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Dall'indice di Tellus
Jacob Burckhardt, veduta di Pisa.
Jacob Burckhardt
Jacob Burckhardt 
22 Ottobre 2006
 

Il viaggio e l’incontro con Pisa di Jacob Burckhardt è contenuto in Bilder aus Italien, (Vedute d’Italia). Il libro rappresenta una specie di confessione pubblica del suo metodo di storico dell’arte dove viaggiare ed osservare devono coniugarsi. Il viaggio lo compie nel 1838 quand’era ancora un giovane studente. Burck­hardt era partito dal Gottardo, ma la descrizione lasciataci nelle Vedu­te prende il via dall’incontro con il Duomo di Milano, procedendo poi per notti avventurose in carrozze malandate sino a Genova, Livor­no, Pisa. Ultima visione: Fiesole e soprattutto Firenze, la città più vici­na a quella “ideale”. In questa concreta esperienza si consuma anche la magica cerimonia iniziatica con cui Burckhardt avvia la formazione del suo “occhio storico”.

Il viaggio a Pisa avrebbe dovuto comparire sull'annuario Tellus 27: “Dalla Torre Pendente alle Alpi”.

 

Claudio Di Scalzo

 

 

VEDUTA DI PISA

 

Le inondazioni dell’Arno formano verso la sua foce una pia­nura paludosa e malsana denominata la Maremma di Pisa; questa corre dal Monte Nero attraverso Livorno sino al Monte Pisano, proseguendo in una sottile striscia fin verso Carrara e Sarzana e ad occidente è delimitata in ogni sua parte dal mare. A latere della stessa, verso il monte che prende il nome da questa, si trova la cittàdi Pisa, «un’eremita fra le città ita­liane», spopolata e decaduta, ma divinamente bella e resa au­rea dai grandi ricordi e dagli splendidi monumenti. Questa città la si dovrebbe visitare solo nel più puro degli stati d’ani­mo; solamente allora essa lascia dietro di sé quella meravi­gliosa impressione a proposito della quale Mérydice: - Non rivedrò in tutta la mia vita Pisa, per non distruggere con una seconda visita la prima divina impressione! - Anch’io alla partenza ho preso la stessa decisione e chissà quante centi­naia di persone l’avranno fatto prima di noi e quante ancora lo faranno dopo di noi! Questa città è splendida nel suo stato di declino, quanto poche città lo sono nella fase del loro splen­dore.

Vi giungemmo in una radiosa serata, provenendo da Li­vorno via Maremma in compagnia di un vecchio fiorentino e di uno studente còrso che faceva ritorno, dopo le ferie, al­l’Università di Pisa. Era in atto un’allegra conversazione e tutte le mie domande venivano evase con una risposta esauriente; si notava l’elevata cultura delle persone, mentre il sardo, ri­guardo alle cose storiche, si curava di servire chiunque con ogni tipo di curiose storielle. Era già buio quando sostammo per un attimo presso una vecchia chiesa. Stando a quanto venni a sapere, questa si chiamerebbe San Piero in Grado e nei tempi passati vi sarebbe stato qui il porto di Pisa, mentre adesso la riva del mare si trova a due ore di distanza. Successivamente i pisani avrebbero allestito il loro porto a Porto Pisano, ma anche questo sarebbe da tempo impantanato ed ora lo scalo più vicino sarebbe Livorno. Pisa si è battuta con coraggio con­tro le circostanze avverse, ma era giunta la sua ora; si inabis­sò davanti alla potente Firenze e adesso è solo passato.

