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Valter Vecellio. Punti e spunti per un dibattito. Israele nell’Unione europea
16 Ottobre 2007
 

Allargare l’Unione europea a Israele. È ormai una necessità, per Israele, la sua sopravvivenza; e per tutti noi. Per questo è importante, necessario e urgente “fissare”, non foss’altro per nostra memoria, il “dove eravamo rimasti?”, perché è da qui che evidentemente occorre partire, pur tenendo presente che molto è cambiato e tanto cambia. La premessa che occorre fare e che almeno noi credo non mettiamo in discussione, è che si sta scontando un colpevole ritardo: non tanto di noi radicali, quanto dell’Unione Europea, qualsiasi cosa essa significhi e sia diventata. Sempre per nostra memoria: quand’è che il Marocco ha chiesto di poter fare parte dell’Unione Europea? Era vivo il padre dell’attuale sovrano, Hassan II; stiamo dunque parlando di almeno una decina d’anni fa. Quella proposta-invito del Marocco è stata lasciata colpevolmente cadere? Da quanto si trascina il dibattito su Turchia-Ue, e per quanto tempo ancora si trascinerà? Il da qualcuno considerato “nuovo” Sarkozy una cosa ha detto chiaro e tondo: «No alla Turchia nella Ue». Sul fronte di Israele, abbiamo il confortante e straordinario risultato di un sondaggio (e naturalmente come tante cose importanti, silenziato), che documenta come la stragrande maggioranza della popolazione israeliana (il 75 per cento), sia favorevole a che Israele entri nell’Ue; una percentuale perfino superiore a quella di un precedente sondaggio di anni fa: a dispetto della politica della Ue da una parte, della classe politica israeliana (non importa se likudista, laburista o kadimista che sia), che per ottusità o interesse, alla questione mostrano un interesse pari a zero.

Anche se, al di là di rituali dichiarazioni e prese di posizione, siamo sostanzialmente isolati in questa richiesta, sono comunque dell’avviso che occorra cercare di creare le condizioni perché su questo tema si accenda almeno un dibattito e una riflessione; come sempre fondamentalmente è una questione “sapere”, di informazione e di conoscenza. Sappiamo tutti che sarà un processo molto lungo, che non mancheranno le difficoltà, che occorrerà vincere e superare resistenze e pigrizie; e creare una rete di “complicità” che al momento non c’è.

Per dare un’idea, mi rifaccio a una persona di sicura sensibilità e intelligenza, da sempre amica di Israele e delle cause radicali, Furio Colombo: autore di un raccomandabilissimo, recente, libretto: La fine di Israele (Il Saggiatore). È una constatazione desolata, quella di Colombo: «Israele è stato lasciato solo anche da chi un tempo ha combattuto contro le dittature delle leggi razziali, per la nascita della libertà, per la fondazione del nuovo stato libero degli ebrei. È stato lasciato solo di fronte alla vendicativa ricchezza del petrolio, che non vuole uno stato palestinese ma una vittoria totale uguale e contraria al fallito progetto americano. Quanto alla sinistra del mondo – e, in particolare, alla sinistra italiana – gran parte di essa si ritira o si fa nemica...». Radiografia desolata e preoccupata. Del resto il libro non per un caso si intitola: La fine di Israele.

Colombo se la prende con la sua parte politica, ma è un discorso che può essere esteso: «La sinistra italiana è rimasta ferma, con un atteggiamento irremovibile, che non varia nemmeno di fronte alle stragi delle bombe umane negli autobus israeliani nell’ora della scuola, accanto ai palestinesi; e definisce ‘muro della vergogna’ o ‘muro dell’apartheid’ il muro che ha posto fine a quelle stragi quotidiane per le strade delle città israeliane che assorbe ogni risorsa di quel povero paese...».

L’Europa ha tremende responsabilità È un’Europa silenziosa, assente anche quando tutti sanno che l’Iran procede a tappe forzate nel programma di dotarsi di armi nucleari: «Nessuno al mondo», annota Colombo, «crede che l’Iran sfidi il mondo per dotarsi di energia nucleare di pace. È un progetto che avrebbe senso in Giappone, paese intensamente industrializzato e senza fonti di energia. Ma è difficilmente credibile in Iran, uno dei principali produttori di petrolio al mondo. Dunque, nucleare di guerra. Si tenga conto che nessun esperto crede a un disegno di pace iraniano e che l’Iran va avanti in fretta nella costruzione del suo progetto. E lo fa senza restare nella zona grigia del non detto. Il presidente iraniano Ahmadinejad ha ripetuto la consegna che lui affida a tutto il mondo islamico, cominciando dal suo paese: “La cancellazione di Israele”. Per chiarire e rendere ancora più esplicite le sue intenzioni, ha affrontato con pesante volgarità il tema della Shoah, non solo negandola, ma organizzando un grottesco “congresso internazionale” di negazionisti...».

