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Valeria Manieri. Insomnia café 6. I soffi di vita che ti spettinano l’anima
21 Settembre 2007
 

Diana Krall sa rilassarmi quasi quanto Micheal Bublé… anzi direi quasi di più… ha una voce così morbida che sembra di buttarti su una di quelle poltrone, anzi di mega pouf dove sprofondi gioiosamente. Stavolta baro perché non è domenica notte ma sono le 19:28 di lunedì e apro solo ora il pc per scrivere, anche questa settimana. Però non baro sul fatto dell’insonnia. Fino alle 4 del mattino non ho dormito, pensierosa e turbata. Mi giravo e rigiravo nel letto. Il ciclo può cose che voi umani non potete capire, ma il mio terzo giorno di mar rosso non c’entrava in fondo. Ero triste perché ieri sera ho avvertito un grave senso di impotenza in me mentre ero seduta sui gradini di della fontana di Santa Maria in Trastevere insieme a Maria Antonietta e Virginia. Davanti a noi, Rosma. Non la conoscevo eppure ho pensato ai suoi occhi e al suo soffio di vita finché non sono riuscita a prendere sonno. Mi sono trovata davanti a ciò che mi spaventa, ancora una volta: la malattia e la forza della vita. Io ho un rapporto strano con la vita e in tutte le sue sfaccettature, specie con quelle più dure, difficili, come la malattia.

Rosma malata di Sla, tracheotomizzata è davanti a me e trovo che sia bellissima. È incredibile. Guardo lei, provo a capire cosa vuole comunicare, a leggere le labbra. Non ci riesco, mi sembra di andare in confusione. Guardo Maria Antonietta che capisce, risponde, interagisce. Mi sembra che la confusione della piazza aumenti. Tanto più provo a concentrarmi sulle labbra, tanto più il vociare intorno mi sembra intollerabile, fastidioso. Quasi ho l’impulso di urlare “silenzio!”.

Io e Virginia ci riproviamo ma forse all’inizio siamo troppo concentrate a capire come rapportarci ed essere “adeguate”. Siamo troppo attente a sfuggire allo sguardo di Rosma che sospetto voglia dirci tante cose. La cosa più difficile è guardare le persone negli occhi. È anche ciò che più amo fare in assoluto. Io ho il terrore delle malattie e spesso avendone vissute in famiglia di tremende, ho preso questa cattiva abitudine di sfuggire al dolore in questo modo: evitando il problema.

Ad esempio evito i funerali accuratamente, poiché ogni volta che ci vado sto male fisicamente. Posso anche non conoscere la persona defunta, ma resto immobile e muta per almeno una giornata. Con le persone malate provo ancora un senso di impotenza che mi strugge, ma almeno in questo sono migliorata un poco, grazie a Luca Coscioni e alla sua forza, come a quella di Piero Welby.

Grazie ai loro occhi. Grazie al senso profondo della loro e nostre battaglie di libertà.

Ieri sera di nuovo non riuscivo a guardare negli occhi, almeno per i primi minuti. E mi odiavo moltissimo per questo. Sapevo che non era per imbarazzo, no, non credo fosse per quello. Ma perché negli occhi si legge tutto il dolore dell’anima. Ti sembra di toccarlo e la sensazione non è come la voce di Diana Krall, morbida, dove cullarti, ma un abisso che ti chiama e ti ipnotizza, ti calamita. Una volta che hai guardato negli occhi, non dimentichi, non sei più uguale a prima. A un certo punto ho cercato gli occhi di Rosma, più che le sue labbra. Mi sono accorta che dopo averla guardata negli occhi davvero, riuscivo a catturare qualche parola a cogliere il senso di quello che mi diceva. E quei sussurri, le labbra che si muovevano scandendo quel soffio di vita mi spettinavano i capelli e poi l’anima. Mi entrava dentro, in modo fortissimo. Ed era una cosa bella, in realtà. La piazza non c’era più, gli altri non esistevano, c’erano solo le sue labbra e noi 4, intorno ad ascoltare.

 

Valeria Manieri

(da Notizie radicali, 20 settembre 2007)


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