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Marisa Cecchetti. Cercami dov’è il dolore: meritato omaggio a Oriana Fallaci 
Da Umberto Cecchi, che ha sofferto per l’assenza di Firenze davanti al cimitero degli Allori
28 Giugno 2013
 

Umberto Cecchi

Oriana Fallaci

Cercami dov’è il dolore

Mauro Pagliai Editore, 2013, pp. 320, € 13,00

 

Firenze l’ha lasciata sola quel 16 settembre 2006, nel giorno del suo funerale al cimitero degli Allori. Solo pochi amici. Oriana Fallaci aveva espresso liberamente il suo pensiero filoccidentale ed antislamico a cominciare dall’11 settembre 2001, dalla tragedia delle Torri Gemelle. Lo aveva fatto ne La rabbia e l’orgoglio, che per lei, atea da sempre, era «un atto d’amore in difesa delle nostre radici, della nostra storia e della nostra cultura». Con le polemiche che seguirono sulla stampa e i dissensi di Dacia Maraini e di Tiziano Terzani. Ma Firenze si era offesa soprattutto quando «lei denunciò al mondo il fatto che il municipio e la curia fiorentina permettessero ad alcuni migranti somali di drizzare tende in Piazza San Giovanni per una loro protesta politica, e per di più li lasciassero orinare alle mura del Battistero come se si trattasse di un cesso pubblico». Questo le era costato, sia pure con l’imbarazzo del sindaco Domenici, la mancata consegna del fiorino d’oro, l’antica moneta che il Comune offriva a cittadini e non, che avessero ben operato in nome di Firenze.

Umberto Cecchi, per anni direttore de La Nazione, dove aveva coperto ruoli di capocronista e inviato speciale in Italia e all’estero, in zone di guerra, l’aveva incontrata casualmente a Firenze nei primi anni Sessanta, lei già nota giornalista, lui studente di medicina con interesse al giornalismo. Già studentessa di medicina anche lei, la loro prima esperienza insieme era stata la stanza dell’anatomopatologo, dove lei, refrattaria ad ogni espressione di commozione, aveva pianto davanti ai corpicini trasparenti di due neonati.

Sono stati amici, si sono incontrati con soste, riprese, intervalli, brandelli di racconti, ripartente, litigando con punti di vista diversi su cose importanti. Hanno condiviso l’esperienza di Piazza dei Martiri, a Beirut, in mezzo alla carneficina ed alle sparatorie, stremati dal freddo. È lì che è nato Inshallah. Oriana non aveva paura di andare in mezzo al pericolo ed al dolore, con il suo zaino in spalla ed il suo elmetto americano. Non aveva paura di morire, ma aveva paura degli scherzi della vita, perché aveva troppo sofferto per la perdita delle persone care.

È stata lei che in Vietnam ha denunciato le stragi americane di civili, che ha voluto che l’America sapesse quello che succedeva là. Ha rischiato la vita in Piazza delle tre Culture a Città del Messico, quando era stata considerata morta e portata già all’obitorio. Insofferente per educazione familiare verso i detentori del potere, nelle sue interviste «sbaragliava i potenti con lucido, sadico sarcasmo, frutto della sua fiorentinità». Lo ha fatto, quasi come una sfida, con Khomeini, ha messo ai ferri corti Kissinger.

È stata amata per aver affrontato il problema della maternità in Lettera a un bambino mai nato, per aver messo a nudo i suoi sentimenti in Un uomo, che ha al centro la sua storia con il poeta greco Alekos Panagulis al tempo dei Colonnelli.

Oriana Fallaci era «un pensiero pulito ben definito e il suo scritto era esattamente il suo pensiero messo su carta… era un fascio di nervi sempre tesi, una mente che elaborava concetti con notevole rapidità, così che poteva seguire l’evoluzione sempre più veloce della società e dei suoi strumenti».

Coraggiosa ma riservata, evitava la folla ed era consapevole di non risultare simpatica, forse, come dice Cecchi, per quella stessa fiorentinità che è «la capacità di essere, la forza critica, l’impeto feroce, sanguigno dell’ironia, la cultura come pane quotidiano evidente anche nelle piccole cose». Chi ha amato i suoi libri non si è lasciato coinvolgere dalle polemiche sorte negli ultimi anni intorno alla sua persona. Cercami dov’è il dolore è un meritato omaggio a Oriana Fallaci da parte di chi l’ha conosciuta bene, come Cecchi, che ha saputo anche condividere e rispettare i suoi silenzi, che ne ha ascoltato le più segrete confessioni, che ha sofferto per l’assenza di Firenze davanti al cimitero degli Allori. Che ad un giornalista che gli chiedeva che cosa facesse ancora, davanti al cancello, a funerale concluso, ha risposto: «Aspetto che passi Oriana per andarcene via. Non penserai mica che si trattenga molto, là dentro».

 

Marisa Cecchetti


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