Ha dunque il sapore di inquietante attualità la profezia di Benny Morris: «Israele rischia l’olocausto militare. È vero che l’Iran dovrà affrontare la condanna e il bando delle nazioni civili. Ma purtroppo, ciò accadrà dopo, Perché prima, ovvero adesso, non si notano segni di grande attenzione a ciò che apertamente si sta preparando... Di fronte a questa minaccia, Israele è solo, completamente solo. E chiede: e se l’eliminazione preventiva del pericolo atomico iraniano, nel silenzio del mondo, finisse per apparirci l’unica possibilità di sopravvivere come paese?... Chi può mettere mano per primo all’esplosivo, lo fa e lo fa subito. Se lo faremo noi, lo sappiamo, ci odieranno. Ci odiano già adesso. Comunque sempre meglio che non esistere più...».

Un dolentissimo libro questo di Colombo, che racconta molto bene il nostro scontento. Una sola, non piccola, non marginale critica. Pannella non compare mai, i radicali non vengono mai citati. Però è di Pannella e dei radicali la proposta che Colombo ben conosce: quella di allargare l’Unione europea a Israele (e alla Turchia, per cominciare). È l’unica “utopia” pragmatica su cui converrebbe lavorare, che in prospettiva potrebbe portare pace in una parte di mondo che vive tormentata e sotto , grave minaccia. La proposta che potrebbe costituire l’antidoto per scongiurare “la fine di Israele”. Una riflessione su questo di Colombo sarebbe stata utile, preziosa.

 

Israele nell’Ue non è solo Israele nella Ue.

Se allarghiamo il nostro confine visivo, troviamo un’area di mondo da sempre tormentata, oggi se possibile di più. Irak e Afghanistan a parte, c’è la grossa e complicata questione dell’Iran.

Un mese fa, giorno più giorno meno, il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, con aspra brutalità, ha detto che “bisogna prepararsi al peggio”, e cioè alla guerra con l’Iran. Poche ore prima un giornale inglese, il Sunday Telegraph, aveva scritto che il Pentagono ha predisposto una lista di circa duemila obiettivi da colpire in territorio iraniano. Non semplici war games, a cui “istituzionalmente” i generali si dedicano. Proprio un attacco, in piena regola.

Non si tratta propriamente di novità. Analisti e osservatori sanno e avvertono che la pressione nella pentola iraniana bolle da tempo. Se andate a Gerusalemme o a Tel Aviv, la certezza che prima o poi si dovesse mettere in agenda la questione, non se lo nascondeva nessuno da almeno un anno o due. Ma in questi giorni sembra esserci stata un’accelerazione. Un’avvisaglia si è avuta ai primi di settembre: da Washington George W. Bush, e da Parigi Nicolas Sarkozy, hanno fatto espliciti riferimenti a possibili bombardamenti dei siti nucleari iraniani. Un altolà che faceva seguito alle bellicose dichiarazioni rilasciate dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad: quando aveva annunciato che l’Iran ha già installato tremila centrifughe per l’arricchimento dell’uranio; il giorno successivo sempre Ahmadinejad seccamente affermava che “il dossier nucleare è chiuso”; cioè nessuna ulteriore trattativa era possibile e negoziabile, l’Iran sarebbe andato avanti per la sua strada,incurante e sordo agli appelli della comunità internazionale.

«Bisogna prepararsi al peggio», avverte Kouchner, che ha cercato di mitigare la sua fosca previsione aggiungendo «che non è una cosa che accadrà dall’oggi al domani». In effetti, gli esperti americani e israeliani concordano nel ritenere che l’Iran non sarà in grado di realizzare il temuto ordigno nucleare prima di due-cinque anni: delle tremila centrifughe istallate, meno di duemila sarebbero in funzione, e comunque a una velocità inferiore del 4 per cento.

Il problema è che blitz e interventi militari – al di là delle considerazioni politiche ed etiche – tecnicamente sono difficili. Gli iraniani hanno fatto tesoro della “lezione” del 1981, quando un raid israeliano distrusse il reattore iracheno Osirak; niente oggi garantisce che una serie di “interventi chirurgici” militari bloccheranno il programma iraniano; per contro le conseguenze in tutta l’area mediorientale sarebbero a dir poco devastanti.

Gli iraniani dispongono di 224 missili antiaerei su rampe mobili. I loro missili terra-terra Shehab sono già ora in grado di colpire sia Israele che i pozzi petroliferi dell’Arabia Saudita. Se attaccata, Teheran certamente reagirebbe colpendo obiettivi americani dislocati nell’area del Golfo: in Irak, in Afghanistan; e gli alleati hezbollah in Libano lancerebbero un’offensiva contro Israele e i caschi blu di Unifil. Uno scenario, che verrebbe ulteriormente aggravato dal possibile blocco dello stretto di Hormuz, un passaggio-chiave: ogni giorno vi transitano circa 17 milioni di barili di greggio verso i mercati occidentali. Sarebbe la mossa dello scorpione che avvelena la rana mentre lo sta traghettando a riva, visto che petrolio e gas costituiscono il 90 per cento delle esportazioni iraniane; ma Ahmadinejad ha già dimostrato di essere sufficientemente fanatico da essere indifferente a questo tipo di problemi. E comunque Teheran sa di poter contare sull’appoggio della Russia e della Cina, quest’ultima assetata di petrolio e disposta a qualsiasi cosa pur di accaparrarsene.

