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Gianni Somigli. L’omino delle gallerie 
Cronaca semiseria di un viaggio di routine a bordo del Frecciarossa
01 Febbraio 2010
 

Ieri pomeriggio ho preso il Frecciarossa per tornare da Milano a Firenze. Come mi capita ormai da più di un anno a questa parte un finesettimana sì e uno no. Il Frecciarossa, sì. Il treno “alta velocità”. Quei treni che vanno alla velocità della luce. Quelli che un biglietto andata e ritorno costa più di 100 euro. Quelli là.

 

Il treno parte regolarmente, alle 17. Il posto che avevo prenotato è occupato da una signora con un bimbo piccolo. Mi siedo da un’altra parte, senza fare polemiche. Io li odio quelli che fanno quel generi di polemiche, anche se hanno ragione. Una volta ho ceduto volontariamente il mio posto a una signora di colore che aveva due bambini piccoli e mi sono fatto il mio viaggio in piedi. Mi sono sentito un eroe dei nostri tempi. Gli altri, probabilmente, hanno pensato che fossi un coglione. Per quello che mi riguarda, quando vado a fare il biglietto, prendo sempre uno di quelli che chiamano “posti isolati”. Non perché sia particolarmente antisociale. Non solo, almeno. È che mi piace star comodo. Mi leggo il mio giornale, mi ascolto la mia musica. Se devo andare in bagno, non devo far alzare nessuno. E poi, la gente, quando ti si siede a fianco, non è che si regoli molto: il bracciolo in condivisione è una sorta di territorio di conquista da invadere in modo discreto ma deciso. Ecco perché voglio sempre un posto isolato. Perché sono un pacifista.

 

Dopo una decina di minuti, quando il treno eurosuperstar esce dal groviglio di binari nei pressi della stazione, ci fermiamo. Nemmeno ci bado. Succede sempre. Questione di precedenze, ho sentito dire. E poi mi sto ascoltando la radio sul cellulare. Ci sono le interviste del dopo partita. Le interviste del dopo partita le amo follemente. Per il loro squallore, per la loro ripetitività; tutti dicono sempre le stesse cose. Io le amo proprio per questo: perché sono così rassicuranti. Così, quando il treno riparte come uno di quegli elefanti feriti che ogni tanto si vedono nei documentari, non è che ci faccia particolarmente caso.

Viaggiamo per una decina di minuti a velocità ridotta. Se è velocità della luce, è la luce di una candela in una caverna. Tutto intorno, la Padania respira appena nel piattume incontrastato. Il treno si ferma ancora.

 

Le persone, che in questo caso sono catalogate come “viaggiatori”, iniziano a struffiare. Struffiare, in fiorentino, vuol dire soffiare in modo stizzito. Stiamo fermi un bel po’. Poi ripartiamo, ancora a velocità ridotta. Ci rifermiamo. Il brusio si trasforma in dibattiti aperti su quanto i treni facciano schifo, su quanto l’Italia faccia schifo, su quanto non sia possibile andare avanti così.

L’unica alta velocità che si riesce a notare è quella del capotreno, che dribbla domande e richieste manco fosse Roberto Baggio, passando a mille all’ora da uno scompartimento all’altro. La gente, se potesse, lo strozzerebbe. Lo ammetto: anche io, potessi, lo strozzerei. Ma cerco di mantenere un certo controllo distaccato, da viaggiatore ormai navigato vittima di un rassegnato ascetismo.

 

Arriviamo a Bologna con venticinque minuti di ritardo: «Ci scusiamo con la clientela, il ritardo è dovuto a una passeggera che ha tirato la leva di sicurezza sulla porta di salita». Io non sono un genio e non ci tengo ad esserlo. Frugo nel disordine lessicale della giustificazione del capotreno e mi pare che qualcosa non torni. Magari la passeggera ha tirato la leva almeno cinque volte. Non si può mai sapere, con questa teppaglia che c’è in giro. Quando ripartiamo da Bologna, sto già avvertendo chi di dovere che arriverò in ritardo: la coincidenza è saltata, dico. Chi di dovere non pare esprimere grossi traumi da notizia inattesa.

