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Valter Vecellio. Cosa c’è dietro il volo delle frecce tricolori 
I trattati di amicizia Italia-Libia, gli accordi tra Berlusconi e Gheddafi, il petrolio e i miliardi di euro di interscambi
01 Settembre 2009
 

Dunque hanno parlato di politica internazionale, a partire dalle questioni che si sono aperte al G8 dell’Aquila. Così riferisce Il Giornale a proposito del colloquio tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il sedicente colonnello libico Muammar Gheddafi. E di “affari”? Certamente anche di quelli, che per il Cavaliere la politica è un affare, e gli affari sono la sua politica. Sempre il premuroso Giornale racconta che Berlusconi avrebbe confidato a Gheddafi che il suo consenso oscilla intorno al 68,4 per cento ed è in salita, ha espresso la sua preoccupazione per la “difficile” situazione in Medio Oriente, il suo compiacimento per il voto in Afghanistan. Questo tra portate di piatti tipici arabi e musica e costumi tradizionali; e in cielo poco prima erano volteggiate le “Frecce tricolori”. La cordialità dell’evento è immortalata da un’istantanea, che ritrae un primo ministro che si poteva risparmiare un patetico lifting; e un dittatore che quel lifting invece dovrebbe farselo. Lirico come sempre, il loquacissimo capogruppo della PdL al Senato Maurizio Gasparri afferma che «c’è più di un motivo per far volare fumi bianchi, rossi e verdi nel Mediterraneo».

C’è del vero; e magari fosse “solo” questione di “Frecce tricolori” (una vergogna a prescindere, anche se i costi li avesse sostenuti Gheddafi di tasca propria). Il fatto è che l’Italia in particolare, e l’Occidente in generale non hanno mai voluto permettersi il lusso di troncare i rapporti con la Libia. Lo “scatolone di sabbia”, come lo definì Gaetano Salvemini, contiene le maggiori riserve accertate di idrocarburi del continente africano. Lo sa bene, per esempio, l’amministratore delegato dell’ENI Paolo Scaroni, reduce da un tour agostano in mezza Africa dove ha allacciato accordi con Congo, Uganda, Ghana, che vanno ad aggiungersi ai “pacchetti” in Angola, Mozambico, Nigeria, Camerun, Mali, Marocco, Algeria, Libia, Tunisia, Egitto.

Limitatamente alla Libia, l’Italia ha contratti che risalgono al 1959; ed è del 1972 il contratto con la National Oil Corporation libica officiato da Giulio Andreotti. Così da sempre l’Italia è il primo partner commerciale della Libia, e nel 2008 l’interscambio oscillava sui 20 miliardi di euro, 28 per cento in più rispetto al 2007. In Libia operano aziende che si chiamano Impresilo (ha costruito i nuovi ministeri nella capitale amministrativa Sirte); Finmeccanica fornirà elicotteri Agusta e motori per aerei); FIAT, Saipem, Telecom e altri potenti gruppi industriali. Per l’ENI la Libia rappresenta il primo paese di produzione su scala mondiale: 800 mila barili al giorno; e ora ha ottenuto il via libera per il gasdotto che raggiungerà la Sicilia allacciandosi al Transmed, la pipeline che convoglia il metano algerino.

Anche gli interessi di Tripoli in Italia sono in espansione: la Lafico libica possiede già il 2,6 per cento del capitale Fiat, il 7,5 per cento della Juventus, quasi 2 mila stazioni di servizio della rete Tamoil; le banche libiche controllano il 4,2 per cento dell’Unicredit e il 43 per cento della Ubae Arab Italian Bank; e nuove acquisizioni sono all’orizzonte.

Questo dunque il “cuore” del trattato di amicizia stipulato con Gheddafi, i contorni della stupefacente “operazione” di recupero del dittatore libico.

La scarcerazione del terrorista Abdel al Baset Ali Mohamed al-Megrahi (ottenuta, come dice il Times in cambio dei diritti alla BP di un maxi-giacimento del valore di 15 miliardi di sterline; un’operazione, come ha raccontato l’Observer, i cui dettagli finali sono stati discussi nel recente vertice dell’Aquila tra Gheddafi e Gordon Brown, e la trasferta tripolina di Berlusconi con supplemento di Frecce tricolori, si inserisce in questo contesto.

L’operazione che ha portato il “cane pazzo del Medio Oriente” al desco dei “grandi”, presidente dell’Unione Africana e della Conferenza contro il razzismo dell’INU, membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, a giorni presidente dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, viene da lontano. Molti osservatori fanno risalire la svolta al 2001, quando i servizi segreti di Tripoli, diretti dall’attuale ministro degli Esteri Musa Kusa, cominciano a collaborare con Washington nella lotta ad Al Qaeda, spianando la strada alla riabilitazione della Jamahiriya. Successivamente, in cambio dell’abolizione dell’embargo Gheddafi ha chiuso il capitolo Lockerbie, assumendosi la responsabilità dell’attentato e annunciando lo smantellamento del programma nucleare. “Cane pazzo” ha poi svolto, con Berlusconi e l’ex premier britannico Tony Blair, un ruolo di primo piano – e di fattiva complicità con l’ex presidente americano George W. Bush – nel far fallire i tentativi, giunti in dirittura d’arrivo, per scongiurare la seconda guerra con l’Irak e garantire al dittatore iracheno Saddam l’esilio. Da allora Gheddafi è stato accolto nel “salotto buono” della comunità internazionale, e gli si lascia svolgere un ruolo di primo piano nell’ambito della Comunità africana.

È tempo dunque, finalmente, di fare chiarezza sugli ambigui rapporti tra Italia e Libia. Rapporti ambigui che vengono da lontano: non dimentichiamo l’impunità concessa ai killer di Gheddafi che uccidevano in Italia i dissidenti libici, e impuniti venivano rimpatriati; non dimentichiamo i corsi di addestramento a piloti libici in Italia, e da parte di addestratori italiani in Libia, anche negli anni in cui massima era la tensione tra la Libia e la comunità occidentale (per fare un esempio: è ancora tutta da spiegare la presenza del pilota libico che si schiantò sui monti della Sila e il ruolo della Libia giocato nella strage di Ustica). Ma certamente il vertice di questa ambiguità e di questa ipocrisia lo si è raggiunto in questi giorni, con le fotografie che immortalano in abbracci fraterni Gheddafi e Berlusconi.

 

È tempo di chiarire che tipo di politica estera sta conducendo l’ENI, e non sono certo sufficienti le assicurazioni che il “cane a sei zampe” non fa politica e «semplicemente» lavora a stretto contatto con la Farnesina, con la quale condivide i progetti, in «un gioco di squadra efficace ed efficiente». È tempo che la Farnesina chiarisca e spieghi la portata reale degli accordi stipulati con Tripoli. È tempo che il Parlamento ne sia informato e che l’opposizione, e specificatamente il PD, finalmente, esiga di sapere come stanno le cose, esca dalle infelici ambiguità che da sempre lo caratterizzano. È augurabile infine, che alla ripresa dei lavori parlamentari l’opposizione, e specificatamente il PD, chieda con determinazione che la questione sia affrontata e discussa in un dibattito parlamentare trasmesso in diretta dalle reti della televisione pubblica.

 

Valter Vecellio

(da Notizie radicali, 1° settembre 2009)


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