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Dall'indice di Tellus
Giuseppe Prezzolini: Codice della vita italiana
Giuseppe Prezzolini
Giuseppe Prezzolini 
13 Febbraio 2007
 

Il testo qui riprodotto corrisponde fedelmente a quello che, con il titolo Codice della vita italiana nel frontespizio editoriale, fu pubblicato a Firenze nei Quaderni della Voce, serie III, n. 45, nel 1923. La prima edizione era apparsa nel 1917 nella Rivista di Milano. Il Codice della vita italiana doveva comparire in TELLUS 27: "Dalla Torrre Pendente alle Alpi, viaggi e altri viaggi", nella sezione: "Viaggio nella stravagante Costituzione di Prezzolini". Per motivi di spazio non è stato possibile e compare, dunque, su TELLUSfolio.

Giuseppe Prezzolini nasce nel 1882 a Perugia; svolse nei primi due decenni del Novecento una grande opera di suscitatore di energie intellettuali e di organizzatore culturale, passando attraverso una varietà di atteggiamenti con una disinvoltura che può risultare discutibile. Come Papini, d'altra parte, cui per tutta la vita fu legato da profonda amicizia. Fondò nel 1903 il Leonardo e nel 1908 La Voce, che ispirata all'inizio a concretezza pragmatistica diventò poi “Rivista dell'idealismo militante” e non disdegnò gli entusiasmi nazionalistici. Partecipò alla prima guerra mondiale; ammirò Mussolini e nel contempo approvò l'azione culturale dell’antifascista Piero Gobetti. Geloso dell'indipendenza e della "superiorità" dell'intellettuale, non si compromise col regime fascista e dal 1925 lavorò per alcuni anni presso un istituto culturale della Società delle Nazioni. Dal 1929 al 1950 visse in America e insegnò letteratura italiana presso la Columbia University. Pubblicò tra il '37 e il '39 i primi due volumi dì un Repertorio bibliografico della storia e della critica della letteratura italiana dal 1933 al 1942. Ritornato in Italia, con frequenti interventi giornalistici ha continuato a svolgere il suo ruolo di intellettuale "non integrato" e imprevedibile, con un orientamento politico decisamente di destra. Nel 1968 si trasferisce a Lugano. È morto, centenario, a Lugano nel 1982. Fra le molte opere, oltre a quelle giovanili, citiamo Benedetto Croce, 1909; La cultura italiana, in collaborazione con Papini, 1923; Il tempo della Voce, 1961; ricordiamo anche le interessanti memorie: L'italiano inutile, 1953; Diario, 1978-'80, poi un'antologia della Voce, 1974 e un testo di riflessioni filosofico-religiose, Dio è un rischio, 1969. (cds)

 
 
 
 
 
 

CODICE DELLA VITA ITALIANA

 
 
 
 
 
Cap. I
 
DEI FURBI E DEI FESSI
 
 
1.
 
I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.
 
 
2.
 
Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia; non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente sulla magistratura, nella pubblica istruzione, ecc.; non è massone o gesuita; dichiara al­l’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. - questi è un fesso.
 
 
3.
 
I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta.
 
 
4.
 
Non bisogna confondere il furbo con l’intelligente. L’intelli­gente è spesso un fesso anche lui.
 
 
5.
 
Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere d’averle.
 
6.
 
Colui che sa, è un fesso. Colui che riesce senza sapere, è un furbo.
 
 
7.
 
Segni distintivi del furbo: pelliccia, automobile, teatro, restaurant, donne.
 
 
8.
 
I fessi hanno dei principi. I furbi soltanto dei fini.
 
 
9.
 
Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.
 
 
10.
 
L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono.
 
 
11.
 
Il fesso, in generale, è stupido. Se non fosse stupido, avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo.
 
 
12.
 
Il fesso, in generale, è incolto per stupidaggine. Se non fosse stupido, capirebbe il valore della coltura per cacciare i furbi.
 
 
13.
 
Ci sono fessi intelligenti e colti, che vorrebbero mandare via i furbi. Ma non possono: 1) perché sono fessi; 2)perché gli altri fessi sono stupidi e incolti, e non li capiscono.
 
 
14.
 
