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Bruna Spagnuolo: La letteratura popolare turca
02 Giugno 2009
 

Prologo

Cercando ‘informazioni’ sulla letteratura turca, ci si accontenta, normalmente, delle ‘nozioni’ seguenti:

- La letteratura turca ha tramandato documenti molto antichi (vedi iscrizioni reali e religiose secolari come quelle dell’Orkhon della Mongolia del 732 –epitaffi in götürk dedicati a personaggi di stirpe reale– e come quelle in lingua uigurica –di Jenissei). Gli antichi manoscritti del IX secolo (in uiguro mutuato da alfabeto iraniano) riguardano traduzioni religiose manicheiste o buddiste. L’iscrizione di Kara-Balgassun dell’810 è in turco uiguro/sogdiano/cinese e narra la conversione del capo degli Uiguri al manicheismo.

- Echi islamici. Le dinastie turche in Asia centrale portarono Islam e letteratura a imparentarsi con le culture araba e persiana e con il sufismo (a partire dal X secolo). Il poeta uiguro Yusuf Has Hacib fu il più importante poeta della letteratura karakhanide con il suo poema didascalico La scienza regale (Quatadgu Bilix, 1069). Il primo dizionario della lingua turca risale al 1072 e fu opera di Mahmud Kashgari. Lo sviluppo della letteratura khwaremshah, avvenne mentre la dinastia dei Turchi Selgiuchidi portava in Asia Minore la fioritura della letteratura azera e della letteratura turca di Anatolia. Yunus Emre (1238-1320) fu uno dei primi scrittori in lingua turca e fu un grande, ma ci fu chi, come il fondatore dei Dervisci danzanti, il mistico Gialal ad-Din Rumi, si distinse scrivendo in lingua persiana (quella che era sempre stata e che fu a lungo, per antonomasia, ‘la’ lingua delle élite poetiche). Giunse un tempo, però, durante il quale, la lingua turca (definita ciagataica, in ricordo del sovrano mongolo Ciagatai) surclassò di gran lunga l’idioma persiano. Ciò accadde durante il regno di Tamerlano e diede il via alla tradizione orale dei Dervisci e degli âshik, i menestrelli mitici che, accompagnandosi con il saz, narravano storie-leggende-gesta epiche (le mitiche hikayé).

- Echi ottomani. L’impero ottomano (sin da XV secolo) fu il padre della letteratura turca classica (appannaggio dei nobili) che conobbe il suo apogeo nel 1453 (con il sultano Maometto II, conquistatore di Costantinopoli). I poeti di ispirazione arabo-persiana furono Ahmet Pascià (nel Quattrocento) e Baqi e Fuzuli (nel Cinquecento). La prosa entrò nella letteratura colta successivamente (XVI secolo) ed ebbe stile legato al misticismo sufi (suoi autori di rilievo furono Ahmed Nedim -1680/1730- e Seyh Ghalib -1757/1799).

- La letteratura popolare turca nacque nel XVII secolo e rimase separata da quella aulica fino al XX secolo.


La letteratura popolare (Halk Edebiyatı)

La mia umile opinione è che la letteratura popolare di un popolo sia un ‘fenomeno’ legato al respiro e al sentire delle menti e dei cuori del popolo di riferimento e che volerne fissare la ‘nascita’ sia come voler stabilire il giorno preciso in cui il sole ha cominciato a brillare. Ogni letteratura popolare nasce con i componimenti a canovaccio che i popolani pensano, recitano, cantano, ‘piangono’, in occasione degli eventi che segnano la loro vita e quella dei loro congiunti; nasce prima ancora che i componimenti in questione diventino ‘materia’ scritta e affonda le radici nei ‘canti’ che, passando di bocca in bocca e di generazione in generazione, finiscono per sganciarsi dall’autore primario e per divenire parto dell’inconscio collettivo. La letteratura popolare scritta, a mio avviso, non è altro che la trasmissione codificata di un’eredità orale metabolizzata e fissata sulla carta dai primi autori popolari. Il viaggio nel tempo dei componimenti orali (che, sempre e comunque, hanno avuto un autore iniziale e che, strada facendo, hanno accolto la firma verbale di vari arricchimenti popolari) è il disegno di sovrapposizioni-epoche-rifacimenti-trasmissioni. La nascita dei componimenti scritti (identificati come ‘nascita’ di una particolare letteratura popolare) è, spesso, la trascrizione-paternità di pensieri che nella mente dell’autore sono giunti già ‘coniati’ dal ‘brusio’ mentale pregresso (ancora fluttuante nell’aria) della trasmissione orale. L’argomento (riferibile a tutti i popoli della terra e a tutte le letterature popolari) potrebbe bastare a riempire intere enciclopedie; qui e ora, mi limiterò umilmente a tracciare linee (snelle e sintetiche e il più possibile veritiere) della letteratura popolare turca.


