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Gordiano Lupi. Un paradiso perduto (1999)
(foto Stefano Pacini)
(foto Stefano Pacini) 
01 Novembre 2007
 

Pubblico senza correzioni e/o integrazioni questo racconto del 1999, visto che c'è chi tenta di screditarmi come persona dicendo che le mie idee su Cuba sono frutto di opportunismo.

Un paradiso perduto” è un racconto ingenuo, di modesto valore letterario, scritto quando le mie conoscenze cubane erano limitate. Ci sono persino errori di spagnolo, soprattutto accenti errati, ma è una perfetta testimonianza della delusione patita da un italiano di sinistra dopo aver toccato con mano il comunismo caraibico. Non modifico niente proprio per far capire che ho sempre avuto una posizione critica verso un regime liberticida.

Un paradiso perduto” è stato pubblicato da Inchiostro nel 1999 (o nel 2000, non ricordo bene) e il direttore della rivista - Giampiero Dalle Molle - può confermare. In ogni caso, le persone che mi definiscono opportunista possono leggere Il mistero di Incrucijada, pubblicato da Prospettiva nel 2000 (dove dico le stesse cose di oggi in forma romanzata) e Il giustiziere del Malecon (Prospettiva, 2001). Sono libri fuori catalogo, ma molte biblioteche ne hanno copia e servono a far capire la mia opinione. Pure qui, Andrea Giannasi di Prospettiva può confermare.

È vero che sono stato comunista e che ho continuato a esserlo per molto tempo, nonostante la delusione cubana. È vero che oggi non posso più dirmi comunista e che le mie idee sono molto vicine a quelle libertarie e radicali. La mia sola lotta è per una Cuba veramente libera. È vero che in passato ho scritto a Gianni Minà per proporre i miei libri e che lui non li ha mai degnati di nessuna considerazione. È vero che ho scritto a Minà perché condividevo alcune sue affermazioni e su questo mi ricredo perché penso di aver sbagliato. Soltanto gli imbecilli non cambiano idea. È sconvolgente venire a sapere che alcune persone conoscono una mia lettera inviata a Minà e sono in grado di renderne pubblici aluni pezzi. Una lettera che solo Minà in persona o qualcuno della rivista Latinoamerica possono avere avuto in mano... Soltanto un imbecille può pensare che scrivo articoli sulla situazione cubana che mi tocca profondamente e contro chi cerca di indorare la pillola, solo perché Minà non ha recensito i miei libri... Non credo di aver bisogno delle recensioni di Minà. Non sono certo le recensioni che mi mancano...

 

Gordiano Lupi

 

 

UN PARADISO PERDUTO

 

Un sogno antico si stava realizzando.

Da tre giorni percorrevamo stupefatti le strade de L’Avana e il suo romantico lungomare. Notti caldissime raccoglievano ricordi e lontani pensieri. L’Associazione aveva inviato me e Marco in missione a Cuba, per consegnare un importante carico di medicinali ai principali ospedali della capitale. Avevamo accettato con entusiasmo, affrontando dodici interminabili ore di aereo, che ci avrebbero condotto all’altro capo del mondo, in un’avventura nell’ignoto a lungo desiderata.

Marco era giovane e non aveva legami. Io da tempo avevo dato un taglio netto a quel che restava dei miei. Un matrimonio sbagliato, fortunatamente senza figli. L’amore per Cuba e la solidarietà nei confronti d’un popolo oppresso da uno spietato embargo, ci univano. Vecchie idee in comune, dal vago sapore d’altri tempi, avevano fatto il resto. Nelle discussioni politiche Marco si accalorava sempre parlando di Cuba. “Non la potete paragonare alla Russia o alla Cina - diceva – il comunismo dei Caraibi è un’altra cosa. Tutti hanno quello che serve, tutti sono uguali”.

Sostanzialmente la pensavo come lui. Ero un poco più scettico, dato che i sogni della mia generazione si erano infranti sul muro di dure realtà. Marco aveva venticinque anni, contro i miei trentotto e molte delle sue illusioni erano ancora intatte. Era uno studente universitario e poteva permettersi di innamorarsi delle proprie idee.

Era il suo tempo. Il mio era passato da molto. Non parlavo più di “lotta proletaria”, non mi capitava quasi mai di pronunciare la parola “compagno”. Facevo il giornalista in un foglio di sinistra e solo questo era rimasto a dar continuità alle mie idee giovanili.

