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Benedetta Ravo: La censura in Cina e la negazione dei diritti di libertà. (Geografia, tesina, Ragioneria)
30 Gennaio 2008
 

Questa Tesina di Benedetta Ravo, mia studentessa all'ITCG-LICEO di Chiavenna “Leonardo da Vinci”, è parte di una tesina più ampia sulla Società dello Spettacolo secondo l'intuizione di Gy Debord e sulla società di massa, compresa la letteratura che la racconta. Interessante come una studentessa si sia fatta carico di una tesina da portare all'esame nell'anno scolastico 2006-2007, incentrata anche sui diritti di libertà e di informazione. Denota anche la sensibilità che alcuni studenti e studentesse manifestano se l'insegnamento si fa carico anche di temi e argomenti “scomodi”. (Claudio Di Scalzo) 

 

 

 

Censura in CINA, Internet, e diritti di libertà per la stampa e le persone

 

Come aveva largamente ipotizzato Debord, la società è continuamente bombardata da informazione accuratamente filtrata, in modo da eliminare tutto ciò che è considerato dal sistema politico al potere, dannoso alla società. È ciò che sta accadendo a oriente, nella Repubblica Popolare Cinese. Dove la censura assume aspetti inediti e più brutali che nelle democrazie occidentali...

 

La comunicazione - pur continuando a usare le parole, la scrittura e la stampa - presenta oggi caratteristiche nuove rispetto a quelle che storicamente ha accompagnato e favorito il progresso umano. Ha una capacità informativa enormemente superiore; si calcola che una solo copia dell’edizione domenicale del New Times contenga più informazioni di quante un europeo del XVII secolo fosse in grado di acquisire in tutta la sua vita. Ha la capacità di raccogliere e diffondere informazioni su scala planetaria in modo immediato e continuativo: basti pensare alle reti telematiche e satellitari che permettono di memorizzare crescenti quantità d’informazioni e trasmettere in qualsiasi parte del mondo in tempi rapidissimi. Ha la capacità di trasmettere informazioni a grande distanza e in tempo reale attraverso il linguaggio delle immagini che, a differenza di quello parlato e scritto, è universale e immediatamente reperibili.

Sull’onda dei travolgenti sviluppi tecnologici che hanno permesso alla comunicazione di acquisire nel giro di pochi decenni capacità che mai ha avuto in millenni di storia, si è diffusa, a partire dagli Stati Uniti, l’idea che la società industriale si stia ormai trasformando in un nuovo tipo di società: la “società dell’informazione”. Secondo i suoi teorizzatori, sono le stesse tecnologie della comunicazione e informazione che, man mano che si sviluppano e diffondono, liberano il lavoro umano dalle costrizioni fisiche e materiali più pesanti, stimolano la creatività individuale e collettiva, allargando la partecipazione e la democrazia, favoriscono l’integrazione sociale e culturale, producendo un miglioramento generale della qualità della vita. Se le nuove tecnologie della comunicazione e informazione rappresentano un enorme potenziale per lo sviluppo umano, è altrettanto vero che le opzioni di scelta dell’utente, per ampie che siano, sono invece sempre circoscritte nel raggio e nel tipo d’informazioni scelte da chi ha redatto e prodotto tale informazione.

È decisiva quindi la capacità d’interpretazione critica dei fenomeni, delle loro cause e interrelazioni; questo legato soprattutto all’uso della televisione che, se da un lato può essere usata per allargare l’orizzonte conoscitivo del telespettatori, dall’altro può essere usata per restringerlo, inducendoli a crede che esiste solo ciò che si vede. Può anche essere usata, da un lato, per mettere a contatto culture diverse ed educare alla interculturalità, dall'altro, per estendere l’influenza di una cultura sulle altre.

