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Francesco Pullia. Pinelli, una vicenda non soltanto privata
29 Settembre 2009
 

Lei sostiene che si tratta di una vicenda quasi soltanto sua e in quel quasi c’è la ritrosia, talora eccessiva ma sempre ammirevole, che ha sempre contraddistinto la sua persona. Ci riferiamo a Licia Pinelli e alla tragica fine di Pino, suo marito, volato giù da una finestra della questura di Milano. L’occasione per riflettere su questa bruttissima pagina che appartiene all’intero paese ci è data dalla nuova edizione di Una storia quasi soltanto mia, libro-intervista di Licia Pinelli e Piero Scaramucci pubblicata da poco da Feltrinelli.

 

Pino Pinelli era stato convocato da Luigi Calabresi nel corso delle indagini sulla bomba di piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Lo stesso commissario, un paio d’ore dopo l’esplosione, lo va a cercare nel circolo anarchico di via Scaldasole. I due si conoscevano e, a quanto si dice, avevano instaurato un rapporto cordiale. Lui, Pino, ferroviere, padre di due bambine, nonviolento, idealista, fervente assertore della fratellanza universale, non aveva nulla da nascondere o temere. Messosi in sella al motorino si era recato di filato in questura per quella che sembrava una semplice formalità. E tale avrebbe dovuto essere. Aveva telefonato verso la mezzanotte per rassicurare la moglie. Erano in tanti ad essere stati fermati e, quindi, avrebbe tardato.

Invece, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre il drammatico, oscuro, epilogo: un volo dal quarto piano dell’edificio della polizia e Pino finisce su un aiuola del cortile interno. La moglie, tenuta all’oscuro dell’episodio, ha il presentimento che sia successo qualcosa di grave, di molto grave, dalla visita inaspettata dei cronisti.

 

«Era esattamente l’una e cinque quando è suonato il campanello. Le bambine erano a letto, mia suocera dormiva con me quella sera. Sono arrivati due giornalisti, credo del “Corriere della Sera”, mi hanno detto: “Dev’essere successa una disgrazia a suo marito”. E poi: “Sembra che sia caduto da una finestra della questura”. Mi sono precipitata al telefono, il centralino della questura mi ha risposto subito l’ufficio di Calabresi e mi ha risposto direttamente lui. “Sono Licia Pinelli”, gli ho detto e ho avuto come la sensazione che allontanasse la cornetta dall’orecchio. “Dov’è mio marito?”

Al Fatebenefratelli”, mi ha risposto.

Perché non mi ha avvisata?”

Ma sa, signora, abbiamo molto da fare”.

A distanza di anni non lo dimentico. Devo aver detto qualcos’altro sbattendo giù la cornetta».

E, poi, la corsa pazzesca all’ospedale prima della suocera, poi della moglie: «Quando mia suocera è arrivata all’ospedale forse non era ancora morto, ma a lei non l’hanno fatto vedere neanche morto. Era pieno di poliziotti quando è arrivata, persone che correvano attorno, ma era come se fosse sola, nessuno le dava retta, nessuno le diceva niente. Mi ha telefonato all’atrio dell’ospedale: “Licia, dev’essere successo qualcosa di grosso. A me non hanno detto niente”. (…) La mia gatta, poverina, sembrava che avesse capito tutto, era più disperata di me: sembrava volesse consolarmi, sai come fanno i gatti quando ti si strusciano contro facendo le fusa. (...) Ho svegliato le bambine (…) e sono corsa all’ospedale (…). I poliziotti erano spariti, l’atrio del pronto soccorso era deserto e buio, c’era solo mia suocera dietro alla porta. “Licia”, mi ha detto, “dev’essere morto. Ho visto un infermiere che tirava fuori i moduli”. Allora siamo andate mi pare verso una stanza con delle scrivanie, c’era un infermiera che ci faceva passare, poi degli infermieri ci hanno portate a vederlo. Su una barella, tutto coperto, fuori solo il viso».

 

L’inchiesta in un primo tempo affidata al giovane magistrato Paoliilo, che tranquillizza perché l’alibi di Pino è stato confermato, passa subito in altre mani con il chiaro intento di attribuire a Pinelli responsabilità che non gli sono proprie. Come andò, purtroppo, lo sappiamo, con l’enigmatica sentenza, sei anni dopo, del giudice Gerardo D’Ambrosio secondo cui Pinelli sarebbe stato caduto perché colto da “malore attivo” e l’assassinio, il 17 maggio 1972, del commissario Calabresi.

 

Il libro, ricco di momenti rievocativi e privati (il matrimonio, la nascita delle bambine. l’impegno politico, la comune passione per l’Antologia di Spoon River, l’amore per gli animali e i gatti in particolare), comprende contributi di Carlo Smuraglia, Corrado Stajano, Giorgio Bocca, Dario Fo e Franca Rame, Giuseppe Gozzini, Marino Rivolsi, Luigi Ruggiu, Bruno Manghi, Elda Necchi, Goffredo Fofi, Mauro De Cortes, Luciano Lanza, Lella Costa, una cronologia della strategia della tensione curata da Saverio Ferrari, un’accurata bibliografia nonché un’ulteriore, breve intervista all’indomani dell’incontro tra le due vedove, Pinelli e Calabresi, avvenuto il 9 maggio di quest’anno alla presenza del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il quale chiese rispetto ed omaggio per la figura di Giuseppe Pinelli, definito un innocente vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine.


Francesco Pullia

(da Notizie radicali, 23 settembre 20009)


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