Nei momenti di libertà amavo scrivere storie d’amore e vita quotidiana, racconti di viaggi e favole per ragazzi, che qualche rivista, di tanto in tanto, pubblicava.

I sermoni politici e i pezzi di fuoco contro il capitalismo non erano più cosa per me. Mi ero tranquillizzato e Marco spesso mi diceva, scuotendo la testa, che stavo diventando sempre più borghese.

Fu così che partimmo, in un giorno di maggio, con il nostro carico di medicinali e sogni. La voglia di assaporare un mondo lontano e diverso dalle solite civiltà occidentali era tanta e covava in noi come un desiderio inespresso. La Cuba di Che Guevara e del socialismo reale ci attendeva.

L’isla grande del Caribe, con i suoi ritmi magici, le ballerine di salsa e merengue, i colori e il calore tropicale…

Tutto questo era adesso nelle nostre mani.

Fin dall’aereo fantasticavamo di viaggi alla ricerca delle memorie storiche e di notti insonni condite di rum e danze. Il mito delle donne cubane, inutile dirlo, era almeno pari a quello delle ceneri del Che a Santa Clara. Appena sbarcati fu subito un problema la sistemazione del carico di medicinali. Cercavamo di farci capire, in uno spagnolo stentato, da poliziotti assonnati e inservienti che attendevano solamente l’ora del riposo. Ci rimandarono al giorno dopo, quando qualcuno avrebbe potuto decidere sulla sistemazione definitiva. Nell’attesa il carico venne parcheggiato nel reparto spedizioni dell’aeroporto. Partimmo alla volta della casa che ci avrebbe ospitato, a bordo di un così detto taxi particular. In pratica si trattava di un’auto privata, che veniva utilizzata dal proprietario per il trasporto illegale di stranieri. L’autista ci disse che era un modo come un altro per campare e fare qualche dollaro. Il nostro albergo era un’altra casa privata, che l’Associazione aveva prenotato grazie all’intervento di amici, usuali frequentatori di Cuba. Anche loro erano illegali. – Bisogna arrangiarsi… – confessò il simpatico Luis, cubano dagli occhi furbi e dalla pelle bianca – la famiglia è numerosa. – Comprendo – risposi io – l’embargo… questi sporchi capitalisti americani….

Luis mi guardò sorridendo: – Magari fosse solo l’embargo, amico. Guardati attorno e poi dimmi cosa ne pensi. Aspetta solo qualche giorno.

Intanto ammiravamo il paesaggio, completamente diverso dai nostri soliti orizzonti. Palme altissime dal fusto affusolato, banani giganti dai frutti enormi e maturi, piante dai fiori rossi e gialli e soprattutto colori intensi e decisi, che accompagnavano i nostri passi. Il sole brillava altissimo e inclemente, sui nostri pensieri di europei abituati alle mezze misure e alle cose indecise. Il cielo era assolutamente azzurro, mai offuscato da nubi. E poi la colonnina di mercurio segnava trenta gradi all’ombra, una temperatura da noi solitamente registrata ad agosto. La primavera caraibica ci accoglieva tra braccia confortanti e tutto ciò in fondo non ci dispiaceva. Avevamo un compito da eseguire e lo avremmo fatto, ma eravamo a Cuba anche per qualche giorno di riposo, da trascorrere sulle spiagge caldissime dell’Est Avana.

Sistemammo i nostri bagagli nella casa che avevamo affittato, situata nel quartiere di Nuova Vedado, elegante e borghese. Le case, villette con giardino molto simili alle nostre abitazioni degli anni cinquanta, erano un ricordo dei tempi di Batista.

Invece nella parte antica della città spiccavano fatiscenti palazzi stile coloniale, su d’un lungomare composto da scogliere frastagliate dalle onde.

L’Avana Vecchia, in più parti, era ridotta a un ammasso di macerie. El nino, il violento tornado che aveva colpito i Caraibi, aveva seminato distruzione e morte. Si tentava di ricostruire, ma non era facile. Le facciate multicolori dei palazzi coloniali erano in più parti corrose dal salmastro.

L’aspetto cadente della città, per contrasto, contribuiva a darle un alone di mistero. Credo che se ogni cosa fosse stata al suo posto lo spettacolo non sarebbe stato così affascinante.