 

Uno dei settori in cui lo sviluppo tecnologico ha maggiormente inciso è quello delle telecomunicazioni, lo dimostra il fatto che tra il 1992 e il 2002, il traffico telefonico internazionale si è quintuplicato. La capacità di trasmissione via cavo è stata potenziata con la realizzazione di reti a fibre ottiche, che trasmettono non solo segnali vocali ma anche immagini video e dati a velocità fino a 100 volte superiore rispetto a quella dei cavi di rame. La telefonia mobile ha avuto un ritmo di crescita via via sempre maggiore, finché il numero dei suoi abbonati ha superato quello degli abbonati alla telefonia fissa. Nei paesi economicamente sviluppati, il telefono cellulare è entrato e far parte della vita quotidiana, determinando un vero e proprio fenomeno sociale. L’ uso del cellulare si sta diffondendo, seppure in misura minore, anche nei paesi in via di sviluppo.

 

Si è diffuso contemporaneamente un nuovo modo di cominciare, quello telematico, nato agli inizi degli anni Settanta, che ha impresso una accelerazione senza precedenti allo sviluppo delle telecomunicazioni grazie alla sua capacità di elaborare e memorizzare enormi quantità d’informazioni e trasmetterle a grande distanza praticamente in tempo reale; ha contribuito in modo determinate al processo di globalizzazione economica e alla nascita della “società dell’informazione”.

Internet è in continua e forte espansione, il numero di utenti è cresciuto di oltre 150 volte in 12 anni. Ma, nonostante che la rete comprenda quasi ogni paese del mondo, il traffico di Internet rimane concentrato in massima parte all’interno della triade Stati Uniti – Unione europea – Giappone. A dare impulso allo sviluppo di Internet è la possibilità di inviare e ricevere posta elettronica in modo molto più rapido che via fax e di collegarsi con persone in ogni parte del mondo al costo di una telefonata urbana o anche meno, accedendo attraverso i motori dei ricerca a una miriade d’informazioni e immagini che coprono ormai ogni campo di attività e d’interesse. Così è nata anche una nuova attività: il telelavoro. Il telelavoratore svolge il suo incarico stando nella propria abitazione, dove ha una postazione che gli permette di lavorare come se fosse nell’ufficio, mantenendo i contatti sia con l’azienda che con i clienti o gli utenti di un determinato servizio. Il telelavoro è diffuso soprattutto negli Stati Uniti. Una delle attività più ricorrenti in questo tipo di lavoro sono i call centers. E’ venuto così a crearsi una sorta di nuovo spazio geografico,il cyberspazio, uno spazio virtuale, composto da luoghi virtuali, in cui può entrare chiunque, in qualsiasi parte del mondo.

 

Il divario nelle tecnologie della comunicazione e informazione (digital divide) esiste tra paesi sviluppati e paesi in via si sviluppo, sta diminuendo grazie ai progressi compiuti da alcuni paesi in via di sviluppo, soprattutto asiatici. La grande maggioranza dei Paesi in via di sviluppo resta tuttavia largamente esclusa da tali tecnologie: nelle zone rurali delle regioni meno sviluppate, 1.5 milioni di villaggi sono tagliati fuori dalla “società dell’informazione”.

Il settore delle telecomunicazione, che ha riscontrato un forte aumento del fatturato, è accompagnato da 2 processi:

la crescente concentrazione del settore – attraverso fusioni, acquisizioni ed incroci – nelle mani di pochi colossi delle telecomunicazioni. Tale settore è dominato dai gruppi transnazionali statunitensi, europei e giapponesi, che si sono rafforzati ulteriormente attraverso l’acquisizione di quote dell’intero pacchetto azionario delle aziende statali privatizzate;

la crescente privatizzazione delle aziende pubbliche delle telecomunicazioni che non sta portando alla scomparsa dei monopoli, ma alla nascita di nuovi organismi monopolistici di gran lunga più forti e accentratori.

Negli ultimi anni la competizione si è estesa anche allo spazio, dove stanno entrando in funzione nuove reti satellitari per le telecomunicazioni appartenenti soprattutto ai gruppi statunitensi.