Era notte fonda quando passammo dall’altra parte attra­verso l’ultimo ponte dell’Arno presso il Castello, giungendo al gran Quai chiamato Lungarno. – E’ questa la disabitata Pisa? - chiesi al mio accompagnatore allorché la carrozza dovette procedere lentamente a causa di una calca di gente che si estendeva per tutto il Lungarno. Ma presto notai che un numero insolitamente grande di persone si trovava assie­me solo a causa della bella serata e, quando non c’era il passeggio (l’ora della passeggiata), allora il Lungarno ap­pariva spesso così desolato quanto la Maremma, come potei agevolmente accorgermi il giorno seguente; sì, durante le ore calde era completamente vuoto. Era la prima volta in vita mia che vedevo in pieno giorno una strada così lunga e così ben studiata, del tutto deserta e mi ricordo assai bene della sensa­zione di inquietudine che ciò mi procurò. Non si poteva udire altro rumore se non il lieve mormorio dell’Arno; mi sembrava che l’intera città fosse morta per la peste. Là si ergevano i ponti di marmo dalle ardite volte e le graziose case e palazzi nella luce del sole, tutto bello come ai tempi fiorenti della cit­tà, ma nessun passo, nessun battito di zoccoli si faceva senti­re. Faceva un caldo rovente; ricchi e poveri dormivano pro­fondamente il loro sonnellino pomeridiano ed anch’io volevo ripararmi in un Caffé, onde non farmi venire la febbre. A ma­lapena, però ottenni di entrarvi; cameriere e domestici dor­mivano e così andò per alcuni minuti in cui credevo di finire arrostito vivo, finché non risvegliai il personale dal sonnelli­no.

Quanto di più bello possiede Pisa, è tutto raccolto assieme in un bel prato verde al capo nord-occidentale della città. Là si erge la torre sghemba, accanto ad essa il magnifico, anti­chissimo Duomo; davanti a questa si trova la bella rotonda del Battistero ricoperta da una alta cupola e, dietro a questi gioielli dell’arte, lungo le mura della città, si estende la co­struzione a forma rettangolare del Campo Santo. Ho visi­tato questa incomparabile piazza ad ogni ora del giorno, tro­vandola sempre più bella. Qui c’è silenzio e solitudine, come in altri posti alla mezzanotte; si ode il vento frusciare tra l’er­ba alta, mentre dalla città risuona di quando in quando la cam­panella di un convento, Dal portale del Duomo ogni tanto com­pare una vecchietta, si guarda intorno e va per la propria stra­da, oppure un pittore sta appoggiato all’ombra ad osservare i maestosi dintorni con devozione o cerca di fermare sulla carta le proprie impressioni.

Salimmo la Torre pendente, un edificio davvero elegante dell’altezza di 188 piedi, cinto di otto file di colonne con ar­chi sovrapposti. Campane ve ne sono poche al suo interno e queste sono appese al piano superiore, completamente scoperto. Il cielo di Pisa, sempre sereno e mite, rende superflui premu­rosi tetti di copertura; una città dove non nevica mai può per­mettersi in molte cose di essere spensierata. Le scale sono sistemate assai comodamente nello spessore del muro e dimo­strano con la loro posizione che in origine si era senz’altro voluto costruire la torre diritta ma, come sembra, l’edificio si inabissò per qualche motivo fortuito, allorché si era giunti al terzo piano. Da qui in poi gli scalini procedono a perpendi­colo, mentre quelli inferiori seguono l’andamento inclinato del­la torre. L’intera costruzione è di marmo color bianco gialla­stro, solo la colmatura degli archi del piano inferiore è inca­stonata di bianco e nero a mosaico, (lo si stava giusto appun­to restaurando di nuovo con somma meticolosità). E un gran peccato per la torre, poiché si tratta senza dubbio di uno de­gli edifici più belli d’Italia; certo, fosse rimasta diritta, allora adesso se ne sentirebbe parlare meno, mentre solo grazie al­l’incidente occorsole è divenuta famosa e conosciuta in tutto il mondo. Una torre che in alto si sporge di tredici piedi oltre il suo basamento, suscita la meraviglia di ogni curioso; una torre eretta invece, che, costruita nelle proporzioni più belle e nobili non eccella comunque né per l’altezza né per il gran numero di decorazioni, suscita l’ammirazione solo di poche persone dotate di sensibilità artistica; e così la maggior repu­tazione spetta alla prima. - Anche questo edificio è stato pro­gettato da un maestro tedesco, un tirolese credo, per l’esat­tezza nell’undicesimo secolo. Nel Medioevo, capitava spesso che artisti tedeschi si recassero in Italia e costruissero talvol­ta gli edifici più significativi, ad esempio il Duomo di Milano. Inoltre, nelle antiche croniche artistiche d’Italia si trovano so­vente menzionati pittori tedeschi. Il Battistero, una costruzione a cupola rotonda ed assai elevata, concepita e realizzata in modo superbo sia all’esterno che all’interno, costituisce un altro delizioso ornamento della piazza. Qualsiasi riproduzione, qual­siasi disegno geometrico ne dà un’idea erronea; infatti, nella realtà il genere di lanterne che nel disegno appare così brutto e vistoso, finisce con lo scomparire del tutto riassorbito dalle grandi dimensioni della cupola. Diotisalvi, l’architetto che l’ha costruito (intorno all’anno 1153), si dimostra come uno dei pri­mi geni dell’architettura, quando si paragonino le creazioni dei suoi predecessori con questo edificio. L’interno contiene unicamente due cerchi di classiche colonne corinzie in suc­cessione e, poggiate su di esse, la cupola decorata con sempli­cità. Il pulpito, adagiato su sei colonne antiche ed adorno di bassorilievi, opera di Nicolao da Pisa,è una delle più belle vestigia del Medioevo. Queste colonne del pulpito poggiano sulla schiena di altrettante straordinarie raffigurazioni animali; vi si deve certamente nascondere qualcosa di simbolico. An­che l’enorme fonte battesimale, dove ancor oggi vengono bat­tezzati tutti i bambini della città e dei dintorni, è interessante ed assai preziosa per il materiale impiegato - è ricavata da un blocco di porfido -. La cupola diffonde una eco certo mo­desta, ma senza dubbio di splendida durata; il nostro Cicerone intonò al suo interno, con voce squillante, un accordo che non cessava più di risuonare; era come se il suono aleggiasse da una parte all’altra, planasse poi lungo il muro e si perdesse infine, salendo sempre più in alto nella cupola, al suo apice. La cosa resta per me tutt’ora un mistero.

