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Manuale Tellus
Guido Gozzano: "Le due strade" da "I colloqui." Profilo del poeta.
29 Marzo 2009
 

Le due strade (1)

 

 

I.

 

Tra bande (2)  verdigialle (3) d'innumeri ginestre
la bella strada alpestre scendeva nella valle. (4)

 

Ecco, nel lento oblio, rapidamente in vista
apparve una ciclista a sommo del pendio.

 

Ci venne incontro: scese. "Signora: Sono Grazia!"

sorrise nella grazia dell'abito scozzese.

 

"Tu? Grazia? (5) la bambina?" - "Mi riconosce ancora?"
"Ma certo!" E la Signora baciò la Signorina.

 

La bimba Graziella! (6) Diciott'anni? Di già?
La Mamma come sta? E ti sei fatta bella!

 

"La bimba Graziella: così cattiva e ingorda!..."
"Signora, si ricorda quelli anni?" - "E così bella

 

vai senza cavalieri in bicicletta?..." - "Vede..."
"Ci segui un tratto a piede?" - "Signora, volentieri..."

 

"Ah! ti presento, aspetta, l'Avvocato (7): un amico
caro di mio marito. Dagli la bicicletta..."

 

Sorrise e non rispose. Condussi nell'ascesa
la bicicletta accesa d'un gran mazzo di rose.

 

E la Signora scaltra e la bambina ardita
si mossero: la vita una allacciò dell'altra.

 

 

II.

 

Adolescente l'una nelle gonnelle corte,
eppur già donna: forte bella vivace bruna

 

e balda nel solino (8) dritto, nella cravatta,
la gran chioma disfatta nel tocco da fantino.

 

Ed io godevo, senza parlare, con l'aroma
degli abeti l'aroma di quell'adolescenza.

 

- O via della salute, o vergine apparita (9),
o via tutta fiorita di gioie non mietute,

   

forse la buona via saresti al mio passaggio (10),
un dolce beveraggio (11) alla malinconia!

 

O bimba nelle palme tu chiudi la mia sorte;
discendere alla Morte come per rive calme,

 

discendere al Niente pel mio sentiere umano,
ma avere te per mano, o dolcesorridente! (12)

 

Così dicevo senza parola. E l'altra intanto
vedevo: triste accanto a quell'adolescenza!

 

Da troppo tempo bella, non più bella tra poco
colei che vide al gioco la bimba Graziella.

 

Belli i belli occhi strani della bellezza ancora
d'un fiore che disfiora, e non avrà domani. (13)

 

Sotto l'aperto cielo, presso l'adolescente
come terribilmente m'apparve lo sfacelo!

 

Nulla fu più sinistro che la bocca vermiglia
troppo, le tinte ciglia e l'opera del bistro (14)

 

intorno all'occhio stanco, la piega di quei labri,
l'inganno dei cinabri (15) sul volto troppo bianco (16),

 

gli accesi dal veleno (17) biondissimi capelli:
in altro tempo belli d'un bel biondo sereno.

 

Da troppo tempo bella, non più bella tra poco,
colei che vide al gioco la bimba Graziella.

 

- O mio cuore che valse la luce mattutina (18)
raggiante sulla china tutte le strade false?

 

Cuore che non fioristi, è vano che t'affretti
verso miraggi schietti (19) in orti (20) meno tristi;

 

tu senti che non giova all'uomo soffermarsi,
gettare i sogni sparsi (21), per una vita nuova (22).

 

Discenderai al niente pel tuo sentiere umano
e non avrai per mano la dolcesorridente,

 

ma l'altro beveraggio (23) avrai fino alla morte:
il tempo è già più forte di tutto il tuo coraggio. -

 

Queste pensavo cose, guidando nell'ascesa
la bicicletta accesa d'un gran mazzo di rose.

 

 

III.

 

Erano folti intorno gli abeti nell'assalto
dei greppi (24) fino all'alto nevaio disadorno (25).