Bambini sporchi e denutriti ci giocavano intorno, qualcuno si tuffava nelle acque del lungomare. Cartelli rivoluzionari esponevano idee antiche agli occhi del mondo.

Tu exemplo vive, tus ideas perduran, diceva un’iscrizione in mezzo a palme e vegetazione lussureggiante. Il volto di Che Guevara accanto, sorridente e severo, faceva da monito al tempo che passava. E noi ci credevamo ancora a quelle parole. Eravamo appena arrivati e le leggevamo entusiasti, ricordando il tempo passato e le assemblee studentesche. Le frasi che mandavamo a memoria erano i sogni della mia gioventù e mi facevano tornare ai tempi del collettivo politico comunista. Si chiamava “Servire il popolo”? Non ricordo bene, ma il nome era veramente divertente. Il simbolo invece conteneva una delle tante “falci e martello” che vennero presentate alle elezioni politiche di quei tempi. Era quasi impossibile districarsi in quella jungla di partiti comunisti, prodotti dalla sinistra extra parlamentare.

Per Marco erano i sogni attuali, di un giovane che credeva in cose che gli avevano raccontato. E io mi sentivo uno dei colpevoli, perché ero tra quelli che gli aveva parlato del Che.

– Leggi questi libri – gli avevo detto – possono insegnarti molto… – Parlavo del Diario in Bolivia, ma anche de La storia mi assolverà, scritto da un giovanissimo avvocato di nome Fidel Castro. L’Associazione di Amicizia Italia-Cuba era per me solamente un modo per continuare a mantenere intatti i sogni giovanili, mentre per Marco, che era ancora un ragazzo, rappresentava il rifugio dei suoi sogni attuali.

Io mi ero messo da parte in politica, poco a poco. Vedevo che le cose in cui credevo non avevano più corso legale da nessuna parte.

Non solo, notavo che quelle che io ritenevo teorie formidabili, accarezzate per lunghi anni di lotta e passione, adesso riuscivano solo a fare dei danni. Analizzando bene le realtà che conoscevo, potevo dire con disprezzo che il mio comunismo non si era realizzato in alcun luogo del mondo. Tutto era stato solo un tentativo e niente più. Ma le mie idee, le nostre idee di un tempo, di una generazione intera, erano veramente idee realizzabili?

Marco mi diceva sempre che c’era Cuba e per lei era importante lottare. Quello era il vero comunismo. Io facevo finta di crederci, o meglio, avevo una gran voglia di pensare che ciò che il mio giovane amico andava dicendo fosse la verità. Altrimenti avrei lasciato anche questo ultimo appiglio romantico della mia vita politica, così come avevo lasciato i gruppi di un tempo.

Tre giorni a L’Avana e la voglia di mollare tutto era divenuta fortissima. Bastava parlare con la gente per capire. Era sufficiente guardarsi attorno, per apprezzare che il filo conduttore della vita era quello della continua ricerca di qualcosa che non c’era.

E la mancanza più grande era la libertà.

– E questo sarebbe il comunismo cubano? – mi chiedevo.

– Paolo, sei sempre il solito disfattista. Non guardare le cose con occhi da europeo. Ricordi il Brasile? Qui è diverso... – rispondeva Marco.

Dovevamo fare un campionato mondiale della povertà e confrontare chi fosse maggiormente disgraziato. Cuba avrebbe vinto, questo era lo spirito dell’affermazione. Dovevamo essere grati a Fidel, perché poteva andare molto peggio. Ma la società comunista non era la migliore delle società possibili?

Non si deve vivere per avere, ma a ciascuno viene dato secondo i suoi bisogni”. Lo aveva detto qualcuno?

Quando mi venivano alla mente certe affermazioni mi appariva davanti il sorriso d’una ragazzina, che viveva in un albergue.

Era rimasta senza casa, a causa del tornado di un paio di anni addietro. Avevo visitato il suo povero rifugio, dopo averla conosciuta sulla spiaggia dell’Est Avana, in una bellissima giornata di sole e pensieri. Le favelas brasiliane non avevano niente di più e niente di meno. E mi avrebbe fatto sorridere il manifesto di Fidel, quando diceva che qui tutti avevano una casa e che i bambini non morivano di fame. Mi avrebbe fatto sorridere, se solo non avessi avuto una gran voglia di piangere. Piangere per quella dolcissima ragazza e per il suo bambino che cresceva nella polvere, piangere per sua madre che lottava per dar loro un futuro e qualcosa da mangiare, piangere per le mie idee perdute in faccia alla realtà.

