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Gli ebrei confinati ad Aprica e il ruolo della stampa locale in quegli anni 
Una doppia conferenza a Sondrio per parlare della storia valtellinese dei tempi di guerra
Il brigadiere Bruno Pilat
Il brigadiere Bruno Pilat 
14 Marzo 2012
 

Sondrio – Anche quest’anno per celebrare il 27 gennaio, Giornata della Memoria, la biblioteca cittadina ha proposto un’interessante serata di approfondimento a cura delle professoresse Bianca Declich e Fausta Messa, rispettivamente presidente e direttrice dell’ISSREC (Istituto sondriese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea). La conferenza è stata replicata a marzo, visto l’interessamento suscitato, sempre presso la biblioteca “Pio Rajna” e il 10 dello stesso mese Fausta Messa è stata invitata a presentare la sua ricerca in occasione dell’incontro con lo scrittore Pierluigi Zenoni, autore del libro Valtellinesi, schiavi di Hitler, organizzato presso la biblioteca “Ezio Vanoni” di Morbegno.

La professoressa Declich ha dato notizia di un manoscritto a firma di Alan Poletti, ricercatore presso l’Università di Auckland in Nuova Zelanda, con ascendenti ebrei che vissero la persecuzione, nel quale l’autore ripercorre le vicende che li videro coinvolti proprio qui, in Valtellina e precisamente ad Aprica. Questa era infatti una delle zone di confino istituite dal governo fascista per ghettizzarvi i condannati a vario titolo e, dopo le leggi razziali, gli ebrei primi fra tutti.

Nel 1942 cominciarono ad affluire nel campo d’Aprica i primi ebrei, provenienti per lo più dalle zone della ex Jugoslavia che dall’aprile 1941 erano state invase dalle potenze dell’Asse. Lì si era sistematicamente perpetrata la persecuzione non solo degli ebrei ma anche dei serbi, da parte dei croati del partito fascista ustascia, affiancati dai tedeschi. Si trattava di internamento in campi di lavori forzati, dove le persone lì rinchiuse erano lasciate a morire di stenti e di fatica, oltre che fatti oggetto di violenze inenarrabili. A tal punto che, quando l’amministrazione civile di tanta parte della Croazia venne passata agli italiani, questi imposero agli ustascia la chiusura dei campi. Fu così che centinaia e centinaia di ebrei cercarono di guadagnare il confine italiano e chiesero di poter proseguire la propria prigionia in Italia, sperando in un trattamento migliore… Non era semplice; molti, arrivati a Fiume, venivano rimandati indietro, alla morte. Altri ce la fecero e raggiunsero le zone di confino predisposte in Italia.

Si arriva perciò ai fatti del gennaio ’42 sopracitati: al confinamento presso Aprica.

Qui la convivenza degli ebrei, comunque segregati, con gli abitanti d’Aprica fu ottima, e ciò è avallato dalle numerose testimonianze raccolte dall’autore della memoria.

Ecco poi che un sacerdote della frazione Bratta (a monte di Bianzone, nel tiranese), don Cirillo Vitalini, organizzò la fuga degli ebrei internati verso la Svizzera e verso la salvezza. Determinante per il buon esito dell’espatrio fu la coraggiosa collaborazione attiva di tutto un gruppo di persone con ruoli autorevoli a livello locale. Oltre al sacerdote, infatti, diedero il loro apporto un altro prete, don Giuseppe Carozzi, Attilio Bozzi, Emilio Negri, il capitano dei carabinieri Bernardo Mazza e il brigadiere Bruno Pilat, di origini venete, comandante della stazione di Aprica (che a causa del suo aiuto agli ebrei, e in seguito per la sua collaborazione coi partigiani, fu arrestato nel ’44 e deportato in Germania, riuscendo poi ad evadere dal campo di Ludwigsburg e tornare in Italia).

