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Carlo Forin. La chiave sumera dei nomi degli Dei
Ninsuna. Dea sumera (seconda metà del III millennio a.C.)
Ninsuna. Dea sumera (seconda metà del III millennio a.C.) 
18 Luglio 2007
 

La chiave sumera dei nomi degli Dei va resa nota!, mi sono detto dopo di aver messo in Internet “Il confronto di Balak e Balaàm” (in Antares e le vere origini di Europa, cfr. indice articoli di teonomasiologia, ‘studio comparato dei nomi degli Dei’): apre a troppe meraviglie per un uomo solo!

Permetterà di far archeologia a tutti coloro che amano leggere di cose antiche. È una chiave ‘metalinguistica’, che consente di scorgere in un testo cose che la lettura ordinaria non mostra.

Consente l’archeologia del linguaggio.

 

In che cosa consiste?

Il nome di un dio viene letto di solito come un nome comune o, addirittura, viene guardato come una parola qualsiasi. In questo modo ci si limita a registrare un’entità e si concentra l’interesse sul senso generale del discorso; si tratta di fare il contrario: focalizzare sul nome del dio ed ignorare quasi il resto.

Il nome di un dio (es.: Baal) è un’espressione invariante che viene usata in diverse lingue con un significato che può venir reso con un sinonimo (it.: l’Altissimo).

Potremmo chiamarlo ‘fossile’ perché il teonimo dura millenni e porta significati di culti cessati, normalmente. Il teonimo resta uguale mentre le lingue cambiano. Rimaner uguale nelle parole che cambiano è un carattere che rende la funzione del reperto linguistico uguale a quella del reperto materiale. Questo è diverso, agli occhi dell’esperto, dagli altri materiali tra i quali viene trovato e la sua individuazione consente paragoni e datazioni che aiutano a ricostruire la storia del sito correggendo l’imprecisione della documentazione disponibile.

Così il teonimo è diverso dalle parole comuni e può confermarne il senso o cambiarlo. Alla paleontologia e all’archeologia comune possiamo così aggiungere l’archeologia del linguaggio.

 

A che cosa serve?

I nomi degli Dei aiutano a far evaporare La favola dell’indoeuropeo (Giovanni Semerano, La favola dell’indoeuropeo, Bruno Mondadori, Milano 2005). Con questo titolo il linguista storico Giovanni Semerano ci ha lasciato il suo testamento: –Smettete di scambiar per scienza una favola!–

Noi chiamiamo ideologia (Karl Mannheim, Ideologia e Utopia, Bologna 1957) la rappresentazione della realtà che racconta come vere cose false. I nomi degli Dei sono come dei paracarri che rivelano in un testo la realtà ideologica precedente alla riflessione che appare esplicita in superficie. Questa archeologia del testo può confermare oppure falsificare ciò che è notorio.

La parola si può sillabare e la sillaba, lat. syllaba, frazionata in syl la ba svela SYL BA AL, il ‘Sole’ in sumero ‘anima alta’.

Ma perché rovesciare questa lettura? Lo vedremo rigirando la chiave.

BA AL esce dalla retroversione di AL BA. L’alba è quel chiarore che annuncia il Sole anima alta, SYL BA AL.

SYL BA AL è sufficiente in sillaba per falsificare la concezione ideologica indoeuropea delle origini.

La chiave sumera dei nomi degli dèi consente di penetrare l’ideologia come i fari antinebbia permettono di vedere nella nebbia. I nomi degli dèi ci consentono di sdoganare la lingua sumera relegata in un angolo dalla cultura tedesca che ha costruito una grammatica sumera senza aver mai sentito un sumero parlare. I latini costruirono la loro grammatica latina stando ad ascoltare chi parlava. Perciò il latino si legge così com’è scritto, diversamente dall’anglogermanico, bisognoso di regole di lettura.

La chiave dei nomi degli Dèi aprirà il ripostiglio rimasto chiuso per pochi ideologizzati. La fede in una favola ha tenuto fuori gli altri.

Aperto il ripostiglio tutti potranno far archeologia da casa propria.

 

Carlo Forin


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