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Leela Jacinto. Donne in Marocco
19 Giugno 2007
 

Casablanca, Marocco. La frase che gira sulle strade di Casablanca, l'affaccendata capitale commerciale del Marocco è: l'imperatore ha dei nuovi vestiti. Ha anche una nuova bimba, e la stampa marocchina si è gettata a capofitto sull'evento. Dopo la nascita della sesta figlia di re Mohammed VI, la principessa Khadija, il 28 febbraio scorso, due importanti riviste femminili hanno offerto servizi fotografici in omaggio alla piccola altezza reale. Raffigurando l'intera famiglia abbigliata negli squisiti indumenti tradizionali, i servizi hanno dato un raro sguardo al mondo privato di Mohammed VI, il diciottesimo re della dinastia Alauita, una delle più antiche del pianeta.

«Sì, ho comprato copia di entrambe le riviste», dice Botoul Sahli, insegnante quarantaduenne. «Sono immagini bellissime. Adoro le vesti tradizionali, così preziose. Sua maestà non dà importanza al velo. Sua moglie e le sue sorelle non lo indossano. Queste donne sono esempi importanti per noi, donne musulmane marocchine».

Salutato come una luminosa speranza per la modernizzazione araba quando è salito al trono sette anni fa, Mohammed VI ha da allora percorso una strada che potremmo definire mista, ma persino i suoi critici più accaniti riconoscono che le sue iniziative a sostegno dei diritti delle donne hanno avuto un clamoroso successo.

Il 10 ottobre 2003, il re presentò al Parlamento un Codice di famiglia riformato. Il sistema di leggi che comprendeva il matrimonio, il divorzio ed i diritti ereditari (detto mudawana) era stato un campo di battaglia per decenni fra i laici fautori della modernità ed i conservatori islamisti, i quali avevano definito lo scontro «una guerra tra i credenti e gli apostati». Fu il terribile 16 maggio 2003, con gli attacchi terroristici a Casablanca, che probabilmente volse la questione a favore dei modernisti in modo definitivo. Sfruttando l'ondata anti-fondamentalista seguita agli attacchi suicidi, il re uscì con fermezza a favore dei diritti delle donne, sostenendo i propri argomenti anche con il canone islamico. In un paese in cui il monarca è l'arbitro finale e sacrosanto del potere, il Codice di famiglia modificato era cosa fatta. Alcuni mesi più tardi, il Parlamento lo approvò.

Considerato uno dei codici più progressisti del mondo arabo, esso garantisce alle donne eguaglianza di genere, diritti familiari condivisi e la possibilità di divorziare o sposarsi senza il permesso di un membro maschio della famiglia. Sul fronte strettamente politico, il Codice elettorale del 2002 introduceva invece una nuova “lista nazionale”, che riservava il 30% dei seggi alle donne. Attualmente dei 35 seggi su 325 che le donne occupano alla Camera dei deputati, 30 sono dovuti a tale lista, mentre cinque sono stati vinti nei distretti locali.

Mentre il paese si prepara alle elezioni parlamentari del prossimo settembre, Nouzha Skalli, deputata per il Pps (Partito del progresso e del socialismo), ricorda la lunga strada fatta dalla seconda metà degli anni '70, quando iniziò la sua carriera politica: il Parlamento precedente, ad esempio, contava solo due donne alla Camera dei deputati. Ma Skalli è assai svelta a far notare che una rappresentanza femminile di circa il 10% può essere solo il primo passo. «Il Marocco deve avere almeno il 30% di donne in Parlamento entro il 2015. Per raggiungere questo scopo dobbiamo fare molto, molto di più. Persino per le donne che ci sono già entrate bisogna fare di più». Skalli spiega che per i posti nelle Commissioni c'è una continua lotta di potere tra gli uomini. «A noi donne non piace lottare per questo».