 

I greggi, sparsi a picco, in lenti beli e mugli (26)
brucavano ai cespugli di menta il latte ricco ( 27);

 

e prossimi e lontani univan sonnolenti
al ritmo dei torrenti un ritmo di campani.

 

Lungi i pensieri foschi! Se non verrà l'amore
che importa? Giunge al cuore il buono odor dei boschi.

 

Di quali aromi opimo (28) odore non si sa:
di resina? di timo? o di serenità?...

 

 

IV.

 

Sostammo accanto a un prato e la Signora, china,
baciò la Signorina, ridendo nel commiato.

 

"Bada che aspetterò, che aspetteremo te;
si prenda un po' di the, si cicaleccia un po'..."

 

"Verrò, Signora; grazie!" Dalle mie mani, in fretta,
tolse (29) la bicicletta. E non mi disse grazie.

 

Non mi parlò. D'un balzo salì, prese l'avvio;
la macchina il fruscìo ebbe d'un piede scalzo (30),

 

d'un batter d'ali ignote, come seguita a lato
da un non so che d'alato volgente con le rote.

 

Restammo alle sue spalle. La strada, come un nastro
sottile d'alabastro, scendeva nella valle.

 

"Signora!... Arrivederla!..." gridò di lungi, ai venti.
Di lungi ebbero i denti un balenio di perla.

 

Tra la verzura folta disparve, apparve ancora.
Ancor s'udì: "...Signora!...". E fu l'ultima volta.

 

Grazi è scomparsa(33). Vola - dove? - la bicicletta...
"Amica, e non m'ha detto una parola sola!"

 

"Te ne duole?" - "Chi sa!" - "Fu taciturna, amore,
per te, come il Dolore..." - "O la Felicità!..."

 

Guido Gozzano

 

(1) Presente anche nella prima raccolta di Gozzano: "La via del rifugio"

(2) I margini della strada

(3)  Aggettivo recuperato da D'annunzio

(4) Qui comparivano riferimenti poi tolti allo stanco legame di Gozzano con l'amante

(5) Prima redazione: Graziella

(6) In prima redazione: "Tu piccola Graziella"

(7) Così si definisce il poeta anche ne "La signorina Felicita"

(8) Solino, colletto rigido della camicia. Moda alla dandy.

(9) Richiami preraffaelliti

(10) Passaggio dalla vita alla morte al nulla

(11) Pozione magica

(12) Richiamo a Catullo. Gozzano citazionista.

(13) Qui nella prima redazione inseriva dei distici

(14) Cosmetico nero-blu. Usato anche da Mallarmé nei versi di "L'Azur" 

(15) Rossetto, Cipria

(16) Il pallore dell'età indice di declino

(17) Capelli accesi dal "veleno" cosmetico contrastano con la vivacità della bicicletta

(18) La luce della giovinezza illumina la strada falsa dell'amore nevrastenico e irregolare.

(19) Sogni puri però non realizzabili

(20) Inteso come giardino. Riminiscenza dannunziana.

(21) Sprecati

(22) Allusione alla "Vita Nova" di Dante

(23) Quello della "malinconia"

(24) Scosceso pendio

(25) spoglio

(26) Muggiti

(27) Cespugli di menta che da brucati diventeranno latte

(28) Ricco

(29) Prese

(3O) Si riferisce alla fortuna alata sulla ruota

 

  

BREVE PROFILO DEL POETA

   

 

Quel complesso di stati d'animo e di atteggiamenti mentali che si è convenuto di definire «condizione crepuscolare» giunge alla più autentica cifra artistica nell'opera di Guido Gustavo Gozzano.