Erano case quelle? Sua madre si vergognava a farmi entrare in quell’unica stanza di legno e terra, priva di bagno e servizi. Le docce che non funzionavano, una cucina ogni tre appartamenti. Un ghetto era quell’ albergue e niente più. Un campo recintato, dove abitavano persone in condizioni simili a bestie.

Non avevano da mangiare. Non sapevano di che vestirsi.

A Cuba nessuno muore di fame”.

A Cuba c’è l’essenziale per tutti”.

Se non ci fosse l’embargo…”.

Mi ritornavano a mente i vecchi luoghi comuni delle riunioni.

Non era vero, non era vero niente.

Isabel, questo era il nome della ragazza, mi disse che con la famosa libreta le davano appena un pugno di riso e un po’ di fagioli neri.

Il piatto tradizionale cubano, consumato quotidianamente, soprattutto per impossibilità a mangiare altro. La carne era un lusso e veniva conservata per venderla ai turisti. Il latte c’era solo per i bambini sino a sette anni. Dopo riso e fagioli andavano benissimo. Questo era il comunismo di Fidel.

Questa era la Cuba dei nostri sogni.

Sul lungomare avanero camminavo sotto braccio alla mia ragazzina sorridente, che ormai era divenuta compagna di quei giorni sull’isola grande. Marco aveva conosciuto una sua amica e assieme passavamo da un locale all’altro, alternando balli alla luce della luna a lunghe giornate di mare.

Il carico di medicinali era giunto a destinazione.

Avevamo fatto personalmente il giro delle cliniche, perché c’era il rischio, fidandosi di qualcuno, che tutto sparisse per essere rivenduto al mercato nero. In un posto dove mancava anche l’essenziale per vivere era il minimo che potesse accadere. Tutti a Cuba, soprattutto nella capitale, vivevano di furti perpetrati ai danni dello stato. Il vecchio detto che diceva: “chi ruba allo stato è il peggior criminale”, era stato trasformato in: “rubare allo stato non è reato”, perché era lo stato il primo farabutto. Gli stipendi non superavano l’equivalente di quindici dollari al mese. Il peso cubano, moneta legalmente in vigore, in realtà non valeva più niente. I cubani solevano dire che era come il Granma, il giornale del regime. Entrambi servivano solamente come carta igienica. Sopravvivere in una realtà economica ormai costruita su misura per i turisti, che pagavano in dollari, era impossibile.

Il lungomare pullulava di jineteras, ragazzine giovanissime che tenevano compagnia agli stranieri per pochi dollari. Avere un bel corpo era come possedere un capitale e permetteva di mantenere la famiglia. La polizia di Fidel sorvegliava e spesso arrestava. Puniva chi era vittima di un sistema sbagliato.

Il nostro viaggio doveva durare quindici giorni.

Volarono in un rapido susseguirsi di eventi. Eravamo tristi e allegri al tempo stesso. I problemi di quella gente erano diventati i nostri problemi. Non eravamo capaci di fare i soliti turisti europei, che sfruttavano la situazione, non era il nostro stile. Ci saremmo vergognati di noi stessi e del nostro passato.

Però l’allegria di quel popolo ci contagiava. I loro milioni di problemi diventavano niente di fronte a una bottiglia di rum, oppure ballando una frenetica salsa alla luce della luna, o un rapido merengue sulla riva del mare, al tramonto.

Sapevano vivere di quel poco che avevano.

Sapevano cogliere l’attimo e assaporarlo a fondo.

Poi c’era Isabel, che si era innamorata di me e attendeva con timore il giorno della mia annunciata partenza. Era giovanissima, aveva appena diciotto anni, ma sapeva comprendere le cose come una donna adulta. Anch’io mi ero affezionato a lei. Mi pareva di conoscerla da sempre.

Troppo tempo eravamo stati assieme. Marco me lo aveva detto.

Liberatene, o finisce male…” e lui aveva fatto così con l’amica.

Io, passionale come sempre, non gli avevo dato ascolto.

