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Gianfranco Cercone. “Le strade del male” di Antonio Campos
30 Settembre 2020
 

In genere i critici cinematografici sono indotti a interpretare in modo più approfondito i film che ritengono belli; e a liquidare più in fretta i film che ritengono brutti. È un riflesso, forse un po' conformistico, dal quale io stesso non sono esente, tanto che in questa rubrica preferisco soffermarmi sui film che mi sono sembrati almeno in parte belli. Eppure credo che la bruttezza può essere misteriosa, o almeno complessa, quanto la bellezza, e suscettibile per questo di analisi, di approfondimento.

Prendiamo ad esempio un film, a mio parere vistosamente e quasi interamente brutto – fatto salvo il buon livello della recitazione – come Le strade del male, un film distribuito da Netflix, diretto da un regista statunitense, di origini brasiliane, Antonio Campos; che si avvale di un cast “stellare”, che comprende divi come Tom Holland e Robert Pattinson.

Un sintomo della bruttezza del film è la concentrazione nel racconto di effettacci, di orrori sanguinolenti, di scene madri, di episodi di devianze psicopatologiche estreme. Beninteso: la presenza di orrori e devianze non costituisce di per sé un difetto in un racconto. Ciò che qui insospettisce è la loro concentrazione, la loro ricorrenza. Si ha l’impressione che ognuno di quegli episodi tanto estremi, per essere chiarito circa i moventi dei protagonisti, o almeno per essere reso verosimile, avrebbe avuto bisogno di un racconto più paziente, più graduale, più introspettivo: impossibile però quando tanti orrori sono compresi tutti insieme nella durata di un solo film, sia pure lungo più di due ore.

Il sospetto è che il raccapriccio, o il gusto per il macabro, siano sistemi a buon mercato per tenere viva l’attenzione degli spettatori, per impedirgli di interrompere la visione del film a vantaggio di altri film o serie televisive: quella che è forse la principale preoccupazione di chi realizza un film direttamente per Netflix.

Tuttavia la manifesta grossolanità del film non implica che esso sia insignificante, perché anzi i temi che affronta, sia pure in maniera rudimentale, sono alti, perfino altissimi. Uno fra questi è il silenzio di Dio.

È evocato in particolare in un episodio. In una cittadina dell’America rurale, negli anni Cinquanta, un padre e suo figlio ancora bambino, si recano la notte, fuori casa, nel bosco, a pregare davanti a una croce fatta di poveri assi di legno; a pregare per la salvezza della madre del bambino, malata di cancro. Per rendere la preghiera più efficace, il padre avrà la sciagurata idea di sacrificare a Dio il cane di casa, a cui il bambino è profondamente affezionato.

Ma né le preghiere né il sacrificio animale avranno effetto, perché ben presto comunque la madre morirà, con conseguenze devastanti, atroci, nella vita familiare.

Non si tratta di uno spunto isolato. Il motivo della croce vuota, di un Dio assente, o che sembra indifferente alle invocazioni degli uomini, è uno dei temi portanti del racconto.

Il bambino, dopo questa tremenda delusione, crescerà ateo, in una comunità fatta invece di devoti ferventi a volte fino al fanatismo più cieco. Se il punto di vista dell’autore può sembrare ateo come quello del protagonista, l’affresco dell’umanità che offre il suo film è pessimistico come nel più cupo sermone religioso, protestante piuttosto che cattolico: ipocriti, crudeli, avidi e dunque corrotti, depravati, assassini, gli uomini sulla Terra sembrano incarnare in prevalenza le forze del Male, e la grazia di Dio non interviene mai né a redimerli, nè a interrompere le loro malefatte. Dovrebbero intervenire le istituzioni civili, per far valere le leggi, ma quelle istituzioni sono rette da quegli stessi uomini, e dunque sono marce anche loro.

L’unica salvezza è allora nell'iniziativa dei pochi uomini giusti, i quali però – in quella giungla che è in effetti la società – non possono farsi valere che attraverso l'uso della forza, della violenza. Il giovane eroe – il bambino orfano, divenuto ragazzo – dopo essersi difeso ed essersi fatto giustizia da solo a colpi di pistola, medita di arruolarsi come soldato per combattere in Vietnam, di nuovo con la forza delle armi, il male del comunismo.

Si dirà che si tratta di temi alti, ma di filosofia spicciola, discutibile e deprecabile. E sarà vero. Ma non si può negare che questo brutto film implichi una chiara e intera concezione degli uomini e del mondo.

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale il 26 settembre 2020
»»
QUI la scheda audio)


 
 
 
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