Un piccolissimo cenno di fonetica turca (senza la terminologia grammaticale originaria e con ‘traduzione’ in termini europei) è doveroso, per rendere comprensibile e dignitosa la lettura delle diciture letterarie proprie della lingua turca:

C = g (suono dolce)

Ç = c (suono dolce)

Ğ = muta (prolunga il suono della vocale precedente)

Ö = eu francese

Ş = sc (suono dolce)

I = i senza puntino (ı)/ vocale dal suono indefinito (simile a quello che segue le consonanti pronunciate senza vocali)

Ü= u francese

G = g (suono duro-anche davanti ad i ed e)

H = sempre aspirata

K = sostituisce tutti i suoni duri di C

Il resto dell’alfabeto coincide con quello italiano, in linea di massima.


La letteratura islamica araba ha tramandato i suoi generi letterari alla consorella islamica persiana che, a sua volta, li ha tramandati alla consorella islamica turca. Ogni letteratura, però, ha l’impronta forte e indelebile dell’idioma in cui è ‘forgiata’. La letteratura turca pone tra se stessa e le due consorelle islamiche l’identità inconfondibile dovuta alle lingue turciche, che non usano una metrica basata sulla quantità. La turcologa Anna Masala1 dice che, comunque, i canzonieri turchi non hanno nulla da invidiare ai diwan islamici.

Non fu l’islamizzazione della Turchia, ad opera dei Gaznevidi, dei Karakhanidi e dei Selgiuchidi, iniziata nell’ottavo secolo e conclusasi tra il decimo e l’undicesimo, a portare poesia e letteratura popolare nelle aree di riferimento, perché in Asia centrale erano esistiti quasi ‘da sempre’ (ovvero già da secoli) i cantori delle lotte tribali e dei fenomeni sociali e naturali, gli autori di epica-leggenda-storia.

L’arrivo dei Turchi Selgiuchidi di Anatolia e degli Ottomani gettò i semi della nascita e della fioritura della Divan Edebiyatı, la letteratura colta dei ricchi e dei religiosi, in contrapposizione alla quale crebbe, poderosa e quasi prepotente, la rigogliosa Halk Edebiyatı proveniente dal popolo (del quale cantava le gesta leggendarie e alle cui masse diseredate e incolte portava sostegno, sollievo, dignità e acculturazione). La Halk Edebiyatı2 non fu, come si può ben intuire, soltanto poesia epica ma, soprattutto, cultura popolare nata dal popolo e al popolo volta, in un circolo benefico di produzione-fruizione. La ripetizione di situazioni attraverso i secoli portava a una fertilità letteraria inarrestabile e alla produzione di testi che si trasformavano in diffusione di versi, di motivi e di vocaboli. Tutto ciò nasconde un interesse linguistico innegabile e presenta una dinamicità che contrasta con la staticità e la rigidità ampollosa della Divan Edebiyatı.3

La letteratura popolare turca ha cantato la grazia e l’avvenenza femminile, l’avventura e la natura e le peripezie del popolo e dei popolani e ha legato la liricità della parola-verso alla ‘voce’ accorata di quel meraviglioso strumento a corde che si chiama saz e che, insieme al numero delle corde, può cambiare registro, ‘linguaggio’ e tono fino a farsi quasi umana e a raggiungere le umane porte individuali del sentire e del patire.

Alcune poesie popolari sono giunte fino al presente e hanno portato fino ad oggi gli originali motivi musicali inscindibili dalle parole antiche e ad esse intrecciati in quella indescrivibile mistura di intensità nostalgica e struggente che si fa gorgheggio-lamento-canto-pianto-elegia-richiamo.

