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Francesco Osti: “Da una fabbrica dismessa all’altra”
02 Aprile 2007
 

Francesco Osti nasce a Morbegno (Sondrio) nel 1976. Qui attualmente lavora come magazziniere. Suoi testi sono apparsi nelle antologie Tutta la forza della poesia (Labos, Morbegno 2003), Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004), La riqualificazione urbana (Coen Tanugi editore, 2006) e sul settimanale Specchio del quotidiano La Stampa di Torino. Ha pubblicato la raccolta di prose poetiche intitolata Errore di sintassi (Lietocolle, 2005) inserita nella collana Opera Prima allora diretta da Maurizio Cucchi. Recentemente, febbraio 2007, a cura di Pietro Berra, è stato inserito nell’antologia Poeti intorno al Lario. “Da una fabbrica dimessa all’altra” doveva comparire sull’annuario TELLUS 27: “Dalla Torre Pendente alle Alpi, Viaggi e altri viaggi”. Francesco Osti collabora a TELLUSfolio e, essendo molto legato alla Valtellina, al mensile ‘L Gazetin della Labos Editrice, con una sua rubrica -ITACA- assieme a Massimo Bevilacqua.

 

 

FRANCESCO OSTI: DA UNA FABBRICA DISMESSA ALL'ALTRA

 

 

COTONI (Anche in Lieto Colle)

 

Dal balcone dell’ottavo piano comignoli fumanti di bianco, un cielo che va scurendo, i tetti delle case e le strade sprofondate, interstizi di un pavimento coperto a piastrelle. Alla fabbrica dei cotoni, le invetriate dell’ultimo piano aprono la veduta e innalzano la fantasia: non motori eternamente avviati ad avvolgere rocchetti di filo, ma una sala con delle spalliere in legno per la danza, corrimano e specchi continui; il sole sciolto all’orizzonte, abbandona nuovamente solidi i telai delle finestre, rassettando le trasparenze come pensieri; nella notte andranno formandosi grandi e complicati cristalli.

Bormio, 05/09/2002

 

 

DEPOSITO ANTIQUARIO

 

Fumaioli, fusi torniti e fustellati… rimorchio con container, roveto e ginepraio… ruggini, ossidi…elementi binari scomposti, traversine, rotaie lise e contrappesi armati… gru ripiegate, cavi ravvolti, argani… ponteggi e pontili e compressori… profili anneriti di scappamenti… cabina di comando a terra, giochi di leve, pomelli, manubri… collezione di nastri, catene, maglie e setacci… griglie semoventi, arginamenti e covoni di bolognini… cava dei fanghi con pale meccaniche… Pioppeto argentato di sabbie fini… il gallerista è rimasto all’ombra sulla sdraio.

Morbegno, 08/12/2003

 

 

- lettera II -

 

La finestra del gabinetto è panoramica, oblunga e rigata di sbarre: da quassù ogni giorno vedo la pista risalire al cotonificio e di lontano vedo te figura asciugata, essenziale, alla macchina che di continuo si carica, scatta e fila.

Mi domando se anche nei tuoi cessi, piastrelle interamente bianche diano al piscio quell’odore umido; mi chiedo se, a guardare l’acqua appesantita sul fondo della turca, anche a te venga in mente la faccia del tuo superiore.

Me lo domando e te lo chiedo.

Ed una camionetta sale i tornanti per portare nuova materia prima, e fra un’ora sarà finita la giornata lavorativa e tornerò alla cella fra due ali di secondini.

Bormio, 14/03/2003

 

 

SOPRALLUOGO (Anche in Lieto Colle)

 

Trascinano fuori dalla sede il tombino di ghisa: sotto c’è il bocchettone, lo svitano dal suo filetto ossidato; la torcia elettrica entra nella cisterna, irrispettosamente come una finestra spalancata sul sonno. Il caposquadra in piedi immobile chiede se sia vuota, disseccata; un tecnico tiene la testa affondata nel limbo della botola: sul fondo rialzato dai fanghi, vede disegnarsi una faccia, larga, la fronte aggrottata, un paio di occhiali abbassati sulla punta del naso… la bocca atteggiata come se zufolasse, poi contratta, severissima… eccolo, nell’ultimo rifugio, il volto della Dismissione.