Nato a Torino nel 1883 da agiati borghesi, Guido trascorse gran parte dell'infanzia e dell'adolescenza ad Agliè, il «dolce paese» della regione canavesana, a nord di Torino, dove una vecchia villa dei genitori finì col diventare il «rifugio» prediletto della sua poesia. A vent'anni, concluso il «curriculum», non proprio regolare, degli studi liceali, si iscrisse alla facoltà di legge dell'università torinese, ma non giunse alla laurea, giacché ai corsi di diritto preferì quelli di letteratura italiana, tenuti dal filologo e poeta Arturo Graf. L'amicizia con alcuni allievi di quel maestro (Calcaterra, Bontempelli, Thovez, Momigliano, Pastonchi, Vallini) fu per Guido incentivo a tentare le strade della poesia; ma, ai fini della maturazione del suo gusto estetico, più gli giovarono, forse, le frequenti visite alla biblioteca della «Società di cultura», dove ebbe modo di leggere i testi dei decadenti di Francia, chiari modelli nella prima sua lirica a stampa: “La preraffaellita” (1903) e all'estetismo «frivolo e mondano» di certi suoi comportamenti di vita, più tardi sottoposti alla corrosione dell'autoironia. Nel 1907 - l'anno in cui subì una recrudescenza della tubercolosi polmonare, già manifestatasi nel 1903 - stampò, presso l'editore torinese Streglio, la sua prima raccolta di versi, La via del rifugio, che gli ottenne larghi consensi di critica e di pubblico. Sono di quell'anno gli inizi della relazione amorosa con la conterranea Amalia Guglielminetti, poetessa dannunzianeggiante nell’arte e nella vita, e quelli della collaborazione a riviste e giornali di prestigio come La Stampa, Il Momento, La Nuova Antologia.

Nel 1911 pubblicò, questa volta con il più importante degli editori italiani, Treves, il secondo dei suoi libri di versi, I colloqui, che, accolto con grande favore, consolidò la sua fama a livello nazionale. Nel 1912, per guarire della tisi («Viaggio per fuggire altro viaggio») si spostò in climi più caldi e salmastri, ma anche per compiacere certo suo gusto decadente dell'esotico, s'imbarcò, con un amico, per l'estremo Oriente. Dopo un mese di esperienze turistiche in India e a Ceylon, poi raccontate (ma alcuni critici dubitano che i luoghi raccontati siano stati davvero raggiunti) nel volume Verso la cuna del mondo, ritornò, più infermo di prima, a Torino. Riprese a lavorare ad un poema sulle farfalle, iniziato, sembra, nel 1908; scrisse versi ispirati a vicende della prima guerra mondiale; stese, con agile piglio di fantasia moderna, la sceneggiatura d'un film su San Francesco d'Assisi. Nel luglio del 1916, a Sturla, dove villeggiava, subì la più violenta delle sue crisi polmonari, e ne morì un mese dopo, a Torino. Da padre Silvestro Dogliotti, suo amico d'infanzia, ricevette il sacramento dell’Estrema unzione. Aveva solamente trentatré anni, ma accolse serenamente la «Signora vestita di nulla».

Prescindendo da alcuni componimenti di più netta intenzione estetizzante, dove su ogni altra influenza decadentistica prevale quella dell'odiosamato D'Annunzio, possiamo dire che la poesia di Gozzano si muove nel clima del Crepuscolarismo.

