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Chiara Cataldi. Prima bevi il tè, poi fai la guerra
21 Marzo 2013
 
Un luogo non è mai solo 'quel' luogo: quel luogo siamo un po' anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati.
Antonio Tabucchi

Awal chai mekorim, bad jang mekonim [Prima bevi il tè, poi fai la guerra].
antico proverbio afghano
 
 
Chiara Cataldi
Prima bevi il tè, poi fai la guerra

Un anno a Kabul

Stampa Alternativa, 2012, pp. 192, € 13
 
   A Chiara Cataldi non mancano intraprendenza e coraggio. Chiara è una persona giovane, ma qualificata e competente e, ciò che non guasta, molto sensibile. Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche, nel 2008 ha vissuto quasi un anno in Afghanistan lavorando all'ambasciata italiana di Kabul. Un'esperienza professionale e umana indimenticabile, al punto che quattro anni dopo è uscito un suo libro su quei lunghi e bei mesi, densi di avvenimenti, incontri e persone, pregni di umanità. «Ho cominciato a scrivere questo libro due anni dopo il mio ritorno in Italia. All'inizio non è stato facile, ma poco a poco i ricordi e le sensazioni riaffioravano alla memoria, ed è stato come se tutti i pezzi del puzzle tornassero al proprio posto. È stato come fare ordine dentro di me».
   Il libro di Chiara si contraddistingue perché, oltre ogni tono epico o giornalistico, oltre gli effetti speciali, racconta la quotidianità, intrisa sì di drammi e difficoltà, ma anche di speranza e affetti e un invincibile senso di comunanza. Una scelta non casuale quella operata dall'autrice, che ha le consentito di creare con un prezioso filo esistenziale un diario-romanzo avvincente e autentico, genuino e ricco di notizie e informazioni, uno spaccato dell'Afghanistan quale esso è, ferito dalle guerre del passato e dalla ferocia esercitata dal regime talebano nei confronti delle donne e della gente comune, immerso in un presente talora dagli incerti connotati, ma nel contempo proiettato con le sue giuste aspettative verso un futuro di giustizia e ricostruzione. Una galleria di volti, un succedersi di situazioni, una quotidianità strana ma piena. In qualche modo una sorta di crocevia, un laboratorio dove si miscela un'umanità più solidale e consapevole.
   Non solo i check point, ma anche gli aquiloni nel cielo; non solo il perenne rischio di attentati, ma anche il profumo delle rose o la delizia dei frutti, delle bevande e dei cibi. E il buskashì, lo sport nazionale afghano (ricordate The Horsemen, il celebre film con Omar Sharif?), così come il lavoro istituzionale ricco di eventi e responsabilità, dati i problemi di sicurezza (vedi nel corso della sua permanenza l'attentato all'ambasciata indiana: 44 morti e il doppio di feriti), l'incontro con Nancy Hatch Dupree, leggendaria antropologa e archeologa americana che per decenni aveva vissuto in Afghanistan, l'invito a un matrimonio afghano, l'ospedale di Emergency e i suoi ospiti dolenti. (Un medico anestesista, che assiste due bimbe piccole intubate... «Ti sei rattristata?» mi chiede Matteo mentre torniamo alla guest-house.
   «Il fatto è che... è difficile accettarlo. Quelle bambine non hanno colpe, si sono trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato. Passavano di lì, forse stavano andando a scuola...» rispondo mentre i ragazzini di prima ci tagliano la strada.
   «Ci sono cose che semplicemente non si possono accettare, perché una spiegazione non esiste. Il primo mese che ho trascorso qui è stato terribile: non facevo altro che chiedermi il perché di questi massacri. Poi ho capito che il mio compito non era chiedermi la ragione delle cose, ma solo curare le persone».
   «È un po' come spegnere il cervello?»
   «Forse. Forse il segreto è fare come loro» mi dice indicando i tre corridori che adesso sono arrivati al cancello principale e stanno cercando di svegliare una guardia. «Fare finta che la vita sia un gioco».)
Eppure l'Afghanistan è un Paese di straordinarie attrattive, dai paesaggi di una bellezza selvaggia e mozzafiato, le montagne a toccare il cielo, non solo arido ma anche squarci verdissimi, di antichissima civiltà, tuttavia torturato e tormentato dalla storia, soprattutto quella più recente, e un'infanzia in pericolo e le donne in condizioni sociali difficili. Tanti giovani afghani hanno studiato all'estero e son tornati per offrire uno spontaneo, commovente e importante contributo alla rinascita. Chiara racconta tutto con limpide parole (molto interessante anche l'escursione a Samarcanda e Bukhara, nel vicino Uzbekistan, quasi un'oasi rispetto alle normali difficoltà vigenti in Afghanistan).
Centro Ortopedico della Croce Rossa a Kabul, fondato e diretto da Alberto Cairo, un italiano di Mondovì... «Verso la fine del nostro giro passiamo dal reparto dove sono ospitati i bimbi idrocefali. Su un letto c'è una mamma che tiene in braccio il suo bambino dalla testa enorme. David mi spiega che purtroppo è allo stadio terminale della malattia. Vengono da Bamiyan, la valle dei Buddha distrutti dai talebani, una provincia lontana e poverissima, dove non ci sono ospedali. Sono arrivati a Kabul da qualche settimana, dopo un lungo viaggio. Normalmente la patologia, se diagnosticata in tempo, può essere curata grazie a una serie di operazioni, ma ormai per questo piccolo paziente non si può fare più nulla. La mamma sembra giovanissima, e ha il viso più bello e dolce che abbia mai visto. La saluto, e lei risponde con un sorriso stanco. Nei suoi occhi si legge tristezza, ma non disperazione. Forse queste persone sono abituate ad affrontare il dolore diversamente. Oppure hanno perso la speranza».
   Però, anche... «Dopo pranzo serve un po' di attività per attivare la digestione. Hans e Giovanna giocano a karambol. È molto divertente e i bimbi sono fortissimi. Io nel frattempo mi metto a guardare le decorazioni con l'henna che le bambine si sono fatte sulle braccia e sulle mani per il giorno della festa. È un'usanza che si ripete nelle grandi occasioni, un po' come mettersi un abito nuovo. Sono motivi per lo più floreali, oppure spirali con puntini e stelline. Marjan, una delle ragazzine più grandi dell'orfanotrofio, si offre di decorarmi le mani. Ci sediamo sulle scale, e tutto intorno si fa una piccola folla di bambine che assistono alla pittura. Marjan prende un cono di carta stagnola colorato contenente l'impasto di polvere di henna e acqua nella consistenza di una crema, ne taglia l'estremità e inizia a disegnare dei ghirigori sul dorso della mano destra, fin sulle dita e le unghie. Una volta finita, passa alla sinistra, che decora all'interno, con fiorellini e puntini di varia grandezza. Alla fine le mie mani sono un groviglio di decorazioni...».
   Ci piace chiudere con questa piccola scena di grande serenità e con l'augurio che il popolo afghano conosca la felicità che gli è dovuta.
 
Alberto Figliolia

 
 
 
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