora io credo che bisognerebbe stare attenti a non respingere il fenomeno, criminalizzarlo per così dire, come una banale ricaduta in comportamenti superati, in una arretratezza spirituale, in sostanza nella “superstizione”, ma si dovrebbe altrettanto evitare di mitizzare questi avvenimenti, salutan­doli come l'alba di una nuova era, una “ripresa” di spirito autenticamente reli­gioso, ecc.

Si sa del resto da diverso tempo, solo che si abbia qualche familiarità con la conoscenza antropologica, che la modernizzazione era anche un pro­cesso complesso, a più strati, per così dire; sicché sotto allo strato entusia­sticamente illuministico di comporta­menti espliciti e pubblici, persisteva in tutti i ceti sociali (intellettuali com­presi, per la chiarezza) uno strato oscuro di credenze implicite, e di for­mule superstiziose, di rituali inconsci, e - anche senza scomodare l'inconscio e la psicoanalisi - di desideri impossi­bili, e sogni (anche ad occhi aperti), e miti. Solo così del resto si spiegano le esplosioni periodiche di irrazionalità individuale e purtroppo anche collettiva, non senza che occulti e meno occulti registi e stregoni ne sapessero volta a volta approfittare.

 

Dunque non mi rallegrerei troppo presto di questo revival dalle troppe inquietanti implicazioni, e soprattutto eviterei, come invece più d'uno fa, di salutarlo come un'uscita definitiva dalle strettoie della razionalità scienti­sta e illuministica; già qualche volta abbiamo visto in questo secolo stravolgere l'apparente genuinità di un bisogno sociale in una macchina tec­nicizzata rafforzata dalla oscura ener­gia del mito: quanto dovrebbe bastare per essere vaccinati verso entusiasmi facili.

Del resto con la rinascita dello spirito “religioso” vediamo rinascere una conflittualità diffusa, quando non addirittura il fantasma delle guerre di religione. E allora? È possibile una let­tura “neutra”, o almeno non pregiudi­zialmente negativa, del fenomeno? Dico subito che non mi convince la proposta di una pacifica accettazione di una sorta di cuius regio eius religio pluralistica (ovvio) rispetto al totalita­rismo delle grandi religioni, quasi che automaticamente questo garantisse la pacifica convivenza delle convinzioni e delle credenze, tutte accomunate dalla causa “contro” della liberazione dal contenitore omologante: da che mondo è mondo dall'autoritarismo difficilmente nasce altro che ribellione e conflitto. Ma non è questa la que­stione: il problema è se una “pluralità” locale di vie al divino si stabilisce di per sé in una fraterna coesistenza, o se affermare questo non è sperare ciò che si dovrebbe piuttosto dimostrare possibile, attendersi (magicamente?) ciò che viceversa si dovrebbe pro­muovere. Ma come?

 

In realtà, dal mio punto di vista, la questione oggi dovrebbe essere posta in modo diverso, alla luce delle cono­scenze antropologiche. La “religione”, comunque intesa, è solamente (per così dire) un elemento, una sezione, per quanto importante - e tradizional­mente “determinante” - del complesso culturale di un popolo o di un gruppo umano. La sua pretesa di rappresen­tare valori totalizzanti è esattamente la dimensione che non può essere accet­tata nel mondo contemporaneo, la sua pretesa di costituire un originario fondante del sociale (la “violenza del sacro”) fa a pugni con i fondamenti del vivere civile e democratico, con un'idea di patto civile continuamente rinnovato e verificato, con una visione della comunità politica come accessi­bile potenzialmente a tutti. E si ha un bel giocare intorno a idee di stato debole da un lato e di religione tolle­rante dall'altro: il fatto è che semmai occorrerebbe una religione debole e uno stato tollerante, cosa che a quanto pare non è così facile da rea­lizzare... Tanto è vero che è stato uno dei sogni infranti della modernità. Intendere la religione nei “limiti della sola cultura” (per parafrasare un tema squisitamente illuministico) potrebbe essere un compito interessante, una volta sgombrato il campo dal timore superstizioso di attentare ad un tema di cui non si può parlare, a un'area di ineffabilità. È ben chiaro che esistono nell'esperienza/esistenza umana zone d'ombra, percezioni di alterità indo­mabile, elementi di mistero; ma dopo la scienza moderna si sa anche quanto sia facile - quanto sia stata facile nella lunga storia dell'umanità - la stru­mentalizzazione di questo timore e tremore, la considerazione di un “sacro” sottratto a ogni investigazione, fondamento del sociale tanto forte quanto inconscio, e, secondo alcuni, fonte stessa di ogni complesso cultu­rale inteso come alibi - un parlar d'al­tro rispetto ai segreti indicibili e atroci che stanno alla base del coagulo sociale. È la tesi ardita e forse ecces­siva di René Girard la società (la cul­tura) si fonderebbe sul delitto primor­diale dell'uccisione del capro (vera­mente, un uomo!) espiatorio, sulla complicità degli uccisori, dalla quale avrebbero origine norme e credenze indiscusse.

