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Il mio voto per la Rosa nel Pugno, finalmente il sogno diventa realtà 
Da “Notizie radicali” un articolo di Giuseppe Loteta
07 Marzo 2006
 

A chi ha qualche anno di militanza radicale alle spalle, il nome di Peppino Loteta dice qualcosa. È stato, negli anni d’università, quando studiava giurisprudenza, dirigente dell’Unione Goliardica Italiana e dell’UNURI. Giornalista, è stato redattore, caposervizio e inviato del settimanale l’Astrolabio in quella bella stagione in cui a dirigerlo c’erano Ernesto Rossi e Ferruccio Parri. È stato poi condirettore di un altro settimanale, Aut, e dopo essere stato vice-direttore del Diario di Venezia, per vent’anni è stato commentatore politico del Messaggero. Ha pubblicato anche due libri da non farsi sfuggire: Cuore da battaglia (Nuove Edizioni del Gallo), una lunga intervista con Randolfo Pacciardi: testimone contraddittorio e d’eccezione, certamente scomodo, che racconta il secolo che ci siamo lasciati alle spalle; e Fratello mio, valoroso compagno… (Marsilio), storia di Fernando De Rosa: un antifascista e socialista sentimentale e passionale, che la mattina del 24 ottobre 1929 a Bruxelles, spara al re d’Italia Umberto; attentato fallito, ma il processo ha un’eco enorme e in suo favore si mobilita il tutto l’antifascismo europeo. Uscito dal carcere, De Rosa parte per la Spagna, per combattere i golpisti franchismi; e in Spagna, non ancora trentenne, muore combattendo. Di De Rosa non sappiamo neppure dove sia la tomba.

Due libri che non sarà facile trovare; ma dovesse capitare, non ci si pensi due volte a comprarli. Loteta, assieme a Marco Pannella e Mario Signorino è stato anche imputato per una vicenda clamorosa. Il 16 febbraio 1971 Pannella, Loteta e Signorino furono processati dal tribunale dell’Aquila per due articoli pubblicati nel 1968 da Notizie Radicali e dall’Astrolabio sul caso di Aldo Braibanti. Erano imputati di diffamazione, calunnia e oltraggio per le loro accuse nei confronti degli autori dell’incredibile processo per plagio che si concluse in primo grado con una condanna a nove anni, pena successivamente dimezzata in appello. Fu, quel processo contro Loteta, Pannella e Signorino un vero e proprio “processo” al processo.

Loteta ci ha mandato questo articolo che naturalmente pubblichiamo con piacere. Sperando che sia il primo, seguito da altri.



Io ho un sogno. Come Martin Luther King che nel 1963 sognava uguaglianza e fratellanza tra bianchi e neri d’America. Ma il mio sogno ha radici ancora più lontane da quelle dell’apostolo nero. Cominciai ad averlo nei primissimi anni Cinquanta, nell’Unione Goliardica Italiana, quando all’idea lamalfiana di un’unione delle forze laiche Franco Roccella contrappose il progetto di un’unione laica delle forze. Non era una questione lessicale. Voleva dire un’unione che fosse essa laica, motrice di libertà, moltiplicatrice di consensi e di iniziative, non un semplice aggregato delle forze laiche esistenti, spesso laiche soltanto a parole. Così era l'UGI, formata da studenti liberali, socialdemocratici, repubblicani, senza partito, credenti e non credenti, e poi socialisti, primo fra tutti Bettino Craxi, e infine i comunisti, entrati nell’Unione per volontà di Togliatti e contro il parere dei fratelli Berlinguer. Tutti insieme, laici, goliardi. Sognavamo di trasferire la nostra esperienza al mondo politico nazionale. Ma il sogno rimase sogno, non si tradusse, e allora non poteva tradursi, in realtà.

 

Continuai a sognare nei decenni successivi, quando si costituì il Partito Radicale, quello di Mario Pannunzio e di Ernesto Rossi, di Mario Paggi e di Leo Valiani, con le tre componenti degli scissionisti della sinistra liberale, dei reduci del Partito d’Azione e dei giovani di provenienza goliardica. Puntavamo su una moltiplicazione dell’area laica e libertaria che la nuova formazione politica rappresentava. Ma il sogno s’infranse quando, dopo una serie di scissioni, restammo soli, Marco Pannella e i vecchi goliardi insieme con pochi maestri, Ernesto Rossi in testa, a proclamarci radicali dentro quello che restava del partito, a cominciare tutto daccapo e a ricominciare a sognare.

 

Sogno, ancora sogno. E sogno fu molte altre volte; quando la piccola pattuglia radicale rimasta lanciò la parola d’ordine inascoltata, dell’unità delle forze di sinistra; quando, sull’onda liberatrice del divorzio, sembrò profilarsi nel panorama politico italiano la prospettiva di una maggioranza divorzista, rapidamente dissolta. E ancora, quando socialisti e radicali si impegnarono in comuni battaglie di libertà e di giustizia, dal divorzio all’aborto, dalla salvezza di Aldo Moro alla responsabilità civile dei magistrati.

 

Fu questo il momento più alto del sogno. Una parziale convergenza tra socialisti e radicali si era già verificata con la segreteria di Giacomo Mancini e perfino con quella di Francesco De Martino. Ma divenne più solida e con prospettive strategiche quando il PSI di Craxi, abbandonate le antiche sudditanze politiche ed ideologiche, divenne una formazione laica, riformista, liberalsocialista. Un intero congresso socialista era stato dedicato a Carlo Rosselli. Riposto Marx in soffitta, la teoria dei meriti e dei bisogni e l’esigenza documentata di ampie riforme istituzionali avevano aperto nuove prospettive all’orizzonte democratico italiano. La consonanza con i radicali non poteva non essere ampia. E ci fu, pur tra inevitabili (o forse evitabili, chi può dirlo?) momenti di differenziazioni e di dissenso. Con la presidenza del Consiglio Craxi e con la segreteria del partito sostanzialmente affidata a Martelli tutto filò liscio. Meno dopo, con alterne vicende, fino a tangentopoli. E lì s’interruppe non soltanto il sogno della grande formazione laica, riformista, libertaria, ma fu la fine dei partiti che avevano sostanziato la democrazia italiana fin dall’immediato dopoguerra, a cominciare dal Partito Socialista e tranne le due ali estreme dello schieramento politico.

