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Paolo Diodati. Assemblaggi di sprazzi di luce
15 Febbraio 2010
 

Gli ultimi quattro commenti, due di Alex, uno di Roberto e l’ultimo di Feninno, sul tema dell’interpretabilità dei testi voluti dall’ultimo Battisti, meritano una risposta non sbrigativa. Li ringrazio e confesso che, con i loro sforzi, mi hanno fatto una certa tenerezza. Mi sono sembrati come quegli irriducibili giapponesi che uscivano dalla foresta e non sapevano che la guerra era terminata da anni… Non hanno tenuto conto del fatto che il Gioco, apprezzato dai tanti che si sono lasciati coinvolgere, criticato anche brutalmente da altri, era finito, anche perché chiamato di fine estate.

Terminato il preambolo, veniamo ad Alex, per le cui parole mi viene spontaneo osservare

 

C’è qualcosa di nuovo in questa prosa,

anzi d’antico: non c’è più la rosa,

ma il corpo d’una donna, la viola,

e lo strumento, in una forma sola.

 

da “Cari Dolci Suoni” (CDS) che con “Carte Da Scordare” (CDS), costituiscono le due facce di una stessa medaglia.


Alex ci ha messo di fronte a un salto di qualità nei tentativi di trovare un filo conduttore per i diversi “sprazzi di luce” riscontrabili nei discussi testi di Pasquale Panella.

Nel proporre un suo particolare e dotto assemblaggio degli sprazzi di luce che lui intravede, osserva saggiamente:

«Se uno ha deciso che in quella canzone non vuole vederci alcun senso allora non ce lo vedrà mai.

Purtroppo o per fortuna ho l’impressione che con P. Panella bisogna scegliere cosa capire».


La prima affermazione ammette e giustifica la sua duale Se uno ha deciso che in quella canzone vuole vederci per forza un senso, allora ce lo vedrà sempre.

La seconda, che sottoscrivo in pieno, torna nuovamente alla mia convinzione iniziale. Se ognuno per capire, deve scegliere cosa capire, dal concetto pirandelliano Uno, nessuno, centomila, riferito alle persone, si passa alla stessa possibilità riferita alle interpretazioni dei testi. Cioè, alla Torre di Babele di cui parlavo nella modestissima composizione riportata, provocatoriamente, nel primo articolo della serie. Quindi Alex, dopo la gradevolissima prova d’abilità fornita, converge chiaramente, verso la mia posizione, anche se sembra gradire la soluzione artistica del senso oscillante o indefinito. Forse spinto dal desiderio di una libertà interpretativa anche per i suoi scritti.

Non per polemica, ma per arida deformazione personale verso la precisione, insisto nell’usare la vecchia matita blu per chi sostiene che occorrano “sequele di palmi” per misurare la distanza tra collo e la tastiera del costato. Caro Alex, la giri come vuole, ma con un solo palmo e mezzo si va dalla gola all’ultima costola in una persona di 1,85 metri. Al suo assemblaggio deve aggiungere che il poeta stava pensando a un nome smemorato che se se lo ricorda si apre un fico, di una donna-cerbiatto-viola alta… una decina di metri. Anche nelle liberissime licenze che i poeti possono prendersi, deve esistere un limite. Se si supera irrimediabilmente tale limite, l’ipotesi delle parole inserite solo per addolcire il tutto mediante rime o assonanze, prende una notevole consistenza.

Infine, come giustifico l’osservazione iniziale in endecasillabi a rima baciata?

Vediamo se sono un buon investigatore. Lo stile di Alex non compare in alcun altro commento, tra i circa 150 arrivati. Potrebbe essere intervenuto altre volte, ma non con lo stile attuale. Inoltre, tra tutti gli articoli che ho letto su TF (confesso che si tratta di una piccola parte) solo due firme potrebbero avere le caratteristiche inventive e stilistiche di Alex: Alice e CDS.

Ancora una volta, due facce di una stessa medaglia.

C’è un’altra ipotesi che però reputo molto improbabile. Che Alex sia Pasquale Panella, descritto come istrionico e fantasioso nell’uso della parola, oppure un suo imitatore.

 

Roberto e Francesco Feninno hanno riaperto un’inaspettata coda sui riferimenti al filosofo Hegel. Più realisticamente, Feninno non si avventura nell’interpretazione in chiave hegeliana dell’opera omnia, ma solo dei testi dell’ultimo album, intitolato, appunto, Hegel.

