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Sergio Caivano. Traccia per il discorso del 25 aprile 2013 a Sondrio
24 Aprile 2013
 

Sono passati 68 anni da quel fatidico 25 aprile '45 e noi siamo ancora qui a festeggiarlo, con la stessa emozione, la medesima trepidazione. Bologna, Reggio Emilia e Modena sono libere dal 22. Il 24 insorge Genova. Il 25 aprile '45 il CLNAI di Milano ordina l’insurrezione generale. All’ora convenuta, si bloccano i tram, si chiudono i negozi, le fabbriche sono occupate, la gente si rifugia nelle case. È sciopero generale. La città appare sospesa. I partigiani arrivano da tutte le parti. Si sente sparare. Mussolini fugge verso Dongo, andando incontro al suo destino. In pochi giorni, i patrioti conquistano tutto il nord del Paese, talvolta dopo aspri scontri. Riappaiono i tricolori sui balconi. La gente si stringe attorno ai partigiani. Per molti giorni una folla quasi impazzita si riversa nelle piazze, sulle strade, canta, balla, ride. Si assapora l’ebbrezza della libertà, ritorna la voglia, la gioia di vivere. Ma la Liberazione è più della libertà. È la cacciata dell’invasore nazista che occupa, comanda, uccide, spesso civili inermi, in nome del totalitarismo del Terzo Reich. È Liberazione dal fascismo, divenuto suo servo e schiavo, col lungo elenco di violenze e di guerre. Riunifica il Paese diviso in due in un unico stato indipendente e sovrano. Realizza la fine di una guerra stolta e insensata. La Resistenza riesce a dare speranza ad un popolo travolto dalle macerie, anche morali, lasciate dal fascismo. Guidato poi da una classe dirigente che guarda lontano, oltre i propri interessi, diventerà una potenza industriale.

Le nostre valli vengono restituite ai cittadini quando gli Alleati sono lontani. La prima ad essere liberata, il giorno 27, è Chiavenna, la città di Bertacchi, di Giulio Chiarelli, comunista e galantuomo, di Greppi, di Febo Zanon, socialista, imprigionato e torturato, dopo che gli eroici patrioti della 90ª Brigata “Zampiero” hanno respinto gli assalti fascisti all’Angeloga. Poche ore dopo anche Morbegno, zona già protagonista di vaste azioni di guerriglia, con un CLN guidato da Angelo Manzocchi si arrende ai partigiani. A Bormio la resa viene raccolta dal Dr. Adolfo Flora. L’Avv. Teresio Gola per il CLN conduce le trattative per Sondrio. Il 27 i partigiani accerchiano la città secondo il piano d’attacco predisposto da Alfonso Vinci. Il 28 mattina i tedeschi firmano la resa e fuggono. Le formazioni garibaldine delle Brigate “Rinaldi”, “Mina” e “Moro” e un reparto della Brigata “Sondrio” scendono in città per dirigersi verso il Castel Masegra, dove si sono asserragliati i fascisti. Una breve sparatoria, poi la bandiera bianca. Grande festa per i cittadini e i partigiani, in particolare i sondriesi: Carbonera, Chiaravallotti, Farina, Mella, Negri, Parravicini, Patriarca, tanto per citarne alcuni. A Tirano, sempre il 28, dopo una dura battaglia si arrendono i presidi fascisti e i petainisti già sconfitti a Grosio. Con la Brigata “Mortirolo”, c’è Giuseppe Rinaldi. Infine il 3 maggio Cesare Marelli, il comandante “Tom” della Brigata “Stelvio”, a cui va il nostro commosso ricordo, fa sloggiare i tedeschi dallo Stelvio. Tutta la Valtellina è libera!

