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Gordiano Lupi. Hacerse el sueco (2000) 
Continuando a commemorare e a studiare Daniel Díaz Torres
22 Settembre 2013
 

Regia: Daniel Díaz Torres. Durata: 105’. Produzione: ICAIC (Cuba), Kinowelt Gluckaf Film (Germania), Igeldo Komunikazioa. S.L., Impala S.A. (Spagna). Distribuzione: Distribuidora Internacional de Películas ICAIC. Produzione: Evelio Delgado, Camilo Vives. Soggetto e Sceneggiatura: Eduardo del Llano, Daniel Díaz Torres. Fotografia: Raúl Pérez Ureta. Montaggio: Guillermo Maldonado. Musica: Edesio Alejandro, Gerardo García. Suono: Ricardo Istueta, James Muñoz. Interpreti: Enrique Molina, Peter Lohmeyer, Coralia Veloz, Ketty de la Iglesia, Mijail Mulkay. Alcuni Premi: Premio della Popolarità assegnato dal Circolo dei giornalisti culturali UPEC, Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano, L’Avana (2000); Miglior Interpretazione Femminile a Coralia Veloz e Miglior Interpretazione Maschile a Enrique Molina, Festival Nazionale UNEAC di Cinema, Radio e Televisione, L’Avana (2001); Premio del Pubblico, Festival Internazionale di Cinema di Friburgo (2001); Premio Caracol per la Colonna Sonora a Ricardo Istueta, Festival Nazionale UNEAC di Cinema, Radio e Televisione, L’Avana (2001).

 

La sinossi di Hacerse el sueco può essere ridotta all’osso da quanto è semplice, ma quel che conta non è tanto la flebile trama gialla, quanto il messaggio implicito, la vita quotidiana dei quartieri avaneri e le situazioni comiche a livello di farsa.

Björn è un falso professore svedese di letteratura, ma in realtà conosce soltanto Pippi Calzelunghe per averla letta da bambino e dietro la falsa identità nasconde una personalità da rapinatore professionista. Björn – uno pseudonimo perché lo straniero è un tedesco nato da madre svedese – affitta una camera in una povera abitazione di Centro Habana, presso un poliziotto in pensione che crede di ospitarlo, mentre moglie e figlia stipulano un contratto in nero con lo svedese. Tra il poliziotto e lo svedese nasce una strana amicizia, ma al tempo stesso il finto professore si innamora della figlia del pensionato. Il rapinatore colpisce ripetutamente nei quartieri centrali della capitale, minacciando la tranquillità dei piccoli delinquenti locali che si coalizzano e aiutano la polizia nelle ricerche. Alla fine Björn viene scoperto perché tenta di rubare i gioielli della corona di Svezia mentre il poliziotto lavora come guardia notturna. Il finale vede un inseguimento da pochade e un paradossale chiarimento all’aeroporto tra Björn e il poliziotto in pensione. Il finto professore sposerà la figlia dopo una bella festa in casa dei suoceri ma subito dopo dovrà saldare il conto con la giustizia. Regista e sceneggiatore fanno capire che si tratta proprio di una favola perché nell’ultima sequenza si chiude un grande librone mentre dalla finestra vediamo la neve imbiancare L’Avana.

Hacerse el sueco utilizza alcuni meccanismi del giallo e del thriller ma non è un film che fa della suspense la sua arma migliore, perché dopo quindici minuti lo spettatore smaliziato ha già capito tutto. Eduardo del Llano e Daniel Díaz Torres non volevano costruire un film ad alta tensione, ma solo contaminare i generi e realizzare una commedia tendente al farsesco che mettesse in luce alcuni problemi della vita quotidiana. Ci riescono solo in parte perché il film è a tratti paradossale e irreale, sia per la figura del rapinatore straniero che si mette a fare lezione di letteratura all’Università dell’Avana, sia per il personaggio del poliziotto integerrimo che non sospetta niente e diventa amico del delinquente. Le cose migliori della pellicola vanno ricercate nella descrizione certosina di come scorre la vita in un barrio cubano, tra piccoli delinquenti, venditori di frodo, poliziotti amici dei truffatori e difficoltà per tirare avanti. Il poliziotto in pensione rappresenta il vecchio comunista integerrimo che crede ancora negli ideali di solidarietà e vive una miseria dignitosa. La moglie e la figlia, invece, sono i cubani più propensi al compromesso, che cercano di escogitare il modo per raggranellare un po’ di denaro extra. Ottimo il coro dei comprimari che segnaliamo per alcune figure di piccoli farabutti avaneri molto ben caratterizzate, sia per lo slang strascicato che per atteggiamenti e movenze. Un personaggio divertente è il piccolo cane del poliziotto, il solo a capire la verità sullo strano ospite sin dal primo momento e in definitiva pure colui che lo fa scoprire. La vita del barrio cittadino è rappresentata molto bene, tra risse, urla, incomprensioni, persone che gridano da un terrazzo all’altro, ballerine di rumba e guaguancó, cerimonie di santeria e uomini che inventano il quotidiano. La pellicola riproduce con dovizia di particolari il caos dell’Avana Vecchia, utilizza il suono in presa diretta, mostra uomini che frugano nella spazzatura in cerca di avanzi e descrive sequenze di vita quotidiana. Daniel Díaz Torres ci tiene a mettere in primo piano il valore dell’amicizia e a sottolineare come un cubano riesca a vivere in maniera dignitosa e onesta. Il rapinatore vuol bene al suo nuovo amico cubano, non lo tradirebbe mai, e in definitiva ha seguito il suo consiglio di fare il meglio di quel che sa fare. Rubare è la sola cosa che gli riesce e all’Avana dà il meglio di sé. La commedia presenta anche una tenera storia d’amore tra il finto professore svedese e Alicia, figlia del poliziotto, coronata da un improbabile lieto fine. Contaminazione dei generi pura: commedia sociale, farsa, pochade, giallo, thriller… il tutto in salsa cubana. Notevole la colonna sonora a base di sonorità afrocubane e di musica contemporanea. Citazioni cinematografiche e letterarie obbligate: il grande Ingmar Bergman durante la settimana della cultura svedese e il romanzo Pippi Calzelunghe (Pippa media larga) di Astrid Lindgren.

 

Gordiano Lupi


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