Feninno, spinto a intervenire da Roberto, con grande onestà, riconosce di lavorare di fantasia. E allora sono autorizzato, da loro e da Alex, a fare altrettanto.

 

Nessuno può sostenere che nell’ultimo disco, Hegel, e in particolare nei brani Hegel e Tubinga, non vi siano riferimenti al filosofo. Il punto però è sempre lo stesso: riferimenti a pelle di leopardo. Uno sprazzo di luce qua, uno là. Ha un senso l’insieme di quei riferimenti, o sono buttati là solo per “far intellettuale” e distinguersi da Mogol, tanto amato dalle massaie?

Mi scuso per la pochezza della mia interpretazione unitaria. Forse potrei fare di meglio, ma per questioni di tempo (è l’una di notte…) improvviso un assemblaggio.

Si è affermato che l’errore di pronuncia di Hegel, detto alla romana “Hegèl”, fosse voluto e anche un unicum di Battisti, attentissimo alla dizione. Voluto per far intendere anche ai distratti che si volevano riferire a Mogol. Altri dicono che quella pronuncia sia il brianzolo “È ghel”, cioè “è egli, è lui”. Io potrei vederci un Chegol (che bella meta raggiunta). Insomma, non c’è accordo, tanto per cambiare, comunque, andiamo avanti.

L’errore di pronuncia su Hegel, non è affatto unico, come sostenuto da Feninno. Avevo segnalato quello, ben più strano, che trasforma allegorìa in allegòria. Mentre l’ineliminabile parlar romanesco di Battisti portava forse per abitudine o spiritosaggine, a dire Hegél, e quindi addio elucubrazioni, decisamente più improbabile è l'involontarietà dell'errore da me segnalato.

È possibile documentarsi sul Progetto Babele, in cui Legeh (speculare o contrario di Hegel) gioca un ruolo e sul Progetto culturale Legeh. Ora è anche possibile trovare riferimenti a Logom (speculare a Mogol). Ipotizzo che il voluto passaggio da allegorìa ad allegòria, voglia richiamare l’attenzione sulla seconda parola che è un anagramma di “alé glòria” (evviva, ecco, la gloria), che darebbe un gran peso all’ipotesi Chegol. Hanno l’identico significato allusivo.

Quindi Logom (Mogol al contrario, cioè, Panella) e Legeh (Hegel al contrario, cioè con la filosofia di Hegel mal digerita da Battisti) col Progetto Babele (realizzato con testi in cui ognuno capisce quello che vuole, quindi, anche nulla), si proponevano di far arrivare a dire “alé, glòria”. Cioè, dal facilissimo gioco del non-senso, all'alè gloria. Sempre alla faccia di Mogol. Inoltre, Hegel difende la zona e Mogol giocava a terzino? Ma in quanti sapevano e sanno che Mogol a calcio gioca a zona e difende la sua? Mentre tutti sanno che il Terzo Reich, difendeva, eccome, la sua zona e voleva vivere Mille anni. Quindi l’interpretazione è questa: Panella e Battisti, con pochissima fatica (scrivere un testo alla Mogol, piacciano o no, costa più fatica che scrivere alla Panella. E molte delle musiche “elettroniche e fredde” e senza esecutori, costavano a Battisti quasi zero dal punto di vista economico e molta, ma molta meno fatica, delle precedenti) volevano realizzare il Progetto Babele che sarebbe durato Mille anni, come nelle aspettative di Hitler &C. Le velleità del Terzo Reich durarono 10 anni, dal 1933 al 1943 (nel ’43 cadde il fascismo perché, con l’arrivo degli americani ci si rese conto che la guerra e il Reich erano state follie che stavano finendo male). E quelle della rivoluzione Battisti-Panella? 10 anni! Iniziarono nel 1984 e le fecero terminare nel 1994, di fronte alla disfatta economica. Abbiamo allora inequivocabili coincidenze di vario tipo. Inoltre Hegel, tirato per la giacca da destra e da sinistra, può essere criticato e odiato da sinistra e da destra. E questo spiega il qualunquismo di Battisti, aumentato dalle idee confuse sul filosofo tedesco.

Trovate ridicola e infondata questa ipotesi? Anch’io. Ma chi può stabilire che lo sia in assoluto?

Un saggio disse “È meglio star zitto e sembrar d’essere coglione, che parlare e dimostrare d’esserlo”. Ho scritto, nello sberleffo eseguito al Contrappunto Jazz Club, che Battisti con Panella, pronunciava solo “parole che stanno zitte”. Quindi, non ha dimostrato d’essere un coglione. Anzi.

 

Paolo Diodati


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