Ed ora il Duomo! Esso guarda con la sua nobile, ridente facciata nord, con i suoi tre portali di bronzo, dovuti alla ma­no di Giovanni da Bologna, giusto dentro la porta del Bat­tistero e promette già da fuori uno splendido interno. Niente è più semplice e sovrastante; sì, alcune parti sono eseguite con un genere di candore ed esitazione da far quasi credere che l’artista (Buschetto, intorno al 1063) avrebbe volentieri fat­to di più se solo ne avesse avuto l’ardore; così ad esempio pro­prio la facciata frontale. Sollevai la tenda davanti al portale principale - chi l’ha sollevata senza provare un sacro fremo­re alla prima vista dell’interno? - Ogni cosa è preziosa, sem­plice e comunque pregiata come in poche altre chiese; le 86 colonne che sorreggono l’interno della chiesa ad esempio, so­no state portate qua dai pisani da ogni parte della Grecia; per­tanto esse non sono completamente eguali in diametro e, per quanto riguarda i capitelli, di genere quanto più diverso pos­sibile, e comunque tutte corinzie. Quattro filari sorreggono le cinque navate; sopra le quattro navate minori corrono grazio­si matronei, il tutto in marmo bianco e nero. I soffitti sono suddivisi a cassettoni d’oro, opera successiva ed eccessivamente ricca, ma ciò nonostante anche assai bella. Altari, come in tutte le chiese molto antiche, ve ne sono pochissimi; le pareti sono coperte di pitture per lo più belle. Sotto la cupola, esattamen­te davanti all’altare maggiore, il pavimento è coperto da un grande mosaico assai ricco, disgraziatamente piuttosto con­sumato a furia di camminarvi sopra; se questo sia o no antico quanto i pisani sostengono, non mi azzardo a giudicare. Me­glio conservate sono le decorazioni musive del soffitto che si trovano nelle volte a semicerchio in fondo al coro ed ad en­trambe le estremità dei bracci della croce. Queste opere gre­che del Medioevo su fondo dorato possono avere un alto valo­re per l’intenditore e non si può certo negare al grande Cri­sto in trono fra due angeli la magnificenza con cui è concepi­to, ma fintanto che io avevo davanti agli occhi la Santa Caterina e la Santa Margaretadi Andrea del Sarto (en­trambe si trovano nel coro), mi era impossibile dirigere lo sguar­do verso quegli oggetti d’antichità. Ancor più meravigliosa delle due pitture menzionate mi parve una Madonna, circon­data da sette Santi (nel braccio sud della croce), opera di Pe­rin del Vaga, secondo altri invece, lavoro giovanile di Raffaello. In primo piano, sta inginocchiata con uno strumento musicale fra le mani, Santa Cecilia, figura in profondo racco­glimento che resterà indelebile nella mia memoria e che io posso raffigurarmi ad ogni istante nelle fogge più vivaci. - In Duomo ascoltammo l’avvio di una messa composta e can­tata davvero male; l’impressione era come se si trattasse del Barbiere di Siviglia. Gli italiani hanno da tempo detto addio ai loro valenti compositori di musica sacra e, stando a quanto si dice, in questo paese tale genere musicale sta languendo. Passando per una porta buia, lasciammo il Duomo: questa porta, come quelle anteriori, è in bronzo, ma di quelle è assai più antica, probabilmente addirittura più antica del Duomo stesso. Le storie bibliche che essa raccoglie sono molto rozze e mal lavorate; la fusione comunque è bella e ben riuscita. Se­condo una leggenda, anticamente la porta si sarebbe trovata sulla facciata della chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalem­me e sarebbe stata portata a Pisa durante le Crociate, cosa che però, stando alle iscrizioni latine, non è certo credibile.

