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Sinéad O’Connor. E se cominciassimo a fare lo sciopero della messa? 
Irlanda. Una versione brutale del cattolicesimo
20 Aprile 2010
 

Qualche anno fa, l’Irlanda era una teocrazia cattolica. Se qualcuno sbagliava, dicevamo: “Poteva capitare anche a un vescovo”. Era una frase molto più vera di quel che pensavamo. Questo in scrive il musicista irlandese Sinéad O’Connor (foto); l’articolo che segue è stato pubblicato dal Washington Post, con il titolo: “The pope’s apologo for sex abuse in Ireland seems hollow”.

 

 

Quando ero piccola, l’Irlanda era una teocrazia cattolica. Se un vescovo camminava per strada, le persone si facevano da parte per farlo passare. Se assisteva a un avvenimento sportivo nazionale, la squadra s’inginocchiava per baciargli l’anello. Se qualcuno sbagliava, invece di dire: “Nessuno è perfetto”, dicevamo: “Poteva capitare anche a un vescovo”.

Era una frase molto più vera di quanto immaginassimo. Papa Benedetto XVI ha scritto una lettera pastorale di scuse all’Irlanda per i tanti anni durante i quali i sacerdoti hanno abusato sessualmente di bambini che avrebbero dovuto fidarsi di loro. Per molti irlandesi come me questa lettera è un insulto. Non solo alla nostra intelligenza, ma anche alla nostra fede e al nostro paese. Per capire perché, bisogna tener presente che noi irlandesi abbiamo vissuto una versione brutale del cattolicesimo, basata sull’umiliazione dei bambini.

Io l’ho vissuta in prima persona. Quando ero piccola, mia madre mi mandava a rubare nei negozi. Dopo essere stata colta sul fatto molte volte, su consiglio di un assistente sociale mi spedirono per diciotto mesi all’An Grianan di Dublino, un centro per ragazze con problemi comportamentali. An Grianan era una delle lavanderie Magdalene, istituzioni tristemente famose gestite dalla chiesa per ospitare adolescenti incinte e giovani ribelli. Lavoravamo in un seminterrato, lavando a mano i vestiti dei sacerdoti con acqua fredda e sapone. Studiavamo matematica e dattilografia. Avevamo contatti limitati con le nostre famiglie. Non ricevevamo nessuno stipendio. Nel mio caso almeno, una delle suore fu gentile con me e mi regalò la mia prima chitarra.

 

An Grianan era un prodotto del rapporto del governo irlandese con il Vaticano: la chiesa godeva di una posizione speciale, come stabilito dalla nostra costituzione fino al 1972. Ancora nel 2007, il 98 per cento delle scuole irlandesi era gestito dalla chiesa cattolica. Ma nelle scuole per bambini problematici le punizioni corporali e le violenze psicologiche e sessuali ci sono sempre state. Nell’ottobre del 2005 un rapporto del governo ha raccolto più di cento accuse di abusi sessuali commessi da sacerdoti tra il 1962 e il 2002 a Ferns, un paese a sud di Dublino. La polizia non aprì un’inchiesta sui sacerdoti accusati: fu detto che soffrivano di un problema “morale”. Nel 2009 un rapporto simile ha stabilito che gli arcivescovi di Dublino misero a tacere diversi casi di abusi sessuali tra il 1975 e il 2004.

Perché? Secondo il rapporto del 2009, «l’importante ruolo svolto dalla chiesa nella vita irlandese è la ragione per cui gli abusi commessi da una minoranza dei suoi membri furono messi a tacere». Ma nella sua cosiddetta lettera di scuse, Benedetto XVI non si assume nessuna responsabilità per i crimini dei preti irlandesi. Dice che «la chiesa in Irlanda deve in primo luogo riconoscere davanti al Signore e agli altri i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi». Cosa dire della complicità del Vaticano in quei peccati?