Esistono ancora, oggi come ieri, i cantori popolari, perché esistono cantanti turchi contemporanei che coltivano ancora l’arte del canto tradizionale tramandato e da tramandare, con tutta la sua ricchezza di ‘virtù’/ ’sfumature’/ ’livelli’/ ’scale’/ ’luci’/ ’ombre’ (e potenza con cui ‘pizzicare’ i cuori in ascolto) da conquistare con la voce. Essi cantano ancora i misteriosi motivi del passato e si lasciano accompagnare dalle corde ‘pizzicate’ del saz. Anticamente il saz veniva spesso ‘imbracciato’ come un’arma dal popolo e trasformato in voce che gridava le rivendicazioni dei più deboli e derelitti, che innalzava nell’aria lamenti e che lanciava accuse o anatemi tanto pungenti quanto eterei e immateriali. Esso si sposava con gli sguardi intensi e significativi degli aedi e con le loro parole liriche e toccanti, si faceva colonna sonora delle ribellioni senza speranza del popolino lacero e impotente e dava ‘voce’ a chi voce non aveva di fronte ai potenti. La Turchia ha amato il saz e non lo ha mai tradito, riservandogli, nel tempo, il posto d’onore che gli competeva (e che ancora gli compete) di diritto. Ci sono ancora, in Turchia, i suonatori che traggono dal saz le voci infinite imparentate con la poesia epica e antica, con la storia, con la lirica e con la delicatezza dell’amore o con l’irruenza e con un infinito caleidoscopio di livelli di altri sentimenti-sensazioni-aneliti.

I generi individuati dalla critica, nella letteratura popolare turca, sono il destan (racconto epico), il masal (racconto fantastico/fiaba), gli atasözleri (proverbi) e la lirica, che è, a sua volta, divisa (a seconda che canti il dolore-i drammi-le ribellioni-i rituali del popolo, i sentimenti, il coraggio ardimentoso e l’orgoglio) in tuyug, mânî, kosma, sarkı, türkü. I türkü, a loro volta, si suddividono in vakalı türküleri, che cantano guerra-patriottismo-rimembranze, e hislitürküleri, che sono testi che oggi definiremmo instant e che cantano gli avvenimenti improvvisi (come l’amore e la morte) e i sentimenti ad essi legati.

La letteratura popolare turca è ricchissima di una messe invidiabile di produzione poetica anonima e di produzione ‘firmata’ da nomi illustri come Emra Erzurum, Kerem, Dadaloğlu, Karacaoğlu, Köroğlu, AşıkGarıp. Molti dei componimenti popolari antichi, specialmente quelli epici che cantano lo spirito guerriero e l’impeto delle battaglie, hanno perso tra le spire del tempo la paternità degli autori, ma non hanno perso la forza seduttiva della loro anima lirica, né quella suasiva della conquista degli animi e, sebbene anonimi, sono giunti ai posteri come incalcolabile eredità popolare.

I componimenti poetici, in Turchia, hanno attraversato distanze ed epoche e hanno conquistato il cuore del popolo (molti rappresentanti del quale, come dice Anna Masala, se dovevano scegliere tra il pane e un libretto di poesie, spesso sceglievano la poesia), guadagnandosi fama e grandezza duratura, indipendentemente dalla loro provenienza. Il lessico, con tutte le sue accezioni semantiche, in quella terra, è stato il vero protagonista della letteratura e si è fatto largo attraverso i secoli con la sola propellenza dell’impatto emotivo sull’animo umano. La rapida diffusione dei componimenti e la loro fama si sono disgiunti dal nome degli autori e hanno ‘viaggiato’ in lungo e in largo, al di là di qualsiasi ‘gestione’, ‘strategia’ o ‘politica’. È meraviglioso e commovente sapere che, conquistata dalla fama e dalla forza dei versi, spesso, la società ha dimenticato persino di citare il nome degli autori in varie antologie, perché è meraviglioso e commovente pensare che chi ‘prende su di sé’ il sentire del mondo (come i poeti) possa intuire-scrivere parole-scrigni e dotarle di chiavi così accessibili da non avere segreti per il popolo che, abitandole, finisce per indossarle.