Ci trovavamo di nuovo sul prato verde; il sole splendeva già diffondendo il suo ardente calore, cosicché ci affrettam­mo a proteggerci dai suoi raggi nel più bel loggiato del mon­do: il Campo Santo. Il muro esterno della costruzione è guar­nito con gran semplicità da una serie di archi e non lascia tra­pelare la bellezza dell’interno. Entrammo e fummo colpiti co­me da un baleno dalla semplice maestà dell’edificio.

Si tratta di un grande, splendido chiostro gotico il cui lato più lungo misura 450 piedi, il più corto invece 150; l’interno è di marmo bianco: su ogni parete si trovano affreschi di gran pregio e, sparsi ovunque, sarcofaghi (in numero di oltre 70), urne ed altri monumenti marmorei antichi e moderni, per lo più di valore inestimabile. Al centro vi è un campo di fiori ai cui quattro angoli si ergono alti cipressi; dal lato guardano qui dentro la Torre pendente, il Duomo ed il Battistero; il so­le splende chiaro e smagliante nei portici e sul campo; non si ode altro rumore se non lo stormir dei cipressi. Ti muovi su suolo sacro, l’intero sito è ricoperto di terra proveniente dalla Palestina, che i pisani avrebbero trasportato sin qua per mare su 400 piccole imbarcazioni. A Pisa tutto riecheggia di un grande passato, dalla fondazione della città per mano di una colonia del Peloponneso, fino alle Crociate ed alle audaci guerre con Genova e Firenze.

Gli affreschi di Benozzo Gozzoli che si trovano lungo la pa­rete nord e che riproducono storie bibliche, sono composizio­ni di valore assolutamente inestimabile, tutte magnifiche, ideate con semplicità eppur ricche ed estremamente gradevoli; i profili pare siano in gran parte ritratti di suoi contemporanei. Il trit­tico del Giudizio Universale, opera di Andrea Orcagna, che risulta nella sua interezza tremendamente poetico, davvero dantesco, è troppo conosciuto per aver bisogno di una descri­zione. Della giottesca Storia di Giobbe non è purtroppo rima­sto quasi niente, come del resto molto hanno sofferto tutti gli affreschi. Degli antichi sarcofaghi posso dirti solo questo: vi­di a malincuore quanta più prova di tatto davano gli antichi nel costruire i loro monumenti rispetto agli artisti del nostro tempo. Essi rappresentavano se stessi sui sarcofaghi con don­na e bambino, oppure riproducevano una qualsiasi scena con riferimento al Fato  tratta dalla loro mitologia (ad esempio la caccia di Meleagro sull’antico sarcofago, probabilmente gre­co, ove riposa ora la margravia Beatrice). Noi vi poniamo fiac­cole, farfalle, vasi e fregi, tutte cose che non hanno niente a che vedere con noi. I pisani nel Medioevo si dettero quindi poco da fare con creazioni autonome nel campo dei monu­menti funebri, piuttosto essi raccolsero sarcofaghi dall’Italia e dalla Grecia e, allorché un nobile moriva, si limitavano a scolpire una candida iscrizione gotica sulla pietra antica e deponevano la salma in quel classico sepolcro. Oltre a ciò il Cam­po Santo contiene un intero museo di sculture del primo Me­dioevo, di antiche iscrizioni e busti a non finire: in poche pa­role di materiali per una storia completa dell’arte che qui, del resto, in questi begli atri freschi potrebbe venir esposta nel modo migliore. Sotto gli archi gotici guardano in silenzio giù dai loro piedistalli, i busti di Cesare, di Adriano, di Giunio Bruto; voi ombre ricadete sui venerabili affreschi del XIV se­colo e sopra l’umbratile ingresso si marca il lindo cielo blu di Pisa.