La guerra di Liberazione ha un costo: nelle nostre valli cadono 140 patrioti, 48 civili, rimangono feriti mutilati invalidi in 144. Il Presidente della Repubblica onora la Resistenza armata dei partigiani e quella disarmata delle popolazioni con la medaglia d’argento al v.m. alla provincia, portata dal Presidente del Senato Giovanni Spadolini. Il ruolo svolto dalle donne risulta essenziale. Da iniziale anello di congiunzione tra patrioti e famiglie, si trasforma nel pieno coinvolgimento alla causa. Non solo postine o staffette ma anche incarichi rischiosi. Pagano con la vita, le torture, il carcere. Due soli nomi: Lina Selvetti di Buglio e Rachele Brenna di Sondrio. Diverse ottengono il riconoscimento partigiano, ma moltissime restano sconosciute. Anche le popolazioni pagano con la vita, incendi e devastazioni. Infine la dolorosa storia dei deportati nei campi di lavoro, talvolta di sterminio.

Per la coraggiosa e dura scelta compiuta, per la lotta sostenuta, abbiamo tutti un debito di riconoscenza nei confronti dei partigiani. Dobbiamo ricordare i caduti, gli scomparsi di questi lunghi anni, quanti per fortuna sono ancora tra noi e ringraziarli tutti. Questa è la storia, la nostra storia, premiata con la medaglia d’argento, di cui tutti si vantano ma pochi ricordano che è stata conquistata dalla Resistenza!

Non la storia che ci viene presentata da anni, tesa a delegittimare la Resistenza, a rivalutare i Savoia e lo stesso fascismo, dipinto come una dittatura all’acqua di rose, dimenticando che nasce e si sviluppa con l’uccisione di 3.000 oppositori, con l’assassinio di Matteotti, Amendola, Gobetti, Gramsci, Don Minzoni, i fratelli Rosselli, le condanne a morte al carcere all’esilio al confino. E poi, con la RSI, i partigiani torturati, fucilati, impiccati, i civili perseguitati, gli ebrei avviati ai campi di sterminio, i soldati e i renitenti alla leva spediti nei campi di lavoro tedeschi. Ci si dice che i fascisti di Salò si battevano per la Patria. Per favore, non rivoltiamo la storia! La Patria era già in guerra con la Germania dal '43, stava ormai da un’altra parte, stava dalla parte di chi combatteva per la libertà e la democrazia, non per la svastica e i campi di sterminio!

Si è fatto di tutto, in questi anni, per cancellare la memoria del Paese che ha perso la bussola e non sa più ritrovarsi. Senza identità non capisce il presente, non progetta il futuro, appare allo sbando. La recessione morde lavoratori, imprese, cittadini, ma sono i più deboli a doverla pagare. Una politica degenerata nell’affarismo impone come valori il successo facile, il consumismo sfrenato. Invece di dare l’esempio, difende condannati e indagati che s’inventano ogni trucco per fuggire dai processi, in spregio al principio della divisione dei poteri. Intanto riappaiono, spesso tollerati, simboli e slogans espressi da rigurgiti nazifascisti, mai da sottovalutare. L’Italia deve cambiare. Deve riscoprire l’etica della moralità, della legalità e della correttezza. Qualcosa si muove in questa direzione, magari ispirata da guru inquietanti. Il bene comune si persegue con la trasparenza, che riguarda tutti: partiti, sindacati, associazioni, movimenti.

Si deve ritornare allo spirito costruttivo del dopoguerra, creato dalla Resistenza. Anche l’Europa deve cambiare, rifacendosi al Manifesto di Ventotene, al sogno di un’Europa federale e solidale. I trattati qualcosa hanno fatto, è stata mantenuta la pace. Ma molto resta da fare. O l’Europa saprà integrarsi fino alla creazione degli Stati Uniti o rischia il crollo.

Risorgimento Unità d’Italia Resistenza Repubblica Costituzione sono le nostre radici, i valori che continueremo a difendere, non chiudendo comunque al nuovo. Noi anziani la nostra scelta l’abbiamo fatta. Sta oggi ai giovani capirne il senso e portare avanti la memoria della Resistenza e dell’antifascismo per un’Italia più unita, più giusta, più democratica, attenta alle loro esigenze,un’Italia in cui sia bello vivere.

W l’Italia! W la Resistenza! W la Costituzione repubblica ed antifascista!

 

Sergio Caivano

Presidente ANPI provincia di Sondrio


Foto allegate

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