– So che te ne andrai, caro il mio italiano, so che per te sono stata solo un’avventura. Ma per me non è stato uguale. Ho sognato di scappare via, per provare a vivere una vita normale.

Mi diceva Isabel davanti al cielo nero della notte, su di un Malecòn caldissimo e disperato, percorso dai venti del Messico e da jineteras allegre per dovere.

Notti d’amore e notti di sogni infranti. Vedevo il volto di Fidel alla televisione e mi catturava il suo sguardo. Isabel faceva smorfie di disgusto, non voleva che lo ascoltassi.

– Ma ha un fascino enorme… – mi giustificavo io.

Lei scuoteva la testa e mi attendeva in camera.

Arrivò il giorno della partenza.

I nostri padroni di casa erano dispiaciuti. Si erano affezionati a noi. Il tassista, che ci faceva viaggiare per le strade avanere, aveva perduto due ottimi clienti, ma non era solo per quello che ci salutò con calore. Rimanevano molti amici e una fetta di cuore sul lungomare di quella città misteriosa. Marco lasciava i suoi sogni, io quel poco che avevo perduto da tempo. Restavano i cocci e Fidel aveva polverizzato anche quelli. Restava Isabel con i suoi dolcissimi occhi castani.

Il vento caldo dei tropici spazzava via ricordi, tristezze, sensazioni antiche. Il suo bambino lontano piangeva tra le braccia della nonna. Lei mi salutava con la mano tesa e piangeva per me. Non ricordavo neppure se una cosa simile fosse mai accaduta.

Un tempo avevo avuto una moglie, che era stata solamente capace di scappare via lontano, nel gelo d’una notte d’inverno.

Non so per dove, non so con chi.

– Paolo, io non sono una bambina come hai sempre creduto. Io ti ho voluto bene veramente. E tu domani sarai di nuovo nel tuo mondo e non ti vedrò più. Dimmi almeno che mi scriverai… – mi disse Isabel.

Le feci una carezza sul volto e sorrisi. Era un sorriso amaro, perché una lacrima cadeva dai miei occhi. Era difficile anche parlare, ma dovevo fare in fretta. Marco mi attendeva. L’aereo stava per partire. Avrei voluto dire tante cose. Avrei voluto dirle che ero venuto a Cuba per accarezzare i miei sogni di ragazzo, per convincermi che esisteva una piccola parte di mondo dove il comunismo aveva realizzato qualcosa d’importante e che era giusto credere e lottare ancora. Avrei voluto dirle che invece ero riuscito soltanto a credere, ancora una volta, nell’amore. E il merito era stato suo, soltanto suo. Ma il nostro rapporto non avrebbe funzionato in Italia, non avrebbe potuto funzionare. Dovevo staccare la spina a quel bellissimo sogno. Invece non fui capace di pronunciare neanche una parola.

Le detti un bacio, la strinsi forte al petto e scappai sul mio aereo.

Non sarei più tornato a Cuba, questo è certo.

Appena sistemato nel posto che mi era stato assegnato, aprii il portafoglio ed estrassi l’ultimo ricordo della mia militanza politica: la tessera dell’Associazione di Amicizia Italia-Cuba.

La strappai in mille pezzi e la gettai tra i rifiuti.

Tra le pieghe dei documenti, appena un poco sgualcita, apparve anche la foto di Isabel. Quella no. Quella l’avrei conservata.

 

 

 

Glossario dei termini cubani

Malecòn: è il lungomare de L’Avana

Isla grande: è il nome dato a Cuba, la più grande delle Antille

Salsa e merengue: balli tipici della tradizione popolare cubana

Taxi particular: auto privata utilizzata come taxi illegale

Batista: è il dittatore scacciato dalla rivoluzione, il nome completo è Fulgenzio Batista

Tu exemplo vive, tus ideas perduran”: “Il tuo esempio vive, le tue idee sono qui con noi”. È una frase che troneggia su molti cartelli propagandistici del regime.

Albergue: le abitazioni che il governo dà ai così detti “casi sociali” ed ai senza tetto. Non hanno niente di più e niente di meno delle favelas brasiliane. Ma guai a dirlo a Fidel…

Libreta: la tessera di razionamento alimentare che ha ogni cubano. In teoria si potrebbe acquistare solo quello che è in essa previsto. Facendolo si morirebbe tranquillamente di fame. Ovvio che il popolo si arrangia come può.


 
 
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