I suoi temi di fondo sono: la sfiducia nei tradizionali valori etico-civili e religiosi, avvertiti come maschere a volgari interessi o come pretesto ad esercizi retorici («La Patria, Dio, L'Umanità? Parole / che i retori t'han fatto nauseose»); la rinunzia ad ogni forma di vitalismo per una sorta di «spaventosa chiaroveggenza» che scopre vane e chimeriche le ambizioni degli uomini e suggerisce la scelta della solitudine; la riduzione della poesia a un «gioco di sillabe e di rime» spoglio d'ogni alone sublime; il rifugio nel passato a cercarvi una bellezza riposata nell'ombra dell'oblio; il rimpianto delle cose «che potevano essere e non sono / state»; la tristezza di non aver mai fatto esperienza del vero amore («Mai non comparve nel mio cielo grigio / quell'aurora che dicono l'amore»); la rassegnazione alla malattia e il vagheggiamento, tenero e quasi voluttuoso, della morte. Da questi temi, spesso svolti in articolazione narrativa, (“La signorina Felicita”, ad esempio, è una vera e propria novella in versi) derivano immagini o quadri dì indubbio sapore crepuscolare: le statue «mutile e corrose» sui viali dei giardini in abbandono; le ville solitàrie «fra l'agreste e il gentilizio», le «vecchie stanze aulenti di cotogna», i solai ingombri di rifiuti secolari, le strade di campagna, la Torino vetusta e casalinga dei sobborghi, le collegiali romantiche fissate dalle prime fotografie in pose di sognante perplessità, i salotti borghesi del 1850, le signore un po’ meste nell'autunno degli anni e nel «profumo disfatto / di mammole e di petit gris», le signorine di provincia raccolte nell'umbratile attesa dell'amore, i paesaggi quieti della terra canavesana... Ma a questa materia, Gozzano, diversamente dagli altri crepuscolari, di solito monocordi nell'abbandono sentimentale, guarda con uno stato d'animo in bilico fra l'adesione affettuosa e un elegante distacco ironico. Il passato lo attira, ma non tanto che egli possa obliviarvisi come nella sensazione di una completa catarsi; le «buone cose» di un mondo ancora semplice e sano son anche cose «di pessimo gusto», e se il poeta, che è in lui «fanciullo tenero e antico», le accarezza nostalgico, l'esteta le respinge con un sorriso di consapevole ironia. E così, per fare un esempio, la signorina Felicita - il più rifinito dei suoi ritratti di donna - è per lui, in pari tempo, la metafora di un'«avita semplicità che l'anima consola» e l'espressione di un mondo così spoglio di luce intellettuale, che un esteta può accoglierlo solo a patto di mascherarsi, in un gioco ambiguo e fittizio, da «buono sentimentale giovine romantico»: «M'apparisti così come in un cantico / del Prati, lagrimante l'abbandono / per l'isole perdute nell'Atlantico. / Ed io fui l'uomo d'altri tempi, un buono / sentimentale giovine romantico: / quello che fingo d'essere e non sono». A volte il dato sentimentale e quello ironico, messi a convivere per esteriore calcolo contrappuntistico, si disturbano a vicenda; più spesso trovano un felice amalgama artistico, compentrandosi in una deliziosa ambiguità di linguaggio, dove un fraseggio litteratissimo, a volte mutuato da Dante, Petrarca, Leopardi, D'Annunzio, nasce a nuova vita fantastica nel sorridente connubio col parlato quotidiano e la dimessa materia della psicologia crepuscolare. Quest'arte, complessa e sfuggente sotto apparenza di facilità, da il meglio di sé in alcuni testi che non solo gli esperti, ma anche i lettori comuni, hanno individuato da anni: L'amica di nonna Speranza, Le due strade, Cocotte, Torino, Totò Merùmeni, Paolo e Virginia, Alle soglie.

L’incompiuto poema Le farfalle, con cui Gozzano tentò una nuova poesia («Con altra voce tornerò poeta»), ha sparse bellezze d'immagini e di ritmi, ma il complesso s'appesantisce nell'anacronistico proposito di riesumare il poemetto didascalico caro alla letteratura settecentesca. Echeggia l'invito a Lesbia Cidonia di Lorenzo Mascheroni, e quando tenta soluzioni più moderne s'appoggia scopertamente al Maeterlinck della Vita delle formiche. Interesse ancora minore hanno le fiabe per bambini (“I tre talismani”; “La principessa si sposa”) pubblicate postume nei volumi L'altare del passato e L'ultima traccia. Pagine fresche ed incisive nel gusto impressionistico del paesaggio esotico ha, invece, il volume di prose, anch'esso postumo, Verso la cuna del mondo. Assai utili alla conoscenza del mondo gozzaniano sono Le lettere d'amore alla Guglielminetti. (Redazione Tellusfolio)


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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - R.O.C. N. 7205 I. 5510 - ISSN 1124-1276