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Marisa Cecchetti. “Un pappagallo volò sull’Ijssel” di Kader Abdolah
24 Ottobre 2016
 

Kader Abdolah

Un pappagallo volò sull’Ijssel

Traduzione e postfazione di Elisabetta Svaluto Moreolo

Iperborea 2016, pp. 544, € 19,50

 

Tutti i personaggi della storia, colti in un’unica occhiata, vivono la gioia di una luminosa e rara giornata di sole. Sembra un Eden. Siamo in Olanda, nella zona attraversata dal fiume IJssel, un ramo staccatosi anticamente dal Reno. Va tutto bene, aldilà delle difficoltà pregresse tutto induce a guardare fiduciosi nel futuro.

«In quel silenzio un giovane pappagallo volò sull’IJssel. teneva nascosta nel becco un’antica perla di saggezza, ma non sapendo ancora bene l’olandese, non riusciva ad esprimerla. Comunque ci provò e in quel silenzio gridò: aaaaaan­che­queee­sto­pas­seeeee­ràaa!»

Il pappagallo è sempre presente, come l’occhio che tutto vede e l’orecchio che tutto ascolta. In una nota della traduttrice si legge: «Il pappagallo non solo è un simbolo in Oriente, ma è giunto nel Mediterraneo dalle Papua e attraverso l’Australia e le vie della seta. Fin dall’antichità classica era l’uccello a “cui spetta la facoltà di rivolgere la parola Ave ai potenti di turno”».

Un pappagallo volò sull’Ijssel è l’ultimo romanzo di Kader Abdolah, iraniano che ha dovuto abbandonare il suo paese nel 1985 perché scoperto oppositore al regime degli ayatollah; ha ottenuto lo status di rifugiato politico in Olanda, ed è diventato uno dei più importanti scrittori in lingua olandese.

Abdolah conosce bene il percorso dei rifugiati, anche lui è stato tre anni in Turchia, poi in un centro di accoglienza in Olanda prima di avere una casetta a Zwolle, inizialmente estraneo a tutto ed a tutti, analfabeta dell’olandese, azzerati tutti i suoi ruoli precedenti, diventato nessuno.

È la zona dove ambienta questa storia. I suoi primi romanzi brevi hanno già preso in considerazione questo contesto, in un mixer di nostalgia del passato e di curiosità verso il nuovo. Altri hanno ripercorso la Storia, la cultura, e storie affascinanti del suo Paese. La sua vita si cela sempre dietro quella dei suoi personaggi.

Ora lui estende lo sguardo a quelli che sono fuggiti, alcuni dei quali si sono trovati a vivere in piccoli paesi lungo l’Ijssel, protestanti riformati, i cui abitanti non avevano mai visto una persona di fede islamica. I pregiudizi e i timori serpeggiano immediatamente.

Memed è il personaggio fulcro della storia, fuggito anche lui dall’Iran, passato attraverso esperienze dure in Pakistan, fuggito con un passaporto falso insieme alla figlia sordomuta e cardiopatica, nella speranza di poterla curare in occidente. Si è spacciato per un kurdo irakeno. Alla sua storia ed a quella di Tala, la piccola, si uniscono progressivamente le vicende di stranieri e di autoctoni. Gli stranieri come lui si fanno conoscere e apprezzare attraverso ciò che fanno, attraverso la loro disponibilità ad aiutare chi li ospita, si conquistano la fiducia, si intrecciano culture, nascono relazioni affettive.

Ci sono giovani e meno giovani, vengono da Iran, Pakistan, dall’Iraq, dal Kudistan turco e da quello iraniano, da Afghanistan, Armenia, Azerbajan, Egitto, Siria, Algeria. La lingua è il loro ostacolo più grande, lo stile di vita in Olanda è una sorpresa costante. Le donne in modo particolare subiscono il fascino di nuove libertà, scoprono potenzialità sconosciute, commettono errori per aver concesso fiducia con ingenuità.

Ci sono personaggi che strappano il sorriso e la tenerezza, come il vecchio Rahimi, quasi una macchietta, che soffre di una lieve demenza senile e va in giro in bicicletta e scruta tutto e tutti con un cannocchiale prendendo nota. E ci sono i dodici anziani, tutti sradicati dalla loro terra, che si ritrovano insieme alla casa da tè, che si muovono insieme ed insieme protestano il rispetto dei loro diritti. Saggi che sanno intervenire e mediare, e sanno anche intonare nenie e preghiere, ognuno nella propria lingua, che arrivano al cervello ed al cuore e contribuiscono al risveglio dal coma di una giovane iraniana: “gli altri undici si unirono al suo canto, ognuno nella propria lingua…il mormorio delle preghiere avvolse il capo di Pari come un ronzio”

Sure del Corano e versetti della Bibbia si affiancano, le madri e le nonne cantano ninnenanne in olandese e nella loro lingua d’origine, le donne orientali, come loro tradizione, raccontano ai fiumi il loro dolore e la loro gioia, una donna siriana “si sposa col fiume” dove è precipitata l’auto del marito scomparso. L’alto numero dei rifugiati tuttavia comincia a farsi sentire e crescono le polemiche antigovernative.

Poi l’undici settembre 2001, con l’attacco terroristico alle Torri Gemelle, incrina l’equilibrio, si ergono muri di pregiudizio, si chiudono realmente le porte, si è propensi ad addossare ai musulmani ogni reato e la politica è attraversata da ondate di xenofobia antislamica. Quelli che prima potevano sembrare pregi degli stranieri ora sono difetti.

Il tempo e la pazienza, la reciproca conoscenza -si legge tra le righe del romanzo- porteranno all’integrazione. Del resto anche gli Olandesi hanno avuto bisogno di tantissimo tempo per strappare le loro terre al mare. Questi processi sono lunghi. Ma il fiume scorre, rotola i ciottoli, li modifica. Anche i personaggi del romanzo lentamente si trasformano: si sono scambiati conoscenze, usanze, cure, affetto, attenzione. La diversità è stata una crescita per gli stranieri e per gli abitanti del posto. Ma niente si raggiunge senza fatica, soprattutto questi traguardi umani.

Kader Abdolah, anche se racconta storie ambientate in Olanda, ci regala sempre la magia della sua terra, nascondendo la propria nostalgia dietro quella dei suoi personaggi. I cieli stellati infiniti delle notti iraniane che si aprono sul capo di chi dorme sui tetti non ci sono più, qui il cielo è basso. Tuttavia diventa casa, soprattutto quando, come è successo a Memed, la figlia riposa in quella terra, in un angolino del cimitero, accanto ad un albero di melo ed una panchina dove giocano i bimbi.

E la gioia, quando c’è, va vissuta al presente, perché niente rimane uguale a se stesso, inutile attendere domani per gioire e vivere. Il tempo scorre via lesto, soprattutto per gli stranieri sradicati. Panta rei, tutto scorre. Ha ragione i pappagallo. Anche questo passerà.

 

Marisa Cecchetti


 
 
 
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