Non c’è una data precisa (e senza oscillazioni secolari) alla quale risalire per la scoperta del canto e della poesia, nella storia di questo popolo erroneamente classificato (da alcuni) come primitivo (a causa dell’orgoglio e del pudore con cui ha sempre custodito i suoi sentimenti e a causa dei falsi storici di ‘piratesca’ memoria).

La poesia si tende, come filo di Arianna, tra i primi cantori erranti del centro Asia (i rapsodi popolari della halk edebiyatı, nati parallelamente ai dotti della divan edebiyatı), i ‘partigiani’ della nuova poetica e le tanzima4 che seppero battersi contro la cristallizzazione della lirica dotta togliendo alla penna la prerogativa di servire il potere e dandole la libera espressione del sentire.

La scomparsa della teocrazia ottomana portò con sé, nell’oblio, anche la poesia preclassica-classica-postclassica e trasformò la Turchia in una sorta di alveare globale fatto di riforme e di un fermento letterario che fece da humus alla letteratura turca moderna. Namık Kemal è capostipite e ‘seminatore’ del ‘nuovo’ respirato e metabolizzato dai poeti turchi di quel tempo. Egli divenne punto d’arrivo degl’innumerevoli poeti turchi del passato e nodo nevralgico di smistamento delle ramificazioni letterarie generose dei poeti turchi del futuro, ma trovò, per così dire, la strada già abbozzata, se non spianata, perché altri due poeti avevano importato il pensiero europeo positivista-naturalista-neoromantico, influenzando la realtà culturale del paese: IbrahimŞınası5 e Abdülhamit Ziyaettin, noto come Ziya Paşa.6 Kemal assurge a figura letteraria gigantesca, poiché fu lui ad arricchire di nuovi significati il monolinguismo turco, portandolo a diversificarsi e a sganciarsi dal dizionario arabo dal quale proveniva, come un vero e proprio pioniere dotato di preparazione e di coraggio. Questo straordinario poeta turco è una figura indimenticabile e meritevole di grande ammirazione e rispetto, perché non si limitò a scrivere parole e spinse il suo amore di letteratura (lirica e libera) fino al punto di rischiare tutto e la sua stessa vita: nel 1865 dovette fuggire,7 per sottrarsi ai provvedimenti del governo centrale. Cinque anni stesero un velo di oblio sugli eventi e permisero a Kemal di rientrare in patria, dove riuscì a far portare in scena una sua commedia modernista. Egli divenne simbolo del graduale scardinamento della cultura tradizionale, benché la sua penna non avesse molto di agile e di moderno e benché fossero altri i giovani letterati che, avendo sentito l’influsso di Shakespeare, Corneille, Molière, Schiller, Goethe e di tutti i letterati, filosofi, pensatori, scienziati e artisti contemporanei europei, avevano contribuito a dare corpo anche in Turchia a un forte anelito di libertà e di conquiste sociali.

Altra figura di rilievo fu Abdülhak Hâmid Tarhan (1852-1937), che visse a cavallo dei due secoli. Il suo sguardo diplomatico, dagli orizzonti europei e dallo spirito orientale, registrò il secolo delle riforme e la sua opera registrò il contrasto tra la decadenza dell’impero e le sue non ancora tramontate pretese di grandezza.

Viene spontaneo domandarsi dove finisca la letteratura popolare turca ‘antica’ e dove inizi quella ‘moderna’ e chi, tra gli autori meriti di segnare la linea di demarcazione tra le due. Non posso fare a meno di dire, innanzitutto, che, accostarmi alla letteratura turca, è stato per me commovente: ho immaginato la poesia ‘dotta’ dei ricchi e dei religiosi e quella dei popolani come due fiumi e ne ho cercato il corso, aspettando con ansia di vederle confluire, infine, nell’unico grande bacino delle menti ‘colte’ e ‘dotte’ nate dal popolo, ma non ho potuto fare altro che assistere alla persistenza della dicotomia, perché molti degli scrittori turchi sensibili al richiamo parnassiano, simbolista e naturalista rimasero fedeli per tutta la vita all’influenza della letteratura colta (o, forse, semplicemente, non erano ancora in possesso dei sortilegi creativi necessari a staccarsene e ad abbassare i ponti levatoi che li separavano dal fascino-richiamo letterario-altro). Direi che, in Turchia, lo stesso percorso-destino riguardi anche l’estetica, quella parte dell’indagine filosofica che tenta-osa reticoli-definizioni-classificazioni del fenomeno artistico. Il primo saggio estetico fu scritto da Ricai-Zade Ekrem (1847-1914).