Pisa, oltre al Duomo ed alla rotonda battesimale, racchiu­de in sé ancora un tesoro di belle e antiche chiese. Sul Quai sud dell’Arno, svetta libera sul fiume la leggiadra cappella in marmo conosciuta sotto il nome di La Spina, le cui ricche sculture gotiche ricordano fortemente i dodici Apostoli di Pe­ter Vischer, che essa però anticipa di gran lunga nel tem­po. La piccola costruzione prende un aspetto festoso come di sposa tra i bei palazzi del sud, adorni di logge e balconi, i quali si dispongono sui Lungarni pavimentati, come tutte le strade di Pisa, a quadroni.

Le chiese di San Paolo, di Santa Caterina, di San Michele ed altre, hanno facciate simili a quella del Duomo, solo di for­mato più piccolo, cioè più filari di colonne con archi che si rastremano l’uno sull’altro e si è pertanto creato a ragione uno stile architettonico pisano. San Francesco è un bel con­vento silente con grandi giardini ombrosi ed una semplice ed imponente chiesa del XIII secolo.

Nella parte nord della città si trova una piazza con una chie­sa; si crede, come in tutte le piazze di Pisa, di trovarsi in un quartiere appartato della città, benché ci si trovi proprio nel centro; sopra un muro basso si erge un alto albero di fichi; esso sta al posto della torre della fame di Ugolino, ora demo­lita. Chi non conosce la terrificante, eccelsa descrizione del­la morte per inedia del conte Ugolino e dei suoi figli fatta da Dante? - Egli pone Ugolino nell’Inferno come traditore del­la patria, ma lo accompagna anche al suo uccisore, l’arcive­scovo Ruggieri ed Ugolino, eternamente affamato, si sa­zia con la testa di questi. Dante però, dal raccapriccio per l’uc­cisione, invoca quella terribile maledizione su Pisa che sem­bra pesare fino ad oggi sulla città, anche se non si è avverata alla lettera:

 

Ahi, Pisa, vituperio delle genti

Del bel paese là dove ‘l suona,

Poi ché i vicini a te punir son lenti,

Muovasi la Capraja e la Gorgona,

E faccian siepe ad Arno in sulla foce,

Sì ch’egli annieghi in te ogni persona

(Inferno, Canto XXXIII. Vers. 79)

 

Vale a dire: Ah, Pisa, onta delle nazioni e del bel paese do­ve il suona così soave (cioè la Toscana); dal momento che ipopoli vicini esitano a punirti, allora nuotino fin qua la Ca­praia e la Gorgona ponendosi a mo’ di diga davanti alla foce dell’Arno, così che tutti i tuoi abitanti muoiano annegati!

