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Il terzo strato di Battiato 
Battiato e l'opera lirica
14 Novembre 2014
 

In maniera forse un poco riduttiva ma sicuramente efficace, si può ricondurre la conoscenza dell'opera omnia di Battiato in tre diversi strati (esulando dalla parte musicale, esisterebbe forse un quarto strato, quello del Battiato cinematografico, privo però di spunti veramente interessanti) che corrispondono ad altrettante fasce di approfondimento condotte dall'ascoltatore più o meno voglioso di sperimentare. Procedendo restringendo il campo degli ascoltatori, il primo strato, quello fisicamente superficiale, è quello del Battiato delle canzoni e sperimentazioni popular, quello che prende piede dopo le esperienze sperimentali anni '70 e che si allunga fino alla contemporaneità non lesinando avventure alternative. Il secondo strato è quello intermedio, quello che rappresenta il Battiato degli esordi e delle sperimentazioni condotte con l'etichetta Bla Bla tra il 1971 e il 1974 e che ha dato frutti importanti come Fetus, Pollution, Sulle Corde di Aries e Clic. Si tratta di musiche che strizzavano l'occhio alle esperienze tedesche dei corrieri cosmici (Tangerine Dream e Klaus Schulze in primis) e che si ponevano come esperimenti originali e pionieristici per la musica italiana. Infine c'è l'ultimo strato, quello più profondo e meno conosciuto, quello più criticato e meno osannato: parlo del Battiato compositore lirico e sarà di questo strato che mi occuperò qua sotto.

Raccogliendo un consiglio del grande compositore, e suo maestro, Karlheinz Stockhausen, che gli aveva detto che arrivato a 40 anni non avrebbe più potuto continuare a fare il musicista pop, Battiato si dedica alla musica colta (spirito che, ovviamente, non è mai mancato anche nella sua musica d'impatto più pop), iniziando ad alternare i due tipi di composizione, favorendo ovviamente quella più commerciale. Dalla prima opera del 1987, Battiato ha scritto in totale 6 opere colte, a fronte di 15 dischi di inediti. Quelle che meritano più interesse sono tre e sono Genesi del 1987, Gilgamesh del 1992 e Telesio, l'ultima scritta, del 2011.

Genesi tratta dell'aiuto che gli Dei, seriamente preoccupati per il fracasso umano, decidono di dare agli uomini inviando quattro arcangeli che, con sembianze umane, cercano di aiutare gli abitanti del pianeta a superare la più grave crisi che la Terra abbia mai visto. Questi arcangeli trovano una via di salvezza agli uomini grazie ad un gruppo di essi che, isolati, hanno mantenuto credenze e stili di vita mitologici. Eremiti, cantori, maestri della meditazione e una confraternita dedita alla danza Sacra sono alcuni dei protagonisti di questa opera in tre atti che segna una via di mezzo, un territorio ibrido tra la musica colta e le esperienze sintetiche degli anni precedenti (come nei movimenti iniziali in cui sembra di rivedere Battiato all'opera 10 anni prima, tra sintetizzatori modulari e arpeggiatori). Un'opera che segna l'ingresso di Battiato in un mondo che, fino a quel momento, aveva vissuto come ascoltatore, un viatico iniziale che, come tale, si rivela talvolta incostante e discontinuo ma che contiene però brani emozionanti e di rara intensità. I lunghi accordi dell'orchestra d'archi vivono di soluzioni armoniche che ricordano gli esperimenti minimalisti di Steve Reich (“Introduzione” o “Prima di me”), la parte del viaggio sulla Terra nel secondo atto si pone come momento più emozionante dell'opera, momento che ricorda il viaggio di kubrickiana memoria di 2001: Odissea nello spazio e il grande impatto di “Kyrie Eleison” è impossibile da contrastare. Un'opera concettualmente molto potente, che vive anche di un particolare che la fa ancor più interessante: la chora di lingue che si scontra, la babele che si ritrova nel libretto e che crea una sorta di abbraccio tra le culture della terra.

Battiato sembra non volere far passare troppo tempo tra un'opera e la successiva e voler affinare il suo stile; così, dopo 5 anni da Genesi, nel 1992 il maestro ritorna con un'opera in due atti intitolata Gilgamesh, direttamente ispirata alla mitologia sumera. Gilgamesh fu il protagonista del primo poema epico della storia dell'umanità scritto circa 3000 anni fa in Babilonia. Battiato narra la storia di questo re assunto quasi all'onnipotenza, colui che tutto conosce e a cui i misteri furono svelati ma che, nonostante questo, subì fortissime sofferenze; tutto per conquistare la vita eterna. Gli dei scelsero allora di creare un nemico che potesse contrastarlo e plasmarono Enkudu che, reso umano da un abbraccio umano, decide di andare a sfidare Gilgamesh nella sua città, nella fortificata Uruk. Sarà però l'unione delle loro forze l'unico modo per contrastare la potenza del male Khumbaba. A livello musicale Battiato si distacca dagli esperimenti elettronici che impregnavano l'opera precedente per adagiarsi ai suoni dell'orchestra e a creare un'opera, dal punto di vista strutturale, più classica, pur non peccando di pretenziosità nelle ricercatezze delle armonie. A parte le collaborazioni illustri (una su tutte quella con Juri Camisasca), l'opera si fa apprezzare per una riuscita fusione tra classicismo e sperimentazione, risultando, in più punti, piuttosto godibile e piena di ispirazioni orientali.

Dopo Messa Arcaica del 1993, Il cavaliere dell'intelletto dell'anno successivo e Campi magnetici del 2000, Battiato torna all'opera lirica nel 2011 e lo fa con quella che è forse, tra tutte, la più riuscita. Si tratta di Telesio, ispirata alla figura del filosofo naturalista del XVI secolo Telesio, richiesta dal comune di Cosenza e dal Teatro Rendano e realizzata con l'ausilio di Manlio Sgalambro, autore del libretto. Prima di parlare della struttura e del contenuto è doveroso, per intendere il disegno concettuale dell'opera, dire che si tratta di una rappresentazione teatrale tramite oleogrammi; sul palco non è fisicamente presente nessuno, se non la proiezione tridimensionale dello spettacolo precedentemente registrato, creando un unicum tra i due atti e l'epilogo, garantendo una continuità tra i vari cambi di scena, emblemi dello stile frammentario dell'opera. L'incipit è affidato alla voce maschile di Battiato che recita “Temperamento, collerico, sanguigno. Umore, allegro. Lo spirito anima la Terra e le piante. La pietra grezza. Tutto sente e palpita... Tutto sente e palpita”, evidenziando quello che sarà lo stile del lavoro, caratterizzato da un piano semplice e colto contemporaneamente che riesca a coordinare senza sbavature i pensieri filosofici, le musiche orientali, i canti lirici, gli interventi elettronici e il pianoforte. L'opera si muove seguendo questi passi e tracciando così un ritratto biografico e del pensiero del filosofo cosentino completo e magistrale su cui però non posso in questa sede prolungarmi.

La carriera di Battiato è caratterizzata da una produzione non sempre all'altezza delle aspettative, da critiche che ciclicamente gli vanno incontro ma, una cosa su cui non si può discutere, è lo spirito continuamente sperimentale che ha guidato tutta la sua opera. Così, anche per la parte che riguarda la creazione operistica si può fare lo stesso discorso ma si può anche dire che nessuno è ancora riuscito ad eguagliare uno spirito così geniale e continuamente in ricerca.

 

Matteo Moca


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