Per andare avanti ci sono due sistemi. Uno è buono, ma l’altro è migliore. Il primo è leccare i furbi. Ma riesce meglio il secondo che consiste nel far loro paura: 1) perché non c’è furbo che non abbia qualche marachella da nascondere; 2) perché non c’è furbo che non preferisca il quieto vivere alla lotta, e l’associazione con altri briganti alla guerra contro questi.
 
 
15.
 
Il fesso si interessa al problema della produzione della ric­chezza. Il furbo sopratutto a quello della distribuzione.
 
 
16.
 
L’Italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. Il furbo è in alto in Italia non soltanto per la propria furbizia, ma per la reverenza che l’Italiano in generale ha della furbizia stessa, alla quale principalmente fa appello per la riscossa e per la vendetta. Nella famiglia, nella scuola, nelle carriere, l’esempio e la dot­trina corrente - che non si trova nei libri - insegnano i sistemi della furbizia. La vittima si lamenta della furbizia che l’ha colpita, ma in cuor suo si ripromette di imparar la lezione per un’altra occasione. La diffidenza degli umili che si riscontra in quasi tutta l’Italia, è appunto l’effetto di un secolare dominio dei furbi, contro i quali la corbelleria dei più si è andata corazzando di una corteccia di silenzio e di ottuso sospetto, non sufficiente, però, a porli al riparo delle sempre nuove scaltrezze di quelli.
 
 
CAP. II
 
DELLA GIUSTIZIA
 
 
17.
 
In Italia non esiste giustizia distributiva. Ne tiene le veci l’ingiustizia distributiva. Per cinque anni il Sindaco (oppure il Deputato, il Prefetto, il Ministro) del partito rosso perseguita gli uomini del partito nero e distribuisce cariche o stipendi agli uomini del partito rosso. La situazione sarebbe intollerabile se dopo cinque anni, essendo salito al potere il Sindaco (c. s.) del partito nero, questi facesse le cose giustamente. E’ chiaro che lascerebbe almeno una metà dell’ingiustizia antecedente. Perciò il Sindaco (c. s.) del partito nero fa tutto il rovescio dell’altro; distribuisce cariche e stipendi agli uomini del partito nero e tiene luogo della giustizia permanente.
 
 
18.
 
Non è vero, in modo assoluto, che in Italia non esiste giu­stizia. E’ invece vero che non bisogna mai chiederla al giudice, bensì al Deputato, al Ministro, al giornalista, all’avvocato in­fluente, ecc. La cosa si può trovare: l’indirizzo è sbagliato.
 
 
19.
 
In Italia non si può ottener niente per le vie legali, nemmeno le cose legali. Anche queste si hanno per via illecita: favore, raccomandazione, pressione, ricatto, ecc…
 
 
CAP. III
 
DEL GOVERNO E DELLA MONARCHIA
 
 
20.
 
L’Italia non è democratica né aristocratica. E’ anarchica.
 
 
21.
 
Tutto il male dell’Italia viene dall’anarchia. Ma anche tutto il bene.
 
 
22.
 
In Italia contro l’arbitrio che viene dall’alto non si è trovato altro rimedio che la disobbedienza che viene dal basso.
 
 
23.
 
In Italia il Governo non comanda. In generale in Italia nes­suno comanda, ma tutti si impongono.
 
 
24.
 
Per le cose grosse non si cade mai, per quelle piccine spesso. Ciò corrisponde al carattere italiano che subisce le grosse ingiu­stizie, ma è intollerantissimo per le piccole.
 
 
25.
 
L’Italiano non dice mai bene di quello che fa il Governo, anche se è fatto bene; però non c’è Italiano il quale non affiderebbe qualunque cosa al Governo e non si lagni perché il Governo non pensa a tutto.
 
 
26.
 
I ministri non sono scelti perché persone competenti nell’agricoltura, nei lavori pubblici, nelle finanze, nelle poste e telegrafi, bensì perché piemontesi, liguri, lombardi, toscani, siciliani, abruzzesi; o perché appartenenti al gruppo a, b, c. Si è ministri non per quel che si è fatto, ma per il dialetto che si capisce, per il gergo parlamentare che si parla. Questo deriva in gran parte dal concetto della ingiustizia distributiva (cap. II).
 
 
27.
 