Morbegno, 11/11/2003

 

 

VIA MAESTRI DEL LAVORO

 

Aspetta al varco il giovane ingegnere dalle scarpe infangate, così irrequieto sul suo perno, impettito, mentre tiene al guinzaglio della bindella tutti i fogli delle metrature. Oltre è il campo incolto dei rovi, delle sterpaglie, delle erbacce di ultima falciatura, oneste ed imballate: brillano di una luce chimica, o sono opache, bronzate di polveri fini. Due altre figure, anonime, non meglio riconducibili ad artigiani iscritti all’albo, si aggirano mani in tasca come adolescenti smaltita la sbronza, sbirciano oltre un muricciolo diroccato con un aria svogliata, bestemmiano fiati di condensa, evitano lo sguardo. Sondano il terreno per un nuovo capannone.

Andremo noi a lavorare per loro? Se no, chi verrà? La commessa liquidata? La turnista dagli occhi ancora umidi per il mancato rinnovo?

…Resto così senza risposta, impotente come un debole sole che si agita di febbre oltre la bruma…

Milano, 17/01/2004

 

 

AD IMPILARE CARTONI

 

“…e il prossimo bancale lascialo un po’ scostato, mi pare che la fila penda verso una rovinosa caduta…”

Cosio, 23/12/2004

 

 

FARE VISITA

 

Ogni qualche stipendio passo per sentire come stanno: le ritrovo sempre oltre-fiume dove il braccio diviene lago, sempre a guardarmi arrivare; il loro volto non invecchia mai: fasciato, sottile, imbrillantato di sera. Dopo un momento d’imbarazzo, lecito, troviamo per istinto il canale adatto: gesti e brevi versi, richiami. Mi raccontano il modo sperimentale e il ciclo sapiente della lavorazione… io sono duro, tardo a capire.

Ma oggi le vedo abbandonate in un pensiero: qualcosa o qualcuno nascosto nella macchia carica la spinta d’un motore… c’è quell’unico rumore, adatto per una rincorsa; nuove programmazioni, i tentativi di larghi laboratori… quel brontolio e lassù pensano. Non riconosciuto, io che arrivo e osservo, le chiamo con un fischio…: un’attesa, poi la più alta sorride e inizia un fumo succinto, un fumo traverso.

Mantova, 18/08/2004

 

 

FILATURA DELEBION

 

Giorno detto della natività, un orario improbabile del primo pomeriggio. Passaggi immacolati attraverso la filatura, sale e corridoi ariosi e liberati, bocche d’aria svuotate. Porte bianche scardinate e addossate alla parete, incapaci di intendere e di volere; in controluce, vetri dai finissimi sedimenti appaiono come pizzi su tavoli di cristallo. Il sole dicembrino pasticcio di panna guasta che cola sui ritagli montuosi. Lo sguardo si perde fuori nell’identico candore… della neve… sulla strada, sui marciapiedi, su altri capannoni di operai in festa. Scrivania di pallido compensato sotto doppie vetrate, ritagli mobili di tende scostate. Al piano elevato erano uffici in lunghe corsie: un tempo il ricovero delle abitudini scelte, delle corse scomposte verso le macchine di ricreazione a gettoni. Impiegati carponi, lingue sui pavimenti, arlecchini e marionette dai fili intrecciati si scatenavano nel vaniloquio; praticanti ossequiosi col bagaglio della verità alle prese col loro turpiloquio sostenibile… scaglie di grafite sotto le unghie. Macchinetta a gettoni… all’ingresso archivio dei nomi riverso… sabbie dorate e oceano turchese.

