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Lidia Menapace. Valloriate in Valle Stura
04 Agosto 2013
 

È un gran bel posto in provincia di Cuneo, dove da vari anni si tiene il Campeggio Resistente, un appuntamento di relazioni studio lavoro politico ecc. organizzato dall'Anpi di Cuneo, e immerso in una atmosfera che alberga naturalmente e con grande vitalità la memoria della Resistenza almeno come Biella, Domodossola, la Valsesia, la casa dei Cervi, S. Anna di Stazzema, Padova, varie zone dell'Abruzzo e via via ricordando: ne vien fuori una estensione e vitalità della Resistenza che chiede davvero una ridiscussionedei criteri della sua storiografia.

Per il momento tuttavia voglio raccontare almeno in parte l'esperienza che ho fatto appena pochi giorni fa, essendo stata invitata a relazionare nel corso dei lavori del campeggio. Poiché i e le campeggiatori/trici erano molto ospitali e curiosi/e, io notoriamente una chiacchierona fluviale e l'altro relatore assente per motivi di famiglia, ho parlato a valanga e spero di non aver dilagato troppo. Ho constatato una rispondenza immediata e quasi sorprendente tra alcune mie “scoperte teoriche” e azioni, pratiche, passioni espresse da ragazzi e ragazze del Campeggio.

 

Valloriate è un paese quasi spopolato, aveva decine di frazioni, ha tre alberghi, la scuola, persino uno studio notarile, insomma una struttura civile, si estende in una zona incantevole di colline e altipiani boschivi, con querce faggi castagni noci larici platani, pini cembri, molto bella. Ma pressoché abbandonata. Il sindaco racconta alcune piccole esperienze residenziali, che attirano subito la mia curiosità, dato che assomigliano a cose che avvengono anche in provincia di Bolzano, dove lo spopolamento della montagna non vi è stato a motivo della struttura del maso chiuso. Mi è venuto in mente di provare a pensare più in grande queste esperienze e scoprire che assomigliano alla formula di Rosa Luxemburg per la prossima rivoluzione.

Lavoriamo sulle parole che Rosa scrisse poco prima di essere uccisa in carcere e buttata nella Sprea, e vediamo che cosa voleva dire con la sua famosa formula: “la rivoluzione sarà uno sciopero generale a oltranza nel corso del quale le masse costruiscono la nuova società”. Dopo averci riflettuto moltissimo, mi sono convinta che tutto ciò significhi che: una volta accertato che il capitalismo è in crisi strutturale e globale, esso non è più riformabile (il riformismo è finito sotto qualsiasi aspetto e in qualsiasi misura). E poiché -quando si è al punto detto- la scelta è: “Socialismo o barbarie”, e la barbarie palesemente avanza, tocca buttarsi sull'alternativa, comunque la vogliamo chiamare. Alternativa significa un modo di pensare e agire che non è più reversibile, che incomincia a “mutare lo stato delle cose presenti”, direbbe Marx.

Sciopero significa il massimo possibile di agibilità politica compatibile col livello di democrazia conquistato con le lotte. È stupido lanciare la disobbedienza, criminale e suicida imboccare la strada dello scontro armato.

Il primo terreno su cui si può e deve agire è quello dell'alternativa culturale, e qui è possibile immaginare molti comportamenti che evitano la barbarie e mettono in circolazione diversi modi di vita e relazione. Ma sul terreno della prassi non si può fare nulla? bisogna prima analizzare la situazione vigente, e poi consiglio di rivolgersi alla poesia, che riesce a trasmettere una visione generale concreta, in quella che chiamo “teoria d'occasione”, nel senso che Montale dà ad “occasione”. Dice dunque che “è tutta la vita una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”. Che fare dunque? la muraglia non è più la dolce romantica siepe leopardiana, è un ostacolo difficile, disperante, pericoloso: allora “cerca la maglia rotta nella rete”. Questo si può e deve fare, cercare le maglie rotte, le connessioni che non tengono, i punti di minore resistenza, le falle, gli spazi residui.

A Valloriate -ad esempio- allevare capre, fare formaggio caprino, venderlo con supervisione e controllo del Comune, che mette a disposizione il terreno: così si incomincia a riscrivere la storia del rapporto con le istituzioni democratiche, si avvia uno “sciopero generale a oltranza” nei confronti dell'inutile inconcludente politica per l'occupazione giovanile e si incomincia a costruire una nuova società. Attenzione: società, non stato. Lo stato, il luogo della violenza legittimata e detta “forza”, deve essere lasciato ai margini per quanto è possibile, e si agisce -come si suol dire- dal basso, appunto cioè nella società. Lì si fanno patti, programmi, progetti, controlli, calcolo delle risorse ecc. ecc.: un vero esercizio completo e complesso di vita politica comune, di cittadinanza.

A mio parere si può organizzare in questo modo molta parte della fascia prealpina ripopolandola e tutta la dorsale appenninica, dove esistono risorse di boschi e di legname, possono partire progetti di costruzione di mobili, di case coibentate, di risparmio energetico, di rilancio di cibi dal castagno e dal noce, dai frutti di bosco, insomma una politica per recuperare la sovranità alimentare e generale sul territorio, che non può essere abbandonato alle avventure distruttive di strade autostrade Tav a non finire, che lascerebbero il terreno barbaramente devastato, a rischio di desertificazione ecc. ecc.

Si può costruire una grande vertenza sulla sovranità territoriale da parte delle popolazioni citate e in più quelle già organizzate nelle varie No Tav. No muos ecc. ecc. Per ora mi fermo qui.

 

Lidia Menapace


 
 
 
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