 

Degli ultimi dieci anni è meglio non parlare. Sono gli anni della morte di Craxi, esule in terra amica ma straniera, della diaspora socialista, con un’intera piazza Navona tappezzata di bandiere rosse con il garofano che gridava “Unità!” un mese dopo la scomparsa di Craxi, ma con i socialisti diffamati e dispersi in tutte le nuove e vecchie formazioni politiche, da Forza Italia ai post-comunisti. Due gruppi mantengono un assetto organizzativo, lo SDI di Enrico Boselli e la formazione che alla fine diventerà il nuovo PSI di Gianni De Michelis e Bobo Craxi. Ma sono piccole forze e per di più situate nei versanti opposti dello schieramento politico: lo SDI a sinistra, il nuovo PSI a destra. Quanto ai radicali, proseguono il loro cammino. Rafforzano la loro leadership. Emma Bonino diventa meritoriamente il numero due del partito. Sorgono nuovi dirigenti, giovani: Daniele Capezzone, Rita Bernardini, Luca Coscioni con il suo grave carico di infermità e con la sua determinazione, che non si è mai affievolita, fino all’ultimo istante, Benedetto Della Vedova, Marco Cappato e diversi altri. Pannella è sempre l’astro intorno al quale ruota il partito. Ma sono soli, malvisti dall’intera nuova classe politica, non hanno rappresentanti in Parlamento. E tentano, in un primo periodo, di trasformare Forza Italia in un partito liberale di massa. Poi ci rinunciano. Così stanno le cose, quando il sogno riprende vigore. Ma stavolta è qualcosa di più, è una prospettiva politica precisa, chiara, suscettibile di sviluppi clamorosi, per la prima volta in sessant’anni di democrazia post-fascista. È nato un nuovo soggetto politico socialista, radicale, laico, liberale con il simbolo mitterrandiano della Rosa nel Pugno. Il nucleo costituente è formato dai radicali e dai socialisti dello SDI. Dispiace che Bobo Craxi, pur avendo lasciato il centro-destra, non faccia parte della nuova formazione. Se ci fosse stato anche lui, insieme con gli altri scissionisti del nuovo PSI, si sarebbe realizzato il massimo di unità socialista dalla fine del vecchio partito craxiano. Ma non è questo il punto. Il punto è che la Rosa nel Pugno è una novità assoluta, è un cuneo che si inserisce con forza rivoluzionaria nella realtà politica degli ultimi tempi, caratterizzata da un falso bipolarismo, da schieramenti disomogenei, da un’offensiva clericale che trova sostegno, a destra e a sinistra, nelle forze politiche di matrice cattolica.

 

Il nuovo partito si schiera a sinistra. E non soltanto perché lo SDI è in quest’area fin dalla sua formazione e intende restarci. Ma anche perché la destra, tranne singole eccezioni, è stata caratterizzata negli ultimi tempi da una persistente sordità in tema di diritti civili, di laicità dello Stato, di libertà della ricerca scientifica. Ciò non vuole dire che non ci saranno difficoltà a sinistra. Ci sono fin da adesso. E come potrebbe essere diversamente all’ingresso di una forza politica che tende per sua natura a rivoluzionare l’esistente in una coalizione che si regge su equilibri precari? Ma è probabile che i due schieramenti contrapposti così come li conosciamo, non reggano all’urto delle prossime elezioni politiche. Si va, forse, verso una scomposizione dei due poli e un nuovo, non ancora ipotizzabile, panorama politico. Nella nuova fase che si configura, il partito che sta per nascere non potrà non giocare un ruolo di primo piano, tentare di diventare quella grande forza socialista, laica, libertaria, che tutti i paesi europei hanno e che l’Italia non ha mai avuto.

 

Certo, non è facile. Craxi provò a farlo, anticipò in molti temi Blair e Zapatero, tentò di accelerare il percorso di “onda lunga” che stentava ad arrivare e fu massacrato.

 

Ma perché tutto questo avvenga, perché il sogno diventi finalmente realtà, è necessario che quel 20-25 per cento di elettori italiani che ha sempre votato per i partiti laici prima di tangentopoli e che esiste ancora, disperso tra le varie forze politiche, si renda conto che questa del partito socialista, radicale, liberale, laico, è un’occasione unica che non può essere sprecata. Quanti, laici, socialisti, socialdemocratici, liberali, repubblicani, continuano a votare per Forza Italia o a far parte del gruppo dirigente di questo partito, quanti continuano ad essere dispersi su altri lidi, a destra e a sinistra, riflettano sulle prospettive che si aprono, nella convulsa situazione politica italiana, per un partito come quello che sta per vedere la luce, sulle potenzialità di un’ “unione laica delle forze” (l’antica definizione è ancora valida) e facciano le loro scelte. I treni della storia non passano due volte. Il mio voto, nell’ultimo mezzo secolo, è andato di volta in volta, alle liste radicali o a quelle socialiste. Nelle prossime elezioni politiche voterà per socialisti e radicali insieme. E per qualcosa di più, la Rosa nel Pugno. Il sogno diventa realtà.


Giuseppe Loteta

(da Notizie radicali, 6 marzo 2006)


 
 
 
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