Lo sviluppo esponenziale del sistema delle telecomunicazioni, in particolare delle reti telematiche e satellitari, ha creato un’infrastruttura dell’informazione, dominata dalla televisione dai grandi gruppi multimediali, che si stanno estendendo su scala planetaria. Nei paesi economicamente sviluppati le televisione è entrata quasi in ogni casa, dove spesso vi è più di un apparecchio; nei paesi in via di sviluppo ha una crescente diffusione soprattutto nelle città, ma raggiunge anche molti villaggi (dove spesso un unico apparecchio televisivo viene usato da un’intera comunità). La produzione e diffusione dei generi audiovisivi sono monopolizzate da un centinaio di società, concentrate per oltre il 90% in Europa occidentale, Nord America (soprattutto Stati Uniti) e Asia (soprattutto Giappone). Nettamente dominanti sono le società statunitensi che realizzano un fatturato maggiore rispetto a quelle europee, come lo statunitense Aol Time Warner. Entra così nel dibattito la questione della monopolizzazione dell’informazione attuata dai dominatori della “società dell’informazione”; vogliono mostrare alla massa solo una faccia della verità, quella parte di medaglia che si addice di più alle loro idee politiche, lasciando in disparte il resto. In questo modo, con misure restrittive e talvolta penali, la popolazione viene soggiogata dai potenti; è ciò che sta accadendo oggi giorno in Cina, dove il governo a messo in piedi ulteriori misure per limitare la libertà sulla Rete.

Aumentano le misure del governo di Pechino per controllare la Rete

È noto che il governo cinese sia attento ed intransigente sotto ogni punto di vista, soprattutto verso qualsiasi cosa possa portare la popolazione ad un confronto diretto col resto del mondo e con la libertà di cui gode buona parte del globo, o forse sarebbe più corretto asserire di cui buona parte del globo crede di godere.

Le innovazioni della grande Cina sono visibili non solo nel suo strenuo tentativo di competere a livello economico e di emergere come potenza industriale, ma anche nella crescita e nella modifica radicale del settore della comunicazione.

I vertici, dunque, hanno compreso che bisogna investire anche nel settore della comunicazione poiché può portare importanti guadagni.

La rigida morsa della censura è stata allentata su moltissimi programmi televisivi e sui loro contenuti, divenuti più liberi tanto da poter, in alcune occasioni sbeffeggiare, tiepidamente, la stessa cultura tradizionale. Come sempre tutto si muove al suono dei soldi, per incentivare l’audience e di conseguenza gli introiti pubblicitari, basti pensare che nel 2005 l’industria televisiva ha fatto incassare al governo ben 6 miliardi di dollari.

Senza voler rompere l’idillio, bisogna ricordare che la vertiginosa crescita del paese non ha portato solo grandi quantità di denaro - buone per arricchire le tasche dei potenti – ma ha anche aumentato il divario tra la popolazione più avvantaggiata che riesce a stare al passo e chi, invece, prosegue la sua inesorabile discesa verso la povertà.

Alle sue mirabili ed ambiziose evoluzioni economiche il governo dovrebbe, però, accompagnare altrettanti progressi in materia di diritti umani. A cosa serve la libertà di comunicazione, quando in tutti i modi poi questa ci vuol essere negata? Come al solito si regala alla gente una libertà fittizia, l’importante è che i lustrini diano l’impressione di aver elargito conquiste di rilievo. Un esempio è il dibattito sorto circa l’aumento delle misure restrittive del governo per controllare la rete.

Il paese del Grande Drago continua ad innalzare una muraglia per il controllo della rete sfidando tutte le regole del media libero per eccellenza.

Il motivo ufficiale dell’ultima censura governativa sembra essere il rischio di pubblicità ingannevole via e-mail; ma le vere cause del controllo telematico cinese hanno basi ben più solide.

I timori maggiori sono legati alla paura che un miliardo e mezzo di abitanti si esponga alle influenze dagli imprenditori web di mezzo mondo, portando la Cina ad una liberalizzazione incontrollabile; a questo si aggiunge la volontà del governo di controllare il flusso d'informazioni che attraversa internet.

