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"La rivolta contro Fidel Castro è possibile" 
Stefano Magni intervista Armando de Armas
26 Gennaio 2008
 

Domenica, a Cuba, si sono tenute le cosiddette “elezioni”. I risultati che verranno diffusi oggi di certo non potranno rappresentare una sorpresa perché, di fatto, è permessa l’esistenza di un solo partito e di una sola ideologia, quella comunista. Il potere di Fidel Castro dura da 49 anni. Si tratta della dittatura più duratura dell’emisfero occidentale dopo quella portoghese di Salazar. In quasi mezzo secolo non è mai emersa un’alternativa. E la comunità cubana che non ha accettato di vivere sotto la dittatura è oggetto di una lunga serie di accuse da parte dell’opinione pubblica occidentale. Si dice che il castrismo non abbia alternative, neppure dopo l’eventuale morte del dittatore, perché i suoi oppositori sarebbero ancora peggiori. È diffusa la convinzione che l’opposizione in esilio sia costituita da elementi di estrema destra, da violenti, da malviventi e mafiosi che si erano arricchiti (con la prostituzione e il gioco d’azzardo) ai tempi della dittatura di Batista. E si dice anche che tutti questi oscuri figuri siano intenti, con l’appoggio della Cia, a destabilizzare il castrismo con il terrorismo, non disdegnando neppure l’uso di armi batteriologiche.

Ma davvero Castro ha degli oppositori esuli così impresentabili? Abbiamo parlato con uno di loro, Armando de Armas, che ha vissuto sulla sua pelle l’esperienza del gulag cubano ed ha rischiato la vita pur di fuggire dal regime castrista. È autore de I miti dell’antiesilio (edito da Spirali) scritto proprio per tentare di contrastare l’immagine negativa che è stata data alla comunità di dissidenti più calunniata del mondo.

 

Perché tutti dicono che nell’esilio cubano prevalgono idee di estrema destra?

Non ci sono solo i miti costruiti da Castro per demonizzare i cubani in esilio, ma anche quelli creati all’interno della comunità cubana esule da alcuni esponenti contro altri. Per esempio quello dell’esilio di destra o di estrema destra. Paradossalmente l’esilio cubano, non solo non è di estrema destra, ma non è neppure moderatamente di destra. Se parliamo con quelli che sono fuggiti da Cuba, possiamo capire che sono praticamente tutti di sinistra. E mi azzarderei a dire che, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, a Cuba non esiste più un pensiero di destra. Intellettuali che hanno ispirato il pensiero politico cubano contemporaneo, come Arango e Barreño, sono di sinistra. Con l’indipendenza dalla Spagna, le campagne elettorali a Cuba sono sempre state caratterizzate da una battaglia tra una sinistra moderata contro una sinistra massimalista. Per esempio, Fulgencio Batista si presentò alle elezioni con programmi di sinistra. Inizialmente era stato eletto democraticamente e divenne un uomo chiave nella stesura della Costituzione del 1940, i cui fondamenti sono socialdemocratici. Quando Batista divenne un dittatore, lo fece nel nome di un populismo di sinistra. Quando, nel 1961, i cubani in esilio tentarono di rovesciare la dittatura di Castro, lo fecero nel nome di ideali socialisti, per cercare di ripristinare la Costituzione del 1940. Morirono nel nome di una legge suprema che era molto più progressista e utopistica rispetto alle carte costituzionali dell’Europa di oggi.

Oltre che di “destra” si dice anche che l’esilio cubano sia violento…

Nel regime di Castro, il dittatore e tutti i suoi funzionari continuano a fare discorsi incendiari, non solo contro di dissidenti, ma anche contro l’Occidente in generale. Il regime odia esplicitamente i suoi nemici, interni ed esterni. Ma la violenza che caratterizza la teoria e la prassi del regime castrista non viene spiegata dai mass media come il frutto del suo fanatismo, ma liquidata come ‘normale retorica’. Se prendiamo in considerazione gli esuli, invece, vediamo che, effettivamente, c’è molto rancore nei confronti del regime, ma, nonostante tutto, non si sono verificati atti di rappresaglia contro quei suoi membri che, una volta epurati, sono fuggiti a loro volta a Miami. Tra gli esuli ci sono tutti i parenti di coloro che sono stati fucilati, o di quelli che sono annegati cercando di attraversare il mare per rifugiarsi in Florida. Eppure per le strade della città vediamo circolare liberamente anche funzionari del regime e ufficiali dell’esercito di Castro, ma nessuno li tocca. Solo in un caso, un torturatore, un agente del regime che ‘rieducava’ i prigionieri politici negli ospedali psichiatrici a colpi di elettroshock, è stato processato regolarmente, con tutte le garanzie dei processi negli Stati Uniti e condannato. E durante il processo non è certo stato picchiato o ucciso.