Il capostipite della poesia moderna e la linea di demarcazione tra essa e quella ‘antica’ fu un poeta nato quindici anni dopo Abdülhak Hâmid Tarhan e morto ventidue anni prima di lui: Tevfık Fikret che, subì l’influsso francese del liceo Galata Saray e quello anglo-americano del Robert College. Si collocano nella sua scia e in quella del modernismo (cui egli diede il via) parecchi letterati turchi, tra i quali cito Halid Ziya, Ali Ekrem, Süleiman Nazif.

La Turchia artistica conobbe un lunghissimo periodo di transizione, poiché il panislamismo e il panturchismo furono due titani impegnati in una contrapposizione potente e senza quartiere che rese stretti i varchi e spinosi i sentieri verso il ‘modernismo’ (nel quale, comunque, il romanticismo incise tracce inequivocabili e chiare).

L’incedere della poesia verso il modernismo mise a dimora un cippo indimenticabile, quando accantonò il metro arabo-persiano e scelse di usare quello sillabico, ma, mentre l’arte in generale si animava di una rinascita globale, la lirica subiva una stasi scoraggiante, a causa della metrica classica ignota al popolo, e si rassegnava ad attendere tempi migliori. Quei tempi giunsero quando (1923) fu proclamata la Repubblica. Quella data decretò il declino inarrestabile e senza appello della lingua dotta e libresca e diede al nazionalismo la forza di destituire, insieme al panislamismo, il verso metrico in favore di quello sillabico. La poesia popolare, allora, infranse gli argini delle medrese, ai margini delle quali era stata tenuta con disdegno dal Divan Edebiyatı, e sostituì del tutto la superba sorella d’imitazione. Furono, paradossalmente, proprio gl’ignari poeti nazionalisti a dare il colpo di grazia alla lingua colta e ad aiutare il dilagare della poesia popolare.

La selvaggia e indomabile Anatolia (dei pastori e del saz),8 che era stata per secoli roccaforte della voce indipendente del popolo e della tradizione centro-asiatica e che non aveva mai smesso di esserlo, divenne, di conseguenza, la Mecca dell’ispirazione del poeta turco (non più appartenente alla casta dei ricchi, dei potenti o dei religiosi o ad altra casta, ma semplicemente ‘poeta’).

La fama di alcuni letterati turchi, nell’intervallo tra le due guerre mondiali, varcò i confini della Turchia e raggiunse l’Europa. Ecco alcuni di quei letterati: Ahmet Ấsim,9 il poeta per il quale la poesia era un linguaggio più vicino alla musica che alla parola; Yahya Kemal Beyath, che diede un quadro storico dell’arrivo dei Turchi Selgiuchidi nell’Anatolia bizantina; Halide Edib Adivar, prosatrice amante della libertà e del panturanesimo; Ya’qub qadri qaraosmanoğlu, con il quale gli studi pre-Anna Masala chiudevano le trattazioni sulla letteratura turca.

Anna Masala afferma che la nascita della poesia turca contemporanea coincide con la seconda guerra mondiale e possiamo fidarci del parere di colei che è la cittadina italiana illustre più informata sugli eventi letterari turchi. È proprio in quell’epoca che si diffonde la fama di poeti come Orhan, Fazil HüsnüDağlarca, Nazim Hikmet Ran, che l’arte turca in senso lato entra nel consesso dell’arte europea dalla porta principale e che dei giovani ricercatori letterari operano un miracolo senza precedenti: avviano la poesia all’uso del verso libero, abbandonando e accantonando persino il verso sillabico.

Il merito degli esiti letterari finali di un popolo, non è mai tutto e soltanto dei poeti ‘dell’ultima ora’ (e neppure soltanto di quelli racchiusi entro i confini nazionali), poiché, come in tutti i campi, anche nella poesia le mete raggiunte sono la sommatoria di molti passaggi-stadi-esplorazioni e sono da attribuire anche agli ‘esploratori’ non più vicini nel tempo (e nello spazio). La poesia filosofica di Fazil Kisakürek, quella simbolista di Ahmed hamdi Tanpınar e quella intimistica di Muhip Dranas-Kutsi Tecer avevano preparato il terreno per la ‘messa a dimora’ della poesia contemporanea turca.