Si può accettare, pur nella sua cru­dezza, questa proposta estrema (che spiegherebbe bene la incompatibilità delle “religioni” del passato, e anche d'oggi, se vissute dall'interno e non recuperate archeologicamente come quadri esotici) per mostrare come nel­l'indagine sull'esperienza religiosa soltanto tutti i quadri disciplinari, posi­tivo e negativo si toccano, libertà e necessità si confondono, le “vie al divino” si rivelano tortuose e assai poco “pluralistiche”. Ciascuna mac­china del sacro ha le sue “vie” d'altra natura, legate ad una ossessionante dominazione di tutte le dimensioni distinguibili dell'umana esperienza: lo spazio (il sacro “separato”, témenos), il tempo (le immemorabili origini, un futuro escatologico), il gruppo umano (i “veri” uomini, i salvati, gli eletti), e, ovviamente, ciascuna è per così dire contro ogni altra armata.

Questo non toglie che la necessaria convivenza umana su un pianeta divenuto piuttosto piccolo comporti uno sforzo di coesistenza tra culture, la costruzione di una possibilità inter-culturale, e dunque anche inter-religiosa (ecumenismo?), ma non si tratta certo di un compito né facile, né di prossima esecuzione. In ogni caso si tratterebbe di muoversi in direzione opposta dalla semplice compresenza di visioni per definizione totalizzanti: una impresa che si aggroviglia in con­traddizioni senza fine, tra possibili accuse di relativismo e rimpianti di purezze originarie. Ma quel che è peggio: un compito ancora una volta da affidare alla ragione occidentale, all'illuminismo incompiuto, a una più “comprensiva” e raffinata scienza “umana”.

Diverso, molto diverso, è a mio vedere il discorso della fede (cri­stiana). Che se non è una religione, non lo è per la sua assoluta debo­lezza, non per la sua forza. Dunque non può confliggere, perché non si pone sullo stesso piano, con le “altre” religioni: se lo fa, come purtroppo lo ha fatto nella storia, è stato solo per perdere. Perdere, intendo, di identità e di autenticità, invischiandosi nelle (cioè contro le) culture diverse, rispetto alle quali poteva solo porsi come silenzioso e debole fermento, sfuggendo alla tentazione del giudi­zio, della separazione precoce della zizzania. Come è evidente, la “via” cri­stiana al divino è Cristo stesso (Ego sum via...), l'alterità totalmente uma­nizzata (incarnazione); e il suo mes­saggio è quella paradossale chiamata rivolta a ognuno, che sfugge a ogni “ricerca” filosofica e culturale, ed è, in altre parole, la prima “decostruzione” del sacro storico, coi suoi confini spa­zio-temporali e antropici. Trovo suggestive convergenze con questa prospettiva non in manuali di apologetica cristiana, ma nel recente volume dell'Annuario Filosofico Europeo, dal titolo La religione, dove appunto contraddicendo la genericità del titolo due attenti studiosi come Vattimo e Gargani tracciano una pro­spettiva singolare della filosofia di fronte all'appello cristiano. L'uno all'insegna dell'inevitabilità del fare i conti -  in prospettiva ermeneutica - con un “già dato” linguistico ed esperienziale, la tradizione “da cui prove­niamo”. L'altro audacemente rivendi­cando il carattere “immanente” dell'e­sperienza religiosa (ma più propria­mente cristiana, quindi la sua debo­lezza sul piano metafisico malgrado le imponenti costruzioni teologiche del passato), la sua inconfrontabilità coi dati propriamente culturali, la sua estraneità ad ogni logica del possesso, la sua alterità ad ogni moralismo, la sua natura di evento imprevedibile, di annuncio, di appello d'amore, di inguaribile nostalgia esistenziale. Così da potersi incontrare con la filosofia sul versante non già delle risposte, ma delle (comuni) domande.

 

 

(Ivan Fassin è studioso del fenomeno antropologico in ambito alpino e autore di diversi saggi. Nel 1991 ha pubblicato, presso l'Officina del libro, il volume Il conglomerato del diavolo. Fantasticherie alpine).


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