E cosa mi dice del gioco d’azzardo e della prostituzione, ormai veri simboli della Cuba di Batista?

Negli anni ‘40 e ‘50 a L’Avana c’erano casinò, c’era delinquenza e prostituzione. Ma i casinò esistono anche in molte altre città occidentali, però non si dice mai, ad esempio, che Las Vegas è un luogo di perdizione e decadenza. La prostituzione era tollerata, così come il gioco d’azzardo, ma non erano la principale fonte di ricchezza dell’economia. La criminalità non era così diffusa come si dice: se guardiamo al numero di reati all’epoca di Batista, troviamo che erano un fenomeno abbastanza limitato. La prostituzione era localizzata in alcuni quartieri de L’Avana e in poche altre zone dell’isola. Oggi invece, moltissime donne, che in passato erano insegnanti, professoresse universitarie, ingegneri, medici, sono costrette a prostituirsi ai turisti. Perché il sistema economico di Castro ha ridotto la maggior parte delle donne alla miseria più nera. Anche solo per dar da mangiare ai figli, una donna è costretta prostituirsi. A Miami, al contrario, la prostituzione è malvista, sia dalle donne che dagli uomini ed è rarissimo trovare una cubana che si prostituisce. Molte donne che, a Cuba, dovevano prostituirsi, a Miami hanno ritrovato una normale vita familiare e lavorativa.

Si dice anche che gli esuli cubani facciano terrorismo...

La sinistra comunista internazionale ha sviluppato una strategia di diffusione dei metodi terroristici su scala globale. Tutta la sinistra comunista è infatuata da questi metodi. Persino una donna considerata come una martire, quale Hebe de Bonafini, leader del movimento dissidente argentino delle Madri di Plaza de Mayo, ha dichiarato di approvare l’attacco terrorista a New York e Washington nel 2001. La sinistra internazionale approva e sostiene la violenza delle Farc, la narco-guerriglia colombiana, che è causa di migliaia di lutti tra i giovani e tiene prigionieri centinaia di ostaggi. Stiamo parlando di una violenza sistematica e applicata su larga scala, ma non se ne parla. Però, quando un singolo dissidente viene spinto ad usare i metodi della lotta armata contro un regime che non ammette alternative democratiche, questo sì che viene immediatamente condannato da tutta la sinistra internazionale. Non ho mai sentito parlare di anti-franchisti “moderati”, o di anti-fascisti “moderati”: loro hanno avuto tutto il diritto di essere degli “estremisti”, radicalmente nemici dei regimi che li opprimevano. Quando si parla di un regime comunista, invece, si distingue tra dissidenti “moderati” e “terroristi”. Da quando furono sterminati i “banditi”, un’etichetta applicata da Castro a sindacalisti, ex rivoluzionari, membri di partiti democratici che resistettero all’instaurazione della dittatura di Castro, da trent’anni a questa parte, a Cuba, non esiste più un’opposizione armata. Paradossalmente, coloro che resistettero a Castro con le armi in pugno, a Escambray e nella Baia dei Porci, nel 95 per cento dei casi avevano militato nelle file di Fidel Castro fino a due anni prima. Dopo di allora i dissidenti hanno sempre seguito una strategia moderata e nonviolenta. Arrivano a un punto tale di moderazione che, spesso, non fanno neanche più opposizione. Negli ultimi trenta anni, al contrario, il regime castrista ha esportato la sua rivoluzione con le armi in Africa e in America Latina. Ha sistematicamente appoggiato e sponsorizzato movimenti terroristi in tutto il mondo: l’Ira, l’Eta, le Farc colombiane, l’Olp... Ma l’opinione pubblica continua a condannare solo le vittime del regime, solo coloro che hanno combattuto contro il regime e, nella maggior parte dei casi, sono morti. La sinistra europea è pronta a chiudere un occhio di fronte a qualsiasi violenza commessa da Castro, ma non perdona nulla ai suoi oppositori.

Ogni volta che a Cuba scoppia un’epidemia di Dengue, si sospetta la mano americana o degli esuli. Perché?

Un vanto del regime cubano è proprio la sua industria biotecnologica. Negli impianti di Cuba si coltivano vari tipi di virus contagiosi e molto pericolosi. La tecnologia è molto avanzata, ma l’incuria è tipica dei regimi socialisti. Non mi parrebbe strano sapere che qualche virus si sia diffuso al di fuori dei laboratori. Va ricordato anche un episodio molto strano. Ai tempi della guerra civile nel Salvador, il presidente salvadoregno accusò pubblicamente Castro di alimentare il terrorismo e la guerriglia comunista, che stavano causando la morte di migliaia di giovani nel suo paese. Non passò nemmeno un mese e nel Salvador scoppiò un’epidemia di Dengue. Può essere una coincidenza. La sequenza temporale dei due fatti non prova nulla. Però è... curiosa.