Nel mese di ottobre del 1943 furono dunque in 200 a trovare la libertà, grazie a quest’atto umano e coraggioso. Le partenze avvenivano di notte, dal 10 del mese, poi il 12, il 13, il 14… le ultime il 28 ottobre, con una corriera per le donne, i bambini e gli anziani, a piedi per gli altri verso la frazione Bratta e da lì verso la Svizzera, riuscendo a sottrarsi ai controlli tedeschi, peraltro fortunatamente organizzati ai confini solo dopo il 19 del mese.

La professoressa Declich ha concluso la sua testimonianza di questi importanti fatti, auspicando la traduzione del manoscritto, l’interessamento di qualche istituzione, magari prima fra tutte del comune di Aprica, visto l’alto valore storico e morale di queste vicende così poco note.

Anche la figlia del brigadiere Pilat, Bianca Pilat, collabora da anni con Alan Poletti ed altri ricercatori e resta contattabile all’indirizzo e-mail biancapilat@aol.com per conoscere testimonianze di abitanti d’Aprica che possano ricordare questi fatti o averne sentito parlare da qualcuno direttamente coinvolto.

A seguire, l’intervento della professoressa Messa ha inteso rendere nota l’azione determinante dei mass media dell’epoca, anche locali, al fine di far nascere una mentalità razzista che assecondasse le trame del governo fascista. In Valtellina, come ovunque, ogni giornale libero era stato fatto chiudere e da noi c’era solo la possibilità di informarsi tramite Il Popolo valtellinese con sottotitolo, che la dice lunga, “Foglio d’Ordini”. Si trattava chiaramente di un organo governativo di netta impostazione militare fascista. I temi più frequentati dagli articolisti erano quelli riguardanti la razza, e naturalmente la superiorità della razza ariana, la propaganda delle leggi razziali (esclusione per gli ebrei dalle scuole, dall’insegnamento, dai commerci, dalle professioni, espulsione dall’Italia degli ebrei immigrati, divieto dei matrimoni misti ecc.), i discorsi del duce, la propaganda demografica e imperialista. Nessuna informazione circa la vita sociale dei valtellinesi, gli eventi tragici della guerra: solo spazio per i trionfalismi e le vittorie.

La professoressa Fausta Messa, visionando i microfilm di svariati numeri di questo “giornale”, ha dato conto agli astanti di numerosi articoli in cui si vaneggiava circa la colpevolezza assoluta degli ebrei per le sconfitte tedesche nella seconda guerra mondiale, piuttosto che usare l’arma del sarcasmo nel definirli parassiti della società (non senza esser stato proprio il governo fascista a privarli del lavoro!) e nel rallegrarsi che poi sia stato loro imposto il lavoro manuale “così impareranno a sudare per onesto lavoro”…

Su questo ultimo punto, interessante anche il parallelismo fatto dalla prof. Messa fra quegli eventi, che a volte si voglion considerare lontani e irripetibili, e la situazione di tanti immigrati d’oggi, in particolare quella dei rifugiati politici che vivono in Centri di accoglienza sul territorio nazionale, senza poter detenere alcun diritto giuridico, in attesa del decreto definitivo che sancirà la loro sorte, e ai quali è interdetto quindi anche il lavoro. Cosa che fa sì che spesso vengano considerati da molti come dei fannulloni o come gente che si impossessa del denaro pubblico (riferendosi all’esigua somma giornaliera di 30 euro riconosciuta loro dalla legge, tra l’altro non affidata direttamente agli immigrati bensì amministrata dai Centri e dalle Associazioni che li hanno a carico...).

Il monito per tutti è di non cedere alla propaganda che, descrivendo come pericoloso l’altro, soprattutto in tempi di crisi, rischia di far perdere i lumi dell’umana ragione e della comprensione di situazioni limite molto gravi (disconoscendo, tra l’altro diritti sanciti dalla nostra Costituzione).

Insomma, una serata di approfondimenti notevoli e di riflessione che porta a comprendere quanto il passato non debba mai essere scordato, ma anzi preso seriamente ad esempio nell’affrontare le sfide di una quotidianità sempre più intesa come condivisone dei vissuti e come ricerca di tutto ciò che ci unisce in quanto esseri umani viventi sotto lo stesso tetto del mondo.

 

Annagloria Del Piano


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