Benedetto XVI dà l’impressione di essere venuto a conoscenza da poco tempo degli abusi e si presenta come una delle vittime: «Non posso che condividere lo sgomento e il senso di tradimento che molti di voi hanno provato nel venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e criminali, e del mondo in cui le autorità della chiesa in Irlanda li hanno affrontati». Ma nel 2001 Benedetto XVI mandò ai vescovi di tutto il mondo una lettera che ordinava di mantenere il segreto sulle accuse di abusi sessuali, pena la scomunica, aggiornando una terribile decisione ecclesiastica che nel 1962 aveva stabilito che i sacerdoti accusati di reati sessuali e le loro vittime dovessero «osservare il più rigido segreto» e «mantenere un silenzio perpetuo». Nel 2001 Benedetto XVI, allora noto solo come Joseph Ratzinger, era cardinale. Oggi che occupa la cattedra di San Pietro dovremmo credere che abbia cambiato idea? E che dire delle rivelazioni secondo cui nel 1996 si rifiutò di allontanare un sacerdote accusato di aver abusato di duecento bambini sordi in Wisconsin?

 

Nella lettera di scuse Benedetto XVI sostiene che la sua preoccupazione è soprattutto di «guarire le vittime». Ma nega che l’unico strumento di guarigione: una piena confessione da parte del Vaticano, che ha messo a tacere gli abusi e che adesso sta cercando di nascondere di averlo fatto. Incredibilmente il papa dice ai cattolici: «Offrite il vostro digiuno, la vostra preghiera, la vostra lettura della sacra scrittura e le vostre opere di misericordia per ottenere la grazia della guarigione e del rinnovamento per la chiesa in Irlanda». E suggerisce, cosa ancora più incredibile, che le vittime irlandesi potrebbero guarire avvicinandosi di più alla chiesa, la stessa che chiedeva il voto del silenzio ai bambini vittime degli abusi. Molti di noi, dopo aver smesso di ridere, hanno pensato che l’idea di aver bisogno della chiesa per avvicinarsi a Cristo è una blasfemia.

Per i cattolici irlandesi quello che insinua Benedetto XVI – che gli abusi sessuali in Irlanda siano un problema irlandese – è arrogante e blasfemo. Il Vaticano si sta comportando come se non credesse in un Dio che vede tutto. Quelli che dicono di essere i guardiani dello Spirito Santo stanno calpestando tutto quello che rappresenta. Benedetto XVI dà un’idea sbagliata del Dio che amiamo. Tutti sappiamo nel fondo dei nostri cuori che lo Spirito Santo è la verità. Per questo sappiamo che Cristo non è dalla parte di chi lo invoca tanto spesso.

 

Il papa deve assumersi la responsabilità degli atti dei suoi subordinati. Se alcuni sacerdoti cattolici abusano dei bambini, è Roma che ne deve rispondere confessando e sottoponendosi a un’inchiesta, non Dublino. Fino a quando non lo farà, tutti i buoni cattolici – comprese le vecchiette che vanno a messa tutte le domeniche, non solo le cantanti che protestano come me – dovrebbero smettere di andare a messa. È arrivato il momento in Irlanda di separare il nostro Dio dalla nostra religione, e la nostra fede dai suoi presunti dirigenti.

 

Quasi diciotto anni fa strappai una foto di Giovanni Paolo II durante una puntata del “Saturday night live”. Molti non capirono la mia protesta: la settimana dopo l’attore Joe Pesci disse che se fosse stato in studio con me «mi avrebbe dato un bello schiaffo». Sapevo che il mio gesto avrebbe suscitato una polemica, ma era un modo per sollevare un dibattito necessario: essere artisti significa anche questo. Molti pensarono che io non credessi in Dio, e questa è l’unica cosa che mi ferì. Sono cattolica per nascita e per cultura, e sarei la prima a presentarmi in chiesa se il Vaticano offrisse una riconciliazione.

Mentre l’Irlanda si oppone all’offensiva lettera di Roma e un vescovo irlandese si dimette, chiedo di capire perché una donna cattolica irlandese che da bambina è sopravvissuta ai maltrattamenti può voler strappare una foto del papa. E di domandarsi se noi cattolici irlandesi, solo perché non osiamo dire “meritiamo qualcosa di meglio”, dobbiamo essere trattati come se meritassimo qualcosa di peggio.

 

Sinéad O’Connor

(trad. it. da Notizie radicali, 20 aprile 2010)


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