L’eco dell’ottobre russo e i testi del sovietico Maiakovski avevano influenzato il poeta turco Nazim Hikmet Ran (1902-1963, foto), convertendolo al pensiero marxista-leninista e portandolo a vivere una vita fatta di esilio, di dolore, di tentativi di rivedere la patria e la sua nobile famiglia e di soggiorni nelle patrie galere. Prima dell’esilio, egli aveva cercato nella mitica Anatolia la voce degli antichi cantori delle çonk10 e aveva insegnato a Bolu, luogo pieno di memorie legate all’antico poeta-bandito Köroğlu, il popolano cuor di leone che aveva sfidato i potenti con versi più affilati e più trapassanti delle armi più appuntite e mortali.

Il destino politico e ideologico di Nazim Hikmet Ran, grande figlio di Turchia, porta la critica a fare un parallelo tra lui e il grande poeta spagnolo Federico Garcia Lorca. Entrambi cantano la terra e il popolo, ma Nazim Hikmet ha una vena poetica soffusa del misticismo accorato dei canti orientali, mentre Garcia Lorca ha una vena poetica guizzante come i fuochi d’artificio della suggestiva Andalusia. I due popoli s’incontrano, in questi due poeti come facce diverse della stessa medaglia.

Non bisogna dimenticare che il ‘modernismo’ non ha mai inteso rinnegare il passato e l’eredità socio-culturale da esso ricevuta, ma soltanto il plagio della tradizionale cultura arabo-persiana. Il nazionalismo repubblicano, in realtà, ha tratto i suoi germogli dai semi del misticismo da sempre acceso, come fiaccola inesauribile, nella lontana e storica Anatolia: da lì, i poeti Cahit Külebi, Osman Ấttilâ, Feizi Halici, Cehun Atuf Kansu, Fazil Hüsnü Dağlarca, Necatı Cumalı cuciono gli squarci secolari tra la poesia popolare e quella colta e abbattono barriere linguistiche.

La poesia popolare, che non ha mai smesso di arricchirsi di ‘voci’, con la morte del cantore cieco Aşık Veysel (1894-1973) perde il cantore popolare contemporaneo più grande e più importante in assoluto.

I poeti turchi contemporanei sono molti e non riuscirò a citarli tutti, né adeguatamente, in questa sede; oltre a quelli già citati, desidero ricordare Orhan Veli kanık, Oktay Rifat, Melih Cevdet Anday (del Nuovo Movimento), Asaf Halet Qeleby, Ilhan Berk, Beheçet Necatigil, Kemalettin Kamu, Attila Ilhan, Edip Cansever, Asaf Ozdemir, Sezay Karakoç, Osman Turkay (cipriota), Ümit Yaşar Oğuzcan (il poeta dall’epigramma facile e dall’ironia sottile, che canta il rifiuto delle mode borghesi e che ha prodotto un numero impressionante di testi poetici), Şinasi Ozdenoğlu (il poeta parlamentare, i cui versi sono messaggi di pace), Necati Cumali, Türgut Uyar, Cemal Sureya, Ece Ayhan, Sala Birsel, Metin Eloğlu, Ceyhun Atuf Kansu, Ali Yuce, Oktay Rifat.

La prosa è un discorso a parte, che si ricollega, comunque, all’influenza socialista dell’ultimo anteguerra, alle tendenze nazionaliste del decennio compreso tra il 1945 e il 1955 e alle ‘tendenze nuove’ (Reşat Nuri Guntekin, Peyami Safa, Mithat Cemal Kuntay, Abdulhak Şinasi Hisar, Mahmut Yesari).