Cosa pensa dei “cinque eroi”, i cinque cubani castristi prigionieri negli Stati Uniti?

Va detto, prima di tutto, che il tribunale che li ha giudicati non era di Miami. Che la giuria che ha emesso il verdetto era composta da afro-americani, europeo-americani, ma da nemmeno un cubano-americano. Che il processo è stato celebrato con tutte le garanzie del diritto americano, dopo aver condotto una lunga indagine per raccogliere le prove. Secondo gli atti processuali, di cui i media parlano pochissimo, i cinque cubani sono stati arrestati perché cercavano di introdurre armi negli Stati Uniti, erano in possesso di piani terroristici contro esponenti della Fondazione Cubano-Americana.

Adesso che la leadership di Castro appare verso la fine, pensa che sia possibile un ritorno alla democrazia?

Una ribellione è possibile. Nemmeno il prezzo del petrolio alle stelle e il sostegno dei petroldollari di Hugo Chavez, permettono alla popolazione cubana di vivere decentemente. L’opposizione politica, nonostante l’inasprimento della repressione, cresce giorno dopo giorno ed è sempre più organizzata. Ma quel che è ancor più importante, anche se è invisibile all’estero, è il livello di frustrazione e di rabbia diffuso nel resto della popolazione non impegnata in politica. Il cubano medio non può permettersi neppure un vero pasto al giorno. Il cibo è ancora razionato e può essere ritirato con tessera annonaria. Nell’arco del mese, per almeno 7 giorni, mancano carne e verdura. Il successore di Castro, per mantenere il controllo politico, dovrebbe garantire almeno un pasto decente al giorno. Anche solo per questo piccolo miglioramento, sarebbe costretto ad avviare delle riforme nel sistema socialista, introducendo una qualche forma di mercato libero. Però questa mossa potrebbe risultare molto pericolosa. Perché il sistema cubano è una diga piena di crepe, ormai.

È ottimista per il futuro di Cuba?

Le cose possono anche subire un’involuzione. Questa possibilità ha un nome e un cognome: Hugo Chavez. Il presidente venezuelano ha intenzione, prima di tutto, di aiutare un regime morente, basato sul vecchio stalinismo, a restare in sella a tutti i costi. E non solo: vuole esportare il sistema cubano nell’America continentale, un obiettivo prioritario della politica estera dell’Avana che non era mai stato raggiunto con successo da Castro. Chavez ha un vantaggio: è già sul posto, è già confinante con tutti i paesi in cui dovrebbe essere inizialmente esportata la rivoluzione castrista. Si dice che Chavez sia un pazzo. Può anche esserlo, ma è pericoloso. La sua non è solo retorica: ha sempre messo in pratica quello che ha detto, anche i progetti considerati da tutti più estremisti, utopici o irrealistici. Per cinquant’anni, Cuba è stata al centro di una rete di sovversione proveniente da tutto il mondo. Il regime castrista è stato un rifugio sicuro per i terroristi latino-americani, europei e mediorientali, ha mantenuto ottimi rapporti con l’Iran dei mullah e con la Libia di Gheddafi. Ora, tutti questi contatti sono stati ereditati direttamente da Chavez. L’esperienza e la rete di relazioni costruite dal regime cubano, unite alla ricchezza petrolifera del Venezuela di Chavez, costituiscono una struttura di potere molto pericolosa. Non c’è bisogno di un genio della diplomazia: l’alleanza anti-occidentale è già formata e oggi comprende, oltre ai due paesi cardine (Cuba e Venezuela) anche la Bolivia, l’Ecuador e il Nicaragua. E poi c’è l’Iran: la situazione mi ricorda, con le debite differenze, quella dei tempi della crisi dei missili del 1962. L’Iran, probabilmente, non avrà mai la capacità di minacciare Washington con i suoi missili. Ma se riuscisse a dispiegarli a Cuba, o in Nicaragua...

Cosa pensa quando vede tutti questi europei che vanno a Cuba come turisti, considerandolo un “ultimo paradiso”?

Proprio ieri sera ho incontrato un italiano, dichiaratamente anticomunista, che ama andare a Cuba anche più di una volta all’anno. E mi ha detto che quando morirà Castro e finirà il suo regime, la purezza della natura cubana verrà corrotta dall’arrivo del capitalismo e del turismo di massa. Io penso che questo sia un retaggio della mentalità colonialista europea, uno spirito paternalista che fa sentire superiori. Anche l’ultimo degli europei, a Cuba vive come un re.

 

Stefano Magni

(da l'Occidentale, 18/01/2008)


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