 

Dieci minuti e il treno si ferma ancora. Solo che intorno, stavolta, non c’è la rassicurante bassa padana. Stavolta c’è un tunnel lungo circa settanta chilometri. Se uno fosse claustrofobico sarebbe una vera pacchia.

Guardo dal finestrino: c’è una piccola nicchia con una porticina gialla e uno di quegli interfoni col pulsantone rosso con su scritto “SOS”, come quelli che ci sono in autostrada. La nicchia è illuminata da un neon.

 

Visto che sono uno che piglia le cose con pazienza, mentre gli altri colleghi naufraghi sul vagone della speranza non si danno pace e iniziano pure a sentire freddo, io invece non stacco gli occhi da quella porticina e mi immagino che là dentro ci viva l’omino delle gallerie. Uno di quelli, mi immagino, che per antisocialità o semplicemente per pacifismo hanno scelto di vivere in una casina non sopra, ma dentro una montagna, una casina con una porta gialla. È domenica pomeriggio, l’omino della galleria magari è seduto sul suo divano, dietro quella porta gialla, si sta guardando i servizi sulle partite, o sta leggendo un libro. Magari non sta facendo niente. Il treno sta fermo quasi mezzora sotto una delle montagne che divide la Toscana dall’Emilia e io sto mezzora a immaginarmi la vita dell’omino delle gallerie. Uno che non si chiede mai se piove o c’è il sole.

Il capotreno è scomparso nel nulla. Oppure passa così veloce che nemmeno si riesce a vedere. Io leggo un libro, penso all’omino delle gallerie e ogni tanto lascio andare un sospirone di solidarietà coi miei compagni di sventura.

 

Ripartiamo dopo un bel po’, passa il capotreno e gli chiedo quante volte la signora abbia tirato il freno a mano. Quello mi guarda male. C’è da capirlo, poveraccio. Sono i rischi del mestiere, del resto. Fare il capotreno di un Frecciarossa è uno dei mestieri più pericolosi del mondo.

Arriviamo a Firenze con un’ora di ritardo. Fuori fa un freddo cane. Non ho perso la coincidenza: ho perso le coincidenze. E vabbè. Mi fermo a uno di quei baracchini che dovrebbero fornire il meraviglioso e scintillante servizio clienti per chi butta un centone la settimana. Un signore davanti a me chiede: ma il treno per Milano ha davvero quindici minuti di ritardo?

Sì, risponde l’addetto.

Quindici? Davvero? insiste il signore.

Se non le bastano quindici, può sempre prendere quello per Roma, che ne ha cinquantacinque.

Io alzo le mani e mi arrendo di fronte a questo dialogo. Semmai chiederò il modulo per il rimborso che non otterrò mai su internet. E poi hanno chiamato all’altoparlante, con quella voce robotica che dice “Viaréggio” con la E aperta, un treno che fa al caso mio. Non vorrei aggiungere qualche altro minuto di ridicolo alla mia vita di viaggiatore domenicale.

 

Il regionale non andrà a duemila metri al secondo. Fa i suoi onesti ottanta chilometri orari, sbuffa e scricchiola come un vecchio di cento anni, ma va. Mi viene in mente che è davvero uno schifo, però. Mio fratello mi ha raccontato che in America, dopo un tot minuti di ritardo a prescindere dal motivo, ti risarciscono al 100%. Quello che odio in situazioni come queste è che ti senti del tutto impotente. Ti incazzi, certo, e ti incazzi con qualcuno che è messo lì per sorbirsi i tuoi insulti ma che non può farci un bel nulla. Ti incazzi e chiedi il rimborso? Provaci, se ti riesce. Ottenere un rimborso dalle Ferrovie è più difficile che trovare un capello vero sulla testa di Berlusconi. E poi ti incazzi le prime volte, pure le seconde, forse le terze; poi, non ti incazzi nemmeno più.

 

Ehi, ma io sono un giornalista: devo scrivere di questo scempio!

Scendo dal treno e sono a casa con più di un’ora e mezzo di ritardo.

Mi accendo una sigaretta e penso: sono un giornalista, devo scrivere “notizie”. Il giorno in cui il Frecciarossa arriverà in orario, quella sì che sarà una notizia. Allora, magari, ne scriverò due righe. Forse.

 

Gianni Somigli


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