La chiusura degli Internet Cafè è solo l'ultima delle tante restrizioni che il paese ha posto alla diffusione del web negli ultimi anni. Contemporaneamente sono partite le misure restrittive riguardanti i siti; per crearne uno è necessaria una licenza rilasciata solo dopo aver comunicato nel dettaglio i contenuti alle autorità. Perfino il colosso Google ha accettato le regole del governo, estromettendo dalle proprie ricerche i siti “sgraditi”.

Tuttavia l'uso di Internet nella popolazione appare in forte crescita. Le statistiche del 2003 parlano di 80 milioni di cybernauti, con un aumento del 34,5% rispetto al 2002.

A tutto questo si affianca un inasprimento delle pene (in alcuni casi si arriva anche alla pena di morte) nei confronti di una pirateria che continua comunque a far scricchiolare l’imponente muraglia telematica.

Dopo la decisione di limitare le aperture degli Internet Cafè e le accuse rivolte alla Rete di causare disturbi comportamentali nei giovani cinesi, giungono nuove notizie. La Cina infatti ha deciso di intensificare i controlli verso i blog, usati principalmente per dichiarare il proprio dissenso verso i politici. L’annuncio arriva direttamente dall’autorità che amministra la censura del paese. La decisione è stata presa, secondo il direttore dell’Amministrazione Generale della Stampa Cinese e la Publication, Long Xinmin, per regolarizzare la crescente comunità di bloggers. «Dobbiamo riconoscere che in un’era dove la Rete si sta sviluppando a ritmi vertiginosi, la supervisione del governo e le misure di controllo richiedono nuovi test», ha dichiarato Long, aggiungendo subito dopo che non sarà commessa nessuna violazione della libertà di espressione dei cittadini. Non è ancora chiaro come sarà possibile intensificare la censura, proteggendo la libertà di espressione dei cittadini, come afferma Long Xinmin. La misura non è stata ancora adottata, ma i bloggers cinesi hanno espresso il loro scetticismo al riguardo: essi sono preoccupati dalle conseguenze che ulteriori restrizioni potrebbero comportare in un paese dove il sistema di censura è uno dei più attivi e rigidi del mondo. Ad esempio, lo scorso anno il Ministero dell’Informazione Cinese ha stabilito delle regole sul contenuto delle notizie pubblicate su Internet che, secondo gli analisti, avevano l’obiettivo di estendere la regolamentazione sulla stampa autorizzata ai blog ed ai siti di notizie on line

 

 

 

Cina, scoperte le parole della censura

Tratto dal sito internet www.punto-informatico.it

 

L'elenco completo non è ancora disponibile ai media occidentali ma è ghiotta la notizia dell'emergere di una fornitissima lista di parole chiave usate dalla censura cinese per mettere il bavaglio al web.

Pochi giorni fa un gruppetto di cinesi si è messo a giocare con un programma di instant messaging approvato dai tecnici censori dell'oligarchia pechinese. Nella programmazione del software qualcuno però si era dimenticato di dare adeguata copertura informatica alla presenza del meccanismo principe del filtraggio della rete da parte del governo di Pechino: l'uso massiccio di "parole chiave" che consentono di individuare più rapidamente discussioni sgradite al regime, email dissidenti o filo-democratiche, siti che devono essere bloccati per impedire che trasmettano i valori sbagliati ai numerosi cittadini del fu celeste impero.

Associato alla lista, un meccanismo di filtraggio pensato come una sorta di firewall di censura preventiva, capace di impedire la navigazione verso certi siti o la spedizione di certi messaggi.

L'assenza di una schermatura appropriata a questo gingillo ha consentito a quegli smanettoni di mettere le mani sul “listone”, 30mila parole chiave che da un lato gettano un raggio di luce sul funzionamento dei, fin qui, oscuri sistemi di filtering made in China, dall'altro segnano un ulteriore potenziale danno d'immagine, una crepa nella granitica leadership pechinese che da lunghi decenni si spende per manipolare il pensiero del popolo.

