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M. Grazia Ferraris. Il Genius Loci del lago
01 Luglio 2011
 

Gavirate (Varese)

Ogni luogo caro custodisce un’anima nascosta, forse quella del Genius Loci, simbolo e genio protettore, che concentra la forza, la vita e lo spirito esistenti e che sa comunicarci le emozioni, il fascino, lo stupore. Talvolta si concentra in una statua, un simbolo, come quello gaviratese.

Tutto al lago è rivolto lo sguardo. Le onde giocose vaghe e luminose nuances di azzurri, celesti, blu verde e nero che caratterizzano il lago nelle giornate di luce e di sole, ondine che si cullano e chiaccherano tra loro, indifferenti a tutto, ai cigni pettoruti e superbi, alle ochette svagate e capricciose, ai passanti che guardano con l’ occhio distratto di chi non sa che la bellezza è conoscenza vera, estetica ed intellettuale: un angolo di paesaggio che è tra i più belli d’Italia.

Sembra non colga il cielo, questo immoto Genius Loci, quel cielo variabile e capriccioso che tanto assomiglia all’inquietudine dell’acqua, e tanto affascina chi guarda il nostro lago, triangolino scuro, tutto insenature e punte, circondato da morbide colline…

C’è la presenza , solo evocata, del salice, maestoso e ricco e che abbandona le sue lunghe chiome languide e incerte davanti al fondale del lago che vive la sua vita. Come le quinte di un palcoscenico che abbisogna di tregua, di una pausa, di un momento di gioia privata, di silenzio.

Lo spirito del lago, che guarda lontano, dicono i gaviratesi guardando. Al massimo commentano un po’ ironici: Pensieri sotto il salice. Certo è un luogo “pensieroso”, ma dice molto di più che lo svagamento del pensare o l’essere assorti in se stessi, silenziosi, in pensieri indefinibili o malinconici… Rimanda ad altro, in modo più inquietante. Il ritmo ascensionale può essere circolare, nell’ immobilità una ricerca di assoluto.

Se scendi sul lungolago e ricerchi l’angolo preciso della intera visibilità, noti che si tratta di un androgino: un individuo giovane, in cui coesistono nell’aspetto esteriore sembianze proprie di entrambi i sessi. Ha l’aspetto scattante, vitale dell’adolescente che si prepara alla vita e la dolcezza della giovane donna concentrata che attende l’amore: debole, fragile, sicura e misteriosa… Mi incanta.

Mi sovviene che nella cultura europea la figura dell’androgino è conosciuta, grazie alla descrizione che ne fa Platone nel Simposio: è Aristofane, nel dialogo, che narra di questo terzo genere, non figlio del Sole come gli uomini, non figlio della Terra come le donne, ma figlio della Luna, che della natura di entrambi partecipa. Il mito racconta che la completezza autosufficiente rese gli umani androgini e gli antichi umani tanto arroganti da immaginare di dare la scalata all’Olimpo, e che Zeus, non volendo del tutto distruggerli, separò ciascuno di loro in due metà, riducendoli a solo maschio e solo femmina: noi uomini e donne, imperfetti e malati di “umana nostalgia dell’interezza” mai placata… Un archetipo. Presenza reale di una dimensione occulta ancor più reale: a realibus ad realiora, come dicevano gli antichi.

La statua pone richiami precisi, intriganti: so che l’autore è donna, una scultrice, colta e sicura, non certo alle prime armi. E lo dimostra il soggetto scelto, la tecnica usata, il materiale, il ritmo che imprime alla figura, l’ascensione verticale, la manualità sapiente dentro la compattezza e la solidità della materia, che gioca con la luce e con il paesaggio cangiante che gli fa da sfondo.

Il pensiero è presente, ma non è il protagonista: lo spirito aleggia allusivo, simbolico, misterioso.

Lo guardi e pensi che la concentrazione e la staticità sono un invito ad andare oltre, ad abbandonare il presente coi suoi rumori, i quotidiani richiami che ci inchiodano alla terra… All’interno di ciascuno di noi c’è un luogo immobile di pace e quiete, che non ha bisogno di sollecitazioni visive o di gesti, un lago che ha a che fare con lo Spirito. Osserva in silenzio ogni cosa facciamo, accade e ci accade; distaccato, intangibile, invulnerabile alle influenze del mondo, in attesa di essere rievocato.

La poesia, la grande poesia di Vittorio Sereni che contempla il suo lago, offre una chiave di lettura che mi convince, illuminante come l’immagine non vuole essere: …e non era più un lago ma un attonito/ specchio di me una lacuna del cuore.

 

M. Grazia Ferraris

(da Accademia del Silenzio, 22 giugno 2011)


 
 
 
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