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Alessandra Borsetti Venier intervista Gillo Dorfles
ABV con Dorfles (foto Giacomo Saviozzi)
ABV con Dorfles (foto Giacomo Saviozzi) 
04 Aprile 2009
 

Ho avuto il grande piacere di incontrare il professor Gillo Dorfles qualche mese fa in occasione della pubblicazione dei due libri Officina Canuti: l’artista e il territorio e Officina Canuti: l’artista e la scuola che ho pubblicato con Morgana Edizioni a conclusione di un complesso “cantiere d’arte” fondato sulla poetica dell’artista Nado Canuti. L’intero progetto, coordinato dall’architetto Alberto Bartalini, è stato ed è, a mio avviso, un buon esempio di come si possa costruire la trama di una vasta rete di relazioni, incontri tra persone ed enti pubblici di diversi Comuni e in vari luoghi di un vasto territorio, tutti legati da una forte - e rara - intesa culturale sull’arte contemporanea.

Le pubblicazioni trattano, la prima, della produzione dell’artista in rapporto all’ambiente con le sue numerose sculture, murales e installazioni site specific, e la seconda, di una particolare esperienza di formazione rivolta alla scuola in riferimento alla didattica e l’arte. Si tratta di una documentazione fondamentale, realizzata dal fotografo Mario Mulas, poiché entrambi i libri testimoniano, in modo “spettacolare”, le fasi, l’impegno, lo sforzo e l’entusiasmo che hanno contraddistinto tutti i momenti più significativi di un’operazione culturale, sociale e ambientale che ha puntato sul ruolo del contemporaneo per lo sviluppo e la riqualificazione del suo territorio.

 

Riporto qui di seguito soltanto una parte della lunga intervista, quella incentrata sul ruolo sociale dell’arte e sulla formazione dei giovani nella scuola, tema determinante e assai caro al professor Dorfles.

 

ABV: Professore, pensa che ancora oggi si possa dare un senso alla vita tramite l’arte?

Dorfles: È fondamentale. Direi che una delle ragioni del degrado della nostra società sia proprio quella di essersi, in un certo senso, scissa da quella che era la vita di tutti i giorni. Abbiamo un grosso mercato dell’arte a cui non partecipa la massa delle persone: quello che avveniva una volta quando, per esempio, i ragazzi del popolo di Siena seguivano la processione con la tavola del Cimabue… D’altro canto non dobbiamo dimenticare che oggi esistono forme d’arte a cui tutti partecipano e che sono presenti nella TV, nei video, nell’industria. Molte forme dell’arte contemporanea si sono diffuse dando a tutti quello che una volta veniva dato a pochi. Si è creata una forte democratizzazione nella fruizione dell’arte…

 

Per i ragazzi che hanno partecipato a questo laboratorio è stato sorprendente lavorare a tu per tu con un artista e avvicinarsi in modo così diretto all’arte contemporanea…

Difatti, uno degli errori dell’insegnamento in Italia è di non cominciare fino dalle elementari a “dare in pasto” ai giovani non soltanto i capolavori classici dell’antichità ma anche le opere della contemporaneità. E poi, per i giovani il linguaggio di oggi è molto più accessibile di quello di una volta…

 

Lo studio dell’arte e della sua storia attraverso la sola pratica museale è una operazione che appaga una momentanea curiosità ma che poi non è in grado di suscitare interessi ulteriori. Come si può formare nelle persone e nei giovani una coscienza estetica e critica?

L’educazione artistica è quasi sempre limitata ai grandi capolavori mentre bisognerebbe insegnare che anche il cucchiaio con cui mangiamo può essere un capolavoro, che anche un oggetto d’uso può essere un’opera d’arte e può coinvolgere problemi artistici. È importante far scoprire le differenze tra un oggetto che è un capolavoro e quello che è una “porcheria”.

 

Gli amministratori che hanno creduto in queste scelte culturali sono convinti che l’arte serva per educare e formare i cittadini, perché migliorare l’estetica del luogo in cui si vive è migliorare la qualità della vita per tutti. Un esempio che le cose possono davvero evolvere sono le preziose opere d’arte ambientate sul territorio in questi anni che, nonostante non siano protette, non hanno subito mai atti vandalici…

Quando una persona si avvicina all’arte e comincia a comprenderla non si sognerà di fare atti vandalici, infatti gli sfregi li compie proprio chi non conosce l’arte e quindi non la rispetta.

 

Qual è il ruolo del contemporaneo per lo sviluppo e la riqualificazione del territorio?

Gli amministratori dovrebbero rendersi conto dell’importanza dell’arte - permanente o effimera che sia - anche da un punto di vista economico. L’arte è un investimento in tutti i sensi. Per esempio, basti pensare al nuovo MART di Rovereto progettato da Botta che nel rapporto tra arte, architettura e lo sviluppo del territorio è diventato la principale risorsa economica della città.

 

Col diffondersi delle nuove tecnologie si è sviluppato un nuovo panorama visivo. Come considera queste nuove esperienze?

Bisogna tener conto delle nuove tecnologie perché danno delle possibilità di allargamento al panorama artistico. È successo con la fotografia, con il cinema, con il video… La computerizzazione non sostituisce la pittura e la scultura, e non è meno importante dell’arte antica.

 

L’arte ambientale essendo vivibile e non rinchiusa in un museo può permettere un contatto diverso, più diretto, una pausa, come Lei la definisce?

La tesi espressa nel mio ultimo libro Horror pleni e del resto anche già ne L’intervallo perduto, è di insistere sul fatto che abbiamo bisogno di una pausa, di un “respiro”, non solo nell’arte ma in tutto quello che facciamo. Il pericolo di andare in un museo e vedere mille opere e non vederne nessuna è tipico. La “fruizione disattenta” è uno dei fenomeni più frequenti dei nostri giorni. Abbiamo bisogno di intervalli, abbiamo troppe sollecitazioni che non ci permettono di vedere e ascoltare quello che invece è importante.

 

Come possiamo proteggerci dall’inquinamento da immagini?

Ebbene, qui bisognerebbe chiudere gli occhi… se bastasse! Effettivamente è un problema su cui dovrebbero intervenire le autorità e le amministrazioni evitando la troppa pubblicità, le insegne invadenti, l’eccessivo disordine visivo.

 

Qual è il modo migliore oggi per fare il critico d’arte?

È una domanda molto insidiosa… Direi, cercando di imitare quello che ho fatto io.

 

Non poteva esserci modo migliore per concludere un incontro per me davvero indimenticabile: cogliere nel sorriso di questo intellettuale straordinario la leggerezza dell’autoironia e la disponibilità così attenta all’ascolto.

L'intervista è in parte pubblicata nel secondo volume Nado Canuti: l’artista e la scuola, 200 pagine. Il primo volume è Nado Canuti: l’artista e il territorio, 250 pagine.

I due volumi sono uniti in un unico cofanetto, Euro 90. www.morganaedizioni.it

 

 

Gillo Dorfles (Trieste, 12 aprile 1910) è critico d'arte e filosofo, professore di estetica presso le Università di Trieste e di Milano. È autore di numerose monografie su artisti di varie epoche (Bosch, Dürer, Feininger, Wols, Scialoja); ha inoltre pubblicato due volumi dedicati all’architettura (Barocco nell’architettura moderna, L’architettura moderna) e un famoso saggio sul disegno industriale (Il disegno industriale e la sua estetica, 1963). L'ultimo suo libro è Horror pleni - La (in)civiltà del rumore (2008).


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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - ISSN 1124-1276 - R.O.C. N. 32755 LABOS Editrice
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