Il valore degli incarichi non corrisponde sempre alla realtà. Molto spesso il piantone conta più del colonnello, l’usciere ne sa più del ministro, il segretario può quello che il cardinale non osa, e così via. Nelle piazze e nei salotti la conoscenza di questo «annuario segreto» delle potenze, forma uno dei punti indispen­sabili per potere fare carriera. Rivolgersi al principale, senza passare per la succursale, è uno dei più comuni errori di tutti i novizi della vita italiana.
 
 
28.
 
L’autorità del grado non conta. L’Italiano non si inchina davanti al berretto. Nulla lo indispone più dell’uniforme. Ma obbedisce al prestigio personale ed alla capacità di interessare sentimentalmente o materialmente la folla.
 
 
29.
 
 
L’uomo politico è in Italia uomo avvocato. Il dire niente in molte parole è stata sempre la prima qualità degli uomini politici; che se hanno sommato il dire niente al parlare fiorito, hanno raggiunto la perfezione.
 
 
30.
 
 
La monarchia resiste in quanto non esiste. I repubblicani non esistono in quanto non esiste l’oggetto della loro lotta. Non si può combattere un Re che è meno noioso di un presidente di repubblica poiché non crea nemmeno la difficoltà di farsi eleggere.
 
 
31.
 
Il Re ha rinunziato ai diritti che esercitava, e non esercita più quelli che gli sono rimasti.
 
 
32.
 
La piazza è il vero governo italiano, che decide la guerra o fa cessare lo sciopero dei tranvieri. Da parecchi anni impiegati, produttori, operai, e oramai anche militari, sanno che non si ottiene nulla dal governo «se non si scende in piazza». Forse è per questo che siamo i discendenti dei Romani, che decidevano le questioni politiche nel Foro.
 
 
CAP. IV
 
DELLA GEOGRAFIA POLITICA
 
 
33.
 
L’Italia si divide in due parti: una europea, che arriva all’incirca a Roma, e una africana o balcanica che va da Roma in giù. L’Italia africana o balcanica è la colonia dell’Italia europea.
 
 
 
CAP. V
 
DELLA FAMIGLIA
 
 
34.
 
In Italia l’uomo è sempre poligamo. La donna è poliandria. (Quando può).
 
 
35.
 
La famiglia è la proprietà del capo di famiglia. La moglie è un oggetto di proprietà. Se abbandona, si può uccidere. Viceversa non è ammesso che possa uccidere, se la si abbandona.
 
 
36.
 
La moglie ha la sua posizione sociale segnata fra la serva e l’amante. Un po’ più in su della serva e un po’ più in giù dell’amante. Fra le giornate da serva e le notti da amante.
 
 
37.
 
I figli sono proprietà del padre. Devono fare onore, non a se stessi, ma al padre.
 
 
 
CAP. VI
 
DELLE LEGGI
 
 
38.
 
In Italia nove decimi delle relazioni sociali e politiche non sono regolate da leggi, contratti o parole date. Si fondano in­vece sopra accomodamenti pratici ai quali si arriva mediante qualche discorso vago, una strizzatina d’occhio e il tacito lasciar fare fino ad un certo punto. Questo genere di relazioni si chiama compromesso. Non ci sono mai situazioni nette: tra marito e moglie, tra compratore e venditore, tra Governo e opposizione, tra ladri e pubblica sicurezza, tra Quirinale e Vaticano.
 
 
39.
 
Tutto ciò che è proibito per ragioni pubbliche si può fare quando non osta un interesse privato. Nei vagoni dove è proi­bito fumare tutti fumano finché uno non protesta.
 
 
40.
 
In Italia nulla è stabile, fuorché il provvisorio.
 
 
41.
 
La mancia è la più grande istituzione tacita d’Italia, dove gli usi contano più delle leggi, e le consuetudini più dei regolamenti. Per far procedere una pratica come per ottenere un vagone, per avere notizia di una sentenza, come per fare scaricare un piroscafo, occorre sempre la mancia. Il modo di darla è variabile ed esige un noviziato non breve, una conoscenza della graduatoria sociale e dei sistemi in uso. Essa va dal volgare gruzzoletto posto nella mano dell’autorità da commuovere, e dalla bottiglia fatta stappare in onore dell’affare che si conclude, fino alla «bustarella»in uso negli uffici di Roma ed ai contratti tariffati degli agenti ferroviari del settentrione, od al vezzo di perle per la signora e la compartecipazione ad un’emissione di azioni per il grosso affarista o giornalista.
La pena di morte non è abolita in Italia. Essa colpisce, in generale, gli innocenti che si trovano a passare sotto la traiettoria dei moschetti della Regia Guardia o dei Reali Carabinieri, op­pure nel cerchio delle bombe a mano lanciate da socialisti o da fascisti.
 