A Washington è noto che il vice-presidente Dick Cheney guida il partito dei “falchi”, convinto che sia necessario fare oggi quello che comunque si dovrà fare domani. Più possibilisti il segretario di Stato Condoleezza Rice e il segretario alla Difesa Robert Gates, più favorevoli a un articolato piano di sanzioni. Ad ogni modo, il Pentagono ha già predisposto i piani di attacco: bombardieri pronti a colpire le installazioni nucleari, le basi dei pasdaran e altri obiettivi selezionati; al tempo stesso i gruppi di opposizione delle etnie curde, azere e baluche sarebbero già state contattate dalle forze speciali e dall’intelligence per l’indispensabile apporto logistico sul “terreno”.

Washington confida sull’isolamento del regime di Ahmadinejad: il cui bilancio di “governo” è a dir poco fallimentare: l’inflazione ha raggiunto livelli inimmaginabili, la disoccupazione è ai suoi massimi storici; il secondo paese produttore di greggio dell’OPEC importa il 50 per cento della benzina di cui ha bisogno, ed è comunque razionata; i 125mila guardiani della rivoluzione e i 900mila basiji (le milizie popolari) condizionano e strozzano la vita di ogni iraniano, i pasdaran si sono impadroniti di tutti i settori chiave della società e il loro fanatismo rende ingovernabile ogni attività. Teheran inoltre è accusata di finanziare e sostenere le attività terroristiche in Irak e in Afghanistan. Sono stati accertati rapporti di cooperazione con la Corea del Nord e il Pakistan, sono documentate le reticenze e gli ostacoli al lavoro degli ispettori di Vienna; già quattro anni fa sono stati scoperti laboratori di ricerca clandestini. Insomma: l’“avvertimento” di Kouchner è tutt’altro che infondato.

L’aspetto inquietante dell’affermazione di Kouchner è nell’ineluttabilità che la sua affermazione lascia indovinare. Per cercare di spiegarsi: con “Irak libero”, esilio per Saddam e mandato temporaneo all’ONU, si cercò di individuare e suggerire un’alternativa alla guerra. Non si è riusciti a scongiurarla, ma l’alternativa c’era, venne prefigurata e indicata. Si lavorò nel modo in cui sappiamo e sapete, si ottennero anche risultati (mozioni parlamentari, ecc.). Poi non venne assicurata l’adeguata informazione che avrebbe creato quel “movimento” che – quello sì, altro che i “senza se e senza ma” – avrebbe forse contribuito a creare le condizioni per una soluzione diversa a quello che è stato.

Questa volta non c’è ancora un equivalente di Irak libero, e bisognerà trovarlo con una certa urgenza. Un esperto come il generale Fabio Mini recentemente ha osservato che «quando Kouchner dice candidamente che ci dobbiamo 'preparare al peggio' non fa altro che interpretare una filosofia che non si pone come obiettivo la ricerca del meglio, della soluzione meno traumatica, ma che invoca la gestione dell'emergenza da parte della politica, dello strumento militare e delle organizzazioni umanitarie ormai legate a doppio filo. È anche l'ammissione dell'incapacità della stessa politica nel pensare e trovare soluzioni durature, dell'incapacità degli strumenti militari di gestire situazioni conflittuali fino alla completa stabilizzazione e dell'incapacità delle organizzazioni umanitarie di risolvere i problemi della gente in una prospettiva un po' più lunga di quella offerta dall'emergenza. Infine Kouchner ammette anche che la somma di queste incapacità conduce ineluttabilmente alla guerra. E allora guerra sia».

 

Ci sono molti altri aspetti, che andrebbero indagati e studiati adeguatamente perché credo incidano e con i quali dovremo fare i conti. Uno per tutti: i condizionamenti che la politica estera italiana ed europea deve patire per non pregiudicare le risorse energetiche di cui siamo dipendenti. Il problema che queste risorse energetiche in larga misura provengano da Russia, Iran, Arabia Saudita, ecc., è un problema.

Concludo ripetendo che alla fine è, come sempre, un problema di informazione, di dibattito e confronto e da conquistare. Fare, saper fare, far sapere; i primi due stadi non sono un problema. Il terzo, ancora una volta è il problema.

 

Valter Vecellio

(da Notizie radicali, 15 ottobre 2007)


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