Sebbene il nuovo Codice di famiglia abbia ottenuto lodi a livello internazionale, le attiviste marocchine per i diritti delle donne notano che ci sono grossi problemi per implementarlo in tutto il paese, con milioni di donne marginalizzate ed ancora alla mercé dei male informati e reazionari adoul, i giudici familiari musulmani. A più di tre anni dalla conversione in legge del Codice, le organizzazioni delle donne ne stanno misurando i seri limiti, dovuti in primo luogo alla vaghezza di alcuni enunciati, che inizialmente erano stati sommersi dall'euforia.

La poligamia, per esempio, non è interamente abolita. E sebbene il nuovo Codice fissi l'età legale per il matrimonio, per uomini e donne, ai diciotto anni, eccezioni vengono permesse qualora i giudici familiari musulmani possano offrire «una ben sostanziata spiegazione in merito agli interessi ed alle ragioni che giustificano il matrimonio».

Uno dei più gravi limiti, documentato in modo esteso, è la criminalizzazione del sesso al di fuori del matrimonio: ma solo per le donne. «Questo impone stigmi durissimi, legali e sociali, sulle madri single», spiega Aicha Ech-Channa, fondatrice di Solidarietà femminile, una ong con base a Casablanca che è alla guida dell'attivismo per i diritti delle donne. «Dobbiamo informare meglio le donne, pretendere informazione dai media e far pressione sui politici affinché la legge cambi. Ma ci vorrà un mucchio di lavoro, perché l'islamismo sta crescendo in Marocco».

Come molte donne laiche marocchine impegnate per i diritti umani, Ech-Channa vede il re come un bastione contro i fondamentalismi: «Per me il re è un unificatore. Non c'è vera democrazia nei paesi arabi, e nemmeno in Marocco: probabilmente non siamo neppure pronti a gestire una vera democrazia. Abbiamo una monarchia costituzionale e partiti politici, e il re è un po' quello che deve tenere insieme il tutto».

Altre ed altri dicono che il Marocco non è neppure una monarchia costituzionale. Tale sistema prevede infatti che il potere del re sia bilanciato da istituzioni politiche forti, ma Mohammed VI non deve fronteggiarne alcun controllo di questo tipo. Come discendente del Profeta, il quarantatreenne monarca porta il titolo di “Comandante dei fedeli”, ovvero di capo religioso. Può formare e sciogliere sia il Governo sia il Parlamento, indire elezione o governare tramite decreti. La Costituzione, in effetti, gli garantisce un potere assoluto. Negli ultimi anni, una piccola ma assai visibile parte della popolazione è divenuta apertamente critica della makzhan (termine popolare per la corte reale), che si configura come un “governo ombra” dei consiglieri reali e degli anziani che controllano l'economia marocchina. Questa parte della popolazione include due fazioni che non sono in relazione tra loro e che spesso anzi si oppongono l'una all'altra: i laici pro-democrazia, frustrati dalla mancanza di potere delle istituzioni elettive marocchine, e gli islamisti fieramente anti-monarchici che hanno dato vita al movimento Giustizia e spiritualità.

È una situazione da post-guerra fredda, che mette due parti che si sospettano a vicenda dallo stesso lato, mentre a contrastare entrambe ci sono i sostenitori e le sostenitrici dei diritti umani delle donne, che si posizionano largamente a sostegno del re.

Alcuni laici rassegnati al revival islamista sperano che un partito islamico moderato come il Pjd possa fungere da ponte per le divisioni. Il primo test verrà con le elezioni di settembre.

 

Leela Jacinto

 

Per maggiori informazioni:

- Human Rights Education Associates: Moroccan Family Code

- National Democratic Institute: Morocco Democracy Online

 

 

[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo dal titolo originale “I diritti delle donne marocchine indossano vesti regali”.

Leela Jacinto, giornalista indipendente esperta di affari mediorientali, è stata reporter internazionale per Abc News ed ha insegnato giornalismo per l'agenzia “Pajhwok Afghan News Service” a Kabul in Afghanistan]

 

(da Notizie minime della nonviolenza in cammino, n. 125 del 19 giugno 2007)


 
 
 
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