Novelliere notevole del dopoguerra è Sait Faik Abasiyanık (1906-1954), romantico osservatore della società e delle esigenze di rinnovamento, dalla produzione consistente e riecheggiante di influenze turco-europee. Altro prosatore fertile è Cevat Şahir Kabaaçli (proveniente dal Robert College e dall’Università di Oxford), la cui penna fertile ha vergato un numero non trascurabile di opere dal contenuto vario e ricco di spunti autobiografici. Altri autori degni sicuramente di nota sono Samet Ağaoğlu (politico e letterato d’eccezione; ammiratore di Dostojevski), Haldun Taner (scrittore amaramente ironico, proveniente dall’università tedesca e austriaca, importatore di cultura europea), Tarik Buğra (ammiratore della lingua nazionale priva di influenze ‘barbariche’ europee ‘che potrebbero sostituirsi al patrimonio glottologico turco che è parte di tanta storia’), Cengiz Dagci (proveniente dalla Crimea, che ha partecipato alla seconda guerra mondiale e che è antitedesco e antisovietico ed è nostalgico delle tradizioni centro-asiatiche ataviche), Mustafa Necati Sepetcioğlu, Ali Yürük, Alif Yesari (creatore di un teatro del pensiero).

Seguaci del nuovo realismo ideologico furono: Yaşar Kemal, Kemal Tahir, Sadri Ertem, Sabhattin Ali, Orhan Kemal, Reşat Enis Tygen, Kemal Bilbaşar, Samim Kocagoz, Faik Baysal, Mehmet Seyda, Kemal Bekir, Tarik Dursun, Sunullah Arisoy, Fakir Baykurt, Tari Apaydin.

Yaşar Kemal, Kemal Tahir e Orhan Kemal sono i più noti tra i seguaci di Camus e dei pensatori marxisti. Il nome di Yaşar Kemal figura tra i candidati al premio Nobel per la pace.

Il discorso sulla letteratura turca contemporanea non può considerarsi esaurito in questa sintesi frettolosa e non esaustiva. Molti autori e molti argomenti meritano studi specifici e approfonditi che non sono possibili in questo ‘spazio’ limitato.

La stampa ha avuto e ha un ruolo di primo piano nella vita letteraria del paese. La Turchia era terra dove si stampavano e si leggevano, anche a costo di sacrifici, notevoli quantità di libri (soprattutto di poesia); era il luogo in cui anche il povero rinunciava a tutto tranne all’acquisto di un libro ogni tanto, per piccolo che fosse; se la Turchia di oggi è ancora così, ha molto da farci ascoltare dal suo vatan11 di poeti e di fermento culturale.


Bruna Spagnuolo*



1 Anna Masala, Canti Popolari Turchi, pag. 153.

2 Halk edebiyatı -dal turco halk, popolo, e edebiyat, letteratura.

3 Divan edebiyatı -dal turco divan, divano, e edebiyat, letteratura.

4 Tanzimat -le riforme politico-sociali del 1839.

5 IbrahimŞınası -traduttore di La Fontaine.

6 Abdülhamit Ziyaettin -traduttore di Moliére.

7 Kemal -fuggì a Parigi, insieme a Ziya Paşa, per non incorrere nelle imprevedibili conseguenze di un arresto. Il ‘potere’ non gli perdonava di aver legittimato l’ideologia positivista e filo-europea dell’associazione dei Giovani Ottomani e di aver addirittura aderito personalmente al gruppo.

8 Saz -strumento a corde, che accompagnava (e ancora accompagna, nei luoghi e nelle celebrazioni tradizionali) i canti popolari. Era definito halk sesi (da halk, popolo, e ses, voce. La desinenza finale in i sta ad indicare il genitivo indeterminato-stato costrutto di I tipo). Il saz, oggi come ieri, in Turchia, è ancora halk sesi, la voce del popolo, anche se le nuove generazioni, forse, non tutte lo sanno.

9 Ahmet Ấsim - A. Bombaci lo paragona al nostro Quasimodo (Letteratura turca, A. Bombaci, Firenze 1969).

10 Çonk -‘quaderni’- pergamena che i primi cantori erranti portavano nei loro sacchi di nomadi pastori e che usavano per scrivere e per declamare i versi, che li accompagnavano nelle loro peripezie attraverso il centro Asia e che presero il nome da quello delle pergamene primitive che li contenevano.

11 Vatan -‘terra’ intesa come ‘patria’.

* Un primo studio di Bruna Spagnuolo sulla letteratura popolare turca vinse il premio letterario “Silarus”, nel 1989. Un secondo fu pubblicato sulla rivista di arte e cultura Alla Bottega, nel 1990. Il terzo è quello che compare in questa sede.


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