18/09/2002

 

 

IL FU SCATOLIFICIO (1900-2000)

 

Hanno scavato una grande fossa, la sua, immensa… i becchini dalle braccia pneumatiche e dal cuore a scoppio. Cento anime trafitte e vaporose hanno pianto come le rogge che discendono i ghiacciai, nell’alzarsi della polvere, poi stantia come bandiera a mezz’asta. Al garage delle corriere, l’ultima corsa portava il lutto al braccio. Nei rioni più distanti l’ombra pietosa si squagliava e gli uomini restavano nei bar a bere vino, ridendo del tramonto e di ogni suo silenzio. Partirono da lontano, dai campi, dove cerchi di rondini volavano intorno ai campanili, uomini e donne, figli e fratelli, vicini d’armadietto, colleghi di scrivania, ognuno sentiva lo sciabordio delle nuove correnti e ne vedeva già le scorie che passavano sotto le grate dei tombini. Poi un vento fresco, poi un vento tiepido, un alito opulento… Ora lo hanno smembrato, lo hanno sbriciolato e triturato, lo hanno portato via sui cassoni, lungo le rotaie, sparpagliate poi le ceneri come fosse stato un traditore. Ne è rimasto un buco, la fossa vuota: depressurizzata l’anima; restava il dolore, restava negli occhi degli operai pieni di lui, il fu scatolificio.

 

 

MARTINELLI NOTTURNO

 

Nella notte lacrimosa una cinquecento procede scoppiettando e scompiglia l’ordine sparso delle foglie cadute sull’asfalto; faccio quattro passi e procedo lungo il marciapiede che costeggia la strada statale. Le luci della fabbrica metallurgica illuminano a giorno, un’orchestra di mostri bianchi, neri e grigi si adopera nella fossa di cemento ed i suoni si sciolgono lontani nella languida atmosfera notturna. Mentre i polmoni fumosi e fumanti si dilatano e si contraggono, tutt’intorno il paese giace dormiente sotto scure coperte. Addetti sui carrelli elevatori, solitari personaggi negli immensi piazzali, trasportano sferraglianti bobine di filo ferroso dai capannoni verso i depositi a cielo aperto. Bocche di fumo si aprono tra le vetrate cattedrale gialle e impolverate, rumori metallici riempiono gli spazi vuoti, nubi bianche dissolvendosi verso l’alto ne liberano di nuovi… è un rincorrersi indispettito e vizioso. Pausa: la brace di una sigaretta sull’uscio misero fra lamiere issate saldate, le spalle curve come a sentirne il peso, lo sguardo sulle campagne e sui tetti bassi in tegole d’ardesia oltre il muro e la cancellata. Ancora un breve istante muto, poi un motore arcigno che arranca, strepita, sbuffa e soffia sempre più vicino, fari rotondi, invadenti, tremuli… un frastuono che allerta i gatti nelle vicine vigne, un volto aggrottato al finestrino ed un passaggio che si perde presto risucchiando la luce dei lampioni.

I fantasmi e i ricordi si tengono lontani, nel cuore di ferro e cemento non v’è spazio per la morte o la malinconia.

 

 

OFFICINE (1976 - 2002)

 

Lungamente s’era fermato il lamento, invadendo con la sua grassa mole l’aria fine dagli occhi abbagliati; era ritornato non ritmico, terribile il grido, per intere ore come nelle corsie a perdersi era echeggiato in una chitarra distorta. Ora, solo a ben guardare negli spigoli cavi dei muri intorno, qua e là, riposano un sonno tormentato lane di sporcizia, calcinacci e polveri bianche; girano attorno sotto il gesto confuso di arbusti che vaneggiano mani all’aria… Ruderi di edifici invasi e sfasciati. Tutti i grandi alberghi sulla litoranea stanno zitti in un imbarazzo di pietra finta, finti nei balconi leporini simulando pietà. Anche i lampioni lungo le strade per le spiagge sfilano da ventisette anni in sentito cordoglio, accendendosi falsamente la sera poi sfumandosi a capo chino. Solo un fungo matto, nato postumo a ridosso della tomba delle officine, pulsa in un tempo accelerato: e noi ci avviciniamo attraverso questi campi dell’incolto, trascinando una speranza di pezza vecchia… oltre il muro, una fabbrica di mattoni è viva.

Morbegno, 21/12/200


Foto allegate

Errore di sintassi, Lieto Colle
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