 
42.
 
La pena di morte non è abolita in Italia. Essa colpisce, in generale, gli innocenti che si trovano a passare sotto la traiettoria dei moschetti della Regia Guardia o dei Reali Carabinieri, oppure nel cerchio delle bombe a mano lanciate da socialisti o da fascisti.
 
 
CAP. VII
 
DELLE FERROVIE
 
 
43.
 
In Italia si viaggia gratis in prima classe; con riduzione, in seconda. In terza si passa la tariffa intera, proporzionalmente più alta di quella che pagherebbero le altre classi, se le altre la pagassero mai interamente.
 
 
CAP. VIII
 
 
DELL’IDEALE
 
 
44.
 
C’è un ideale assai diffuso in Italia: guadagnar molto faticando poco. Quando questo è irrealizzabile, subentra un sottoideale: guadagnar poco faticando meno.
 
45.
 
La scuola è fatta per avere il diploma. E il diploma? Il di­ploma è fatto per avere il posto. E il posto? Il posto è fatto per guadagnare. E guadagnare? E’ fatto per mangiare. Non c’è che il mangiare che abbia fine a se stesso, sia cioè un ideale. Salvo in coloro in cui ha per fine il bere.
 
 
CAP. IX
 
 
DEL GUADAGNO
 
 
46.
 
In generale in Italia nessuna professione è sufficiente da sola per vivere. Perciò si vede l’insegnante che fa anche il giorna­lista; l’impiegato che fa il rappresentante di case commerciali; il ragioniere dello Stato che va a curare la sera aziende private; il giornalista che scrive commedie. Un solo impiego non basta a sbarcare il lunario. Con due ci si riesce. Con tre si vive bene. Bisogna essere furbi per averne quattro. Se fra questi ve ne è uno almeno da trascurare, la preferenza vien data a quello dello Stato, in base al principio che segue.
 
 
CAP. X
 
 
DELLA PROPRIETA’ COLLETTIVA
 
 
47.
 
La roba di tutti (uffici, mobili dei medesimi, vagoni, biblio­teche, giardini, musei, tempo pagato per lavorare, ecc.), è roba di nessuno.
 
 
CAP. XI
 
 
DELL’ITALIA E DEGLI ITALIANI
 
 
48.
 
L’Italia non è il giardino del mondo. L’Italia è un paese naturalmente povero, senza carbone, con poco ferro, molto sco­glio, per tre quarti malarico e troppo popoloso. Esso dipende e dipenderà sempre economicamente dagli stranieri. L’indipen­denza dell’Italia è il mito più infondato e dannoso che un Ita­liano possa nutrire. C’è una sola consolazione: che nessun paese è economicamente indipendente.
 
 
49.
 
L’italiano è un popolo che si fa guidare da imbecilli i quali hanno la fama di essere machiavellici, riuscendo così ad aggiun­gere al danno la beffa, ossia l’insuccesso alla disistima, per il loro Paese. Da molti anni il programma degli uomini che fanno la politica estera sembra riassumersi in questo: mani vuote ma sporche.
 
50.
 
I veri Italiani sono pochissimi. La maggior parte di coloro che passano sotto questo nome sono in realtà piemontesi, toscani, veneti, siciliani, abruzzesi, calabresi, pugliesi e via dicendo. Ap­pena fuori d’Italia, l’Italiano torna ad essere quello che è: piemontese, toscano, veneto, ecc. ecc. L’Italiano sarà un prodotto dell’Italia, mentre l’Italia doveva essere un prodotto degli Italiani.
 
 
51.
 