Ma quali parole sono contenute nella lista? Le parole che fin qui sono arrivate comprendono tematiche da sempre invise all'inossidabile nomenklatura, cose come “diritti civili” o “democrazia”, per non citare il grande rimosso: “piazza Tienanmen”.(1) Altre, meno prevedibili, riguardano il nome del presidente cinese Hu Jintato ma anche “cristiano”, “sesso”, “blasfemie”. Quelle senz'altro più rivelatrici sono invece “libertà” e “verità”, concetti tanto sconosciuti ai cinesi quanto ben gestiti dal regime.

Il listone segna un importante passo avanti nella comprensione del senso e del ruolo che viene attribuito dagli oligarchi ai sistemi di filtraggio, un ruolo evidentemente di primo piano. Senza dimenticare, peraltro, che la censura cinese non è soltanto un fatto tecnologico ma è completata dalle pressioni politiche e dai blitz della polizia conditi da sequestri e arresti.

 

 

 

Il Grande Drago sputa fuoco sulla rete

Tratto dal sito internet www.punto-informatico.it

 

L'ultimo passo compiuto dai burocrati comunisti per imbavagliare i cittadini è stato di sistemare microcamere di sorveglianza e software specialistici negli internet-cafe di Shangai, in grado di rintracciare chiunque infranga le severissime norme governative sulla fruibilità delle informazioni sul web.

Entrando in un internet cafe si viene immediatamente schedati, permettendo così l'uso dei filtri software installati su ogni macchina connessa. Nel caso di cittadini cinesi si tratta semplicemente di inserire il proprio codice personale d'identificazione, nel caso di stranieri si è costretti a depositare il proprio passaporto.

I controlli sono rigidissimi e si estendono pressoché ad ogni aspetto della rete. La lista nera in pugno ai persecutori delle libertà personali comprende videogiochi, forum ad accesso libero e persino siti web personali.

Gli Internet Cafè nell'occhio del mirino anche perché sono il luogo preferito di accesso dagli oltre ottanta milioni di navigatori cinesi e nella sola zona metropolitana di Shangai ammontano a 1325: con il diffondersi dei nuovi strumenti di controllo e considerando l'intero territorio cinese, è facile ipotizzare che i punti d'accesso ipersorvegliati saranno molte migliaia.

Violare le rigide norme del regime può tramutarsi in pesantissime sanzioni persino per i giovanissimi. Infatti non vengono risparmiati neanche i minori: se un giovane con meno di 16 anni entra in un Internet-cafè e malcapitatamente butta l'occhio su informazioni proibite, deve pagare un'ammenda amministrativa equivalente a 1600 euro. La situazione è addirittura peggiore per i gestori dei servizi di connettività, che rischiano il ritiro della ambitissima certificazione governativa già a partire dalla seconda infrazione registrata.

Ma, alla fine dei conti, la Cina vive una contraddizione lacerante tra l'inevitabilità di internet per la crescita economica e la sua sostanziale anarchia.

Il sistema di controllo cibernetico della Cina comunista è sicuramente efficiente e non risparmia davvero nessuno. Si muove sopratutto grazie al controllo totale dell'opinione pubblica, forgiando minacce di ampio spessore mediatico che equiparano l'uso di Internet ad una malattia mentale, sopratutto per quanto riguarda i più giovani, forse gli unici in grado di intravedere tra i flussi di bit un futuro di maggiore libertà per il proprio paese.

Scenari già conosciuti nella Russia sovietica, dove i cosidetti "dissidenti" non conformi all'ortodossia comunista venivano talvolta addirittura lobotomizzati, per poi essere internati nelle celle degli istituti psichiatrici, bollati mediaticamente dalla terribile etichetta di malati mentali.

 

 

 

Tommaso Lombardi. Cina, un Paese unito contro la censura

Intanto i giganti occidentali del web cercano compromessi per invadere il mercato

tratto dal sito internet www.undicom.it

 

Si fa sempre più critica la situazione nel Paese cinese, dove non si arresta lo sciopero della fame come manifestazione di protesta contro la repressione, operata dal governo, nei confronti di giornalisti troppo “liberali”.