Fu per me un dolore pensare alla partenza da Pisa, poiché l’immagine di questa città si era impressa nel mio animo in modo più profondo di qualsiasi cosa sinora vista; a tarda se­ra decisi di fare una passeggiata per la bella città e di osser­vare nella notte chiara e stellata ancora una volta tutte quelle meraviglie. - Risalii i Lungarni e voltai poi verso Piazza Santa Caterina, al cui centro sta l’alta statua in marmo dell’impera­tore Leopoldo IIil quale, come Granduca di Toscana, ave­va cercato in ogni modo di dare nuovo impulso alla decaduta Pisa. I pisani gli hanno eretto da soli cinque anni, in segno di riconoscenza, questo monumento fregiandolo di una delle più belle epigrafi:

 

All’Arciduca Pietro Leopoldo I

quarant’anni

dopo la sua morte. MDCCCXXXIII

 

E non c’è bisogno di aggiungere altro. Un principe che viene così commemorato ancora a quarant’anni di distanza dalla sua morte, per spontanea gratitudine, deve certo aver compiuto grandi cose. Egli mi stava davanti, poggiato sul suo bianco piedistallo, rivolto in atteggiamento altero, con gesti princi­peschi ed io osservavo commosso il suo splendido volto che il chiar di luna rischiarava.

Muovendo dalla piazza, procedetti di corsa, alla cieca, fra muretti di giardini ed edifici cadenti in direzione della Piaz­za del Duomo e mi imbattei infine nel Palazzo arcivescovile! Non potevo essere più molto lontano; proseguii e mi ritrovai sul prato davanti al Duomo. - Fu un commiato doloroso ab­bandonare questo luogo sacro e comunque vi si mescolò as­sieme qualcosa di gioioso: mi ero arricchito dell’immagine di un mondo artistico per me nuovo, incontenibilmente bello. La fortuna e la sfortuna del passato mi baluginavano davanti al­l’occhio della mente come immagini fluttuanti mentre, appog­giato al portone anteriore del Duomo, respiravo la tiepida aria della notte; avvertii che un’eterna nostalgia mi avrebbe lega­to a questa città, e però! stessi in questo attimo alla porta del­la città, esiterei ad entrarvi.

Eran le tre di mattina, quando venimmo svegliati dal vet­turino; prendemmo subito posto nella carrozza e facemmo un giro per mezza città onde raccogliere i passeggeri. Giungem­mo così in una piccola piazza davanti ad una chiesa che, as­sieme ad un edificio di fronte, formava un vicolo assai stretto attraverso il quale saremmo dovuti passare. I cavalli presero la curva troppo stretta e la ruota anteriore andò a finire sul ciglio del marciapiede. Il vetturino li fece indietreggiare fa­cendo forza sulla tirella, ma non a sufficienza ed il passaggio falli per la seconda volta. Furente egli tirò nuovamente indie­tro i cavalli e li frustò senza pietà, ma per la terza volta la ruota andò a finire sul ciglio del marciapiede; i cavalli si im­pennarono e noi credemmo che l’asse anteriore dovesse esse­re andata in pezzi. Il vetturino, urlando con la schiuma alla bocca per la rabbia, schizzò allora giù dalla carrozza e maltrattò orribilmente i cavalli con percosse e calci; non fu senza un notevole sforzo che questi ultimi si fecero ricondurre in­dietro. Il vetturino tornò a sedersi incitando nuovamente i ca­valli con la frusta e per la quarta volta la ruota sbatté con no­tevole rumore sul ciglio. A questo punto egli aveva perso ogni controllo di sé; scese infuriato, gridando parole incomprensi­bili e servendo sulle teste dei poveri animali un’abbondante grandinata di pugni, mentre tutta la gente della carrozza sup­plicava implorando non facesse imbizzarrire, per l’amor del cielo, gli animali, altrimenti tutto sarebbe stato perduto. Infi­ne, al quinto tentativo, si riuscì a passare. Io comunque avevo fatto un’esperienza in più: avevo visto un italiano in preda alla rabbia ed ancor oggi ci ripenso con un brivido di terrore. Attraversammo il ponte mediano sull’Arno e poi, entrando ed uscendo per vicoli bui, ci dirigemmo fuori della porta.

A circa venti minuti dalla città, notai, fra acacie ed olmi, alcune case vicine alla strada, ricoperte in modo grazioso di pergolati e, non lontano da queste, un bivio. Volevo giust’ap­punto domandare ad un gioielliere che viaggiava con noi dove portasse la strada a destra, quando questi si appoggiò alla finestra della carrozza e, fissando fuori nel crepuscolo del mat­tino, cominciò a parlarmi sottovoce: - Vede quella pietra milia­re? Lì vicino ieri l’altro di notte, verso la mezza, la stessa carroz­za in cui noi viaggiamo è stata aggredita da briganti e svali­giata da cima a fondo; il vetturino lo hanno gettato a terra e maltrattato colpendolo con il calcio del fucile tanto che egli credeva di dover render l’anima al Signore; adesso ci guida suo fratello ed è ancora abbastanza buio. - A queste parole egli si fece il segno della croce e, lasciati passare alcuni istanti, continuò: - Si tratta solo di questi dannati contadini che abitano in quel covo laggiù, chiamato Riglione, i quali però sono tutti quanti sotto speciale controllo di polizia; ma a che ser­ve? Ce l’hanno nel sangue di correr dietro alle carrozze di notte! - E con ciò si rintuzzò nel suo angolo stringendosi addosso il mantello. - E se questi signori ci facessero una visita? pensai io e mi calai con il pensiero nei panni di un assalito. Presto sorse però il sole e tramontarono i timori; quella paradisiaca valle dell’Arno ci accolse con le sue ricche colline coltivate fino alle cime, con le sue cittadine raggruppate pittorescamente sulle rupi, con le sue pinete ed i suoi gruppi rupestri.

Il vetturino ci aveva promesso che saremmo stati prima di mezzogiorno a Firenze (questa dista diciassette ore da Pisa), e parve voler mantenere la parola: infatti procedemmo a gran velocità per lo splendido paese, di cui pertanto io avrei potu­to veder ben poco, se non fossi salito, poco dopo il sorger del sole, sulla parte scoperta della vettura. Chi, tra quelli che hanno compiuto questo tragitto, dimentica la posizione di San Mi­niato ed Empoli oppure di Monte Lupo che troneggia sulle irte rupi? Chiudevo di quando in quando gli occhi per ria­prirli di nuovo all’improvviso, un giuoco che, nel continuo mu­tar dei dintorni, mi riserbò sempre nuove sorprese e mi fu di grande profitto dal momento che il paesaggio si faceva di mi­nuto in minuto sempre più bello e così giunse un momento in cui lasciai chiusi gli occhi e mi addormentai; la partenza di buon’ora e la continua attenzione per i dintorni mi aveva­no reso stanco. All’improvviso la carrozza si fermò, balzai su e vidi che ci trovavamo di fronte ad un gigantesco edificio, sul quale era posto un giglio e quando mi informai:

 

era una porta della città di Firenze.

(Uhland)

 

Dal foglio di accettazione per i passaporti venni a sapere che si trattava della Porta San Frediano; giusto in quel mo­mento le campane del vicino convento dei Carmelitani suona­vano un canone, che è possibile sentire spesso nelle città d’I­talia; il sole risplendeva raggiante e caldo attraverso l’ampia strada. Erano le undici e mezzo.

 

 

 

Jacob Burckhardt nacque a Basilea nel 1818. Nel 1853 scrisse L’età di Costantino il Grande seguita, nel 1855, da Il Cicerone. Guida al go­dimento artistico in Italia. Nello stesso anno divenne ordinario al Poli­tecnico di Zurigo, ove rimase fino al 1858 quando fu chiamato alla cat­tedra di Storia dell’arte dell’Ateneo basilese. Nel 1860 pubblicò La ci­viltà del Rinascimento in Italia. Nel semestre invernale 1868-69 tenne le lezioni Sullo studio della storia, pubblicate postume come Medita­zioni sulla storia universale (1905). Nel 1872 rifiutò di succedere a Leo­pold von Ranke nella cattedra di storia presso l’Università di Berlino. Con il semestre estivo dello stesso anno iniziò le lezioni Sulla civiltà greca, pubblicate postume a partire dal 1898. Nel 1886 decise di ab­bandonare l’insegnamento di storia per mantenere solo quello di sto­ria dell’arte, conservato fino al 1893, anno in cui lasciò l’insegnamen­to. Si spense a Basilea nel 1897.


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Pisa: Piazza dei Miracoli
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