L’ammirazione degli stranieri per tutte quelle cose che ci urtano nella vita italiana (il lazzaronismo, l’indisciplina, il senti­mentalismo, la musica da serenate, la statueria, ecc.), indica che in tutti questi difetti c’è qualche cosa di gradevole e di simpa­tico. Ma per chi va a fondo delle cose, vede che si tratta di una permanente insidia al carattere italiano, già inclinato a ciò che è più gradevole ma meno pericoloso per gli stranieri. Essi ve­dono volentieri gli Italiani prendere il mandolino in mano e far serenate alla luna, e li carezzano gettando un obolo, con la sim­patia e il disprezzo che si ha per una cortigiana, o la sottintesa superiorità che si mostra verso un cagnolino.
 
 
52.
 
Se per ingegno si intende la facilità nelle cose facili, l’arte di esprimersi con abbondanza, la capacità di intendersi senza troppo precisare, la vernice di tutti i talenti esterni, il canto piacevole, la poesia sonora, l’arrivare d’un colpo a comprender le cose senza sforzarsi, dopo, di compiere un passo più avanti per approfondirsi in ciò che s’è imparato, l’italiano è un popolo intelligente. Se per ingegno si intende invece…
 
 
53.
 
Il perfetto Italiano giudica l’ingrandimento dell’Italia dall’al­largamento chilometrico, la grandezza dei quadri dalla superficie della tela, la bellezza della poesia dalla sonorità delle rime, e quella delle donne dalla quantità della ciccia. Il buffo è che molti di questi valori plastici sono entrati anche nella zucca degli stranieri, che ammirano il nostro parlar sonoro, le nostre donne carnose, i quadroni dal Rinascimento in poi e qualche volta anche l’aumenti dei chilometri quadrati.
 
 
54.
 
La storia d’Italia è storia di Spagna e di Francia, d’Allemagna e di Austria, e in fondo, storia di Europa. Lo sforzo degli storici per creare una storia d’Italia dimostra come si possa spendere molto ingegno per una causa poco ingegnosa, come accade a quei capitani che si fanno valorosamente ammazzare per una causa infame.
 
 
55.
 
L’Italiano è di tanto inferiore al giudizio che porta di se stesso, di quanto è superiore al giudizio che ne danno gli stra­nieri. Le sue qualità migliori sono le ignorate e i suoi difetti peggiori sono i pubblicati da tutta la fama.
 
 
56.
 
La famiglia è l’unico aggregato sociale solido in Italia. Il comune è l’unico organismo politico sentito in Italia. Tutto il resto è sentimento generico di classi intellettuali, come la patria; o astrattismo burocratico, come la provincia; o mito vago, che nasconde spinte economiche molto ristrette ed egoistiche, come l’internazionale.
 
 
57.
 
Alcune massime e parole italiane hanno un’origine dialettale e regionale, che significa che una qualità particolare d’una data gente si è andata allargando a tutta l’Italia. Per esempio: tira a campà è massima eminentemente romana; non ti compromettere è precetto squisitamente toscano; fare fesso è pratica particolarmente meridionale; però tutti gli italiani oramai le capiscono, e i furbi le hanno adottate come regola di vita sociale.
 
 
58.
 
Il tempo è la cosa che più abbonda in Italia, visto lo spreco che se ne fa.
 
 
59.
 
Tutto è in ritardo in Italia, quando si tratta di iniziare un lavoro. Tutto è in anticipo, quando si tratta di smetterlo.
 
 
60.
 
Non è vero che l’Italia sia un paese disorganizzato. Bisogna intendersi: qui la forma di organizzazione è la camorra. Il par­tito come la religione, la vita comunale come la economica prendono inevitabilmente questo aspetto. Non manca disciplina: ma è la disciplina propria della camorra, l’ultra disciplina che va dal fas al nefas.
 
 
61.
 
Tutti i principali difetti degli Italiani, e sopratutto i più vergognosi: la mancanza alla parola, il servilismo, l’individualismo esagerato, l’abitudine del piccolo inganno e della corruzione, de­rivano dalla povertà italiana, come la sporcizia di tanti loro paesi deriva dalla mancanza di acqua. Quando in Italia correrà più denaro vero e più acqua pulita, la redenzione d’Italia sarà per buona parte compiuta.
 
 
CAP. XII
 
 
SENZA TITOLO
RIASSUNTIVO INDISPENSABILE
 
 
62.
 
L’Italia è una speranza storica che si va facendo realtà.
 

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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - R.O.C. N. 7205 I. 5510 - ISSN 1124-1276