Solo lo scorso ottobre Wu Xianghu, vicedirettore del quotidiano Taizhou Wanbao (Il Giornale della Sera di Taizhou) è stato malmenato fino alla morte dalla polizia, per aver pubblicato un articolo che si opponeva alla decisione del governo di imporre un tassa sui possessori di motorini. Ha subito poi dure percosse l’avvocato Yang Maodong per aver ripreso dei poliziotti che lo pedinavano, mentre cercava di aiutare gli abitanti di un villaggio ad allontanare il capo, accusato di corruzione.

Di qui l’inizio della protesta che ha messo a confronto la stampa e le autorità cinesi. Finora ben 42 sono i giornalisti in prigione per reati di opinione. E ora si punta il dito contro il colosso americano Yahoo, accusato di aver pubblicato delle informazioni utili all’arresto di Li Zhi, giornalista dissidente. E dopo Yahoo, Microsoft e Cisco, anche Skype, gigante dell’informatica, si è mostrato pronto ad accettare la censura, pur di entrare in un mercato in continua evoluzione. Skype, leader nel settore della telefonia a basso costo, si è dichiarata pronta ad far rispettare ai clienti una lista di parole proibite stabilite dalle autorità per clienti, quali Falungong, la setta religiosa messa fuorilegge da Pechino, e Dalai Lama, il leader tibetano.

Dal canto suo Microsoft ha dichiarato di voler investire fino a 500 milioni di dollari sul mercato cinese nell’ambito della telefonia mobile e della pubblicità. Per tutti i colossi americani l’obiettivo rimane quello di fare della Cina il loro primo mercato entro i prossimi 5 anni.

 

 

 

Cina, prove tecniche di censura

Libertà di stampa in pericolo. Bavaglio a intellettuali e giornalisti

tratto dal sito internet www.undicom.it

 

Controllare l’informazione per farne un’arma ad esclusivo uso della classe dirigente. È questa la priorità del governo cinese, che si sta già adoperando a un controllo accelerato di giornali, radio, televisioni e siti internet senza preoccuparsi delle proteste internazionali, smorzate in parte dall’immagine di eldorado della finanza e dell’imprenditoria che il Paese si è conquistato all’estero.

È di pochi giorni fa la notizia che alcuni membri dell’Icpc (Independent chinese pen centre), organizzazione che supporta gli intellettuali dissidenti, sono stati prelevati senza alcun motivo apparente dalle loro case per essere interrogati dalle autorità. Il loro leader, Liu Binyan, autore di A higher kind of loyalty, volume scritto all’indomani dei tragici eventi di piazza Tiananmen, è in esilio negli Usa. L’organizzazione, nata nel 2001, si è subito sviluppata in maniera esponenziale e i suoi forti legami con l’estero, specie con le comunità di cinesi residenti in Europa e negli Stati Uniti, la rende invisa alla leadership di Pechino, che si era limitata a un discreto monitoraggio delle loro lotte per la libertà di stampa e di espressione. Ora però sono venuti meno, nelle sfere del potere cinese, i timori di ripercussioni da parte della società civile internazionale e delle associazioni per i diritti umani, Amnesty International in testa, che finora non ha mai smesso di documentare la dolorosa carenza di diritti umani nella seconda potenza economica mondiale.

Alcune interviste apparse nei mesi scorsi su South China Morning Post confermano che l’atteggiamento del presidente Hu Jintao è cambiato. Facile quindi aspettarsi un giro di vite su intellettuali e giornalisti. Questi hanno denunciato a più riprese il dualismo di una nazione che sta conoscendo lo sviluppo economico più repentino della sua storia, accompagnato però da gravissime tensioni interne nate e fomentate su base etnica, religiosa, sociale, politica. Braccianti, studenti, operai si stanno organizzando e non mancano rabbiosi scontri con forze dell’ordine ed esercito.

Di fronte a questa spaccatura sociale le direttive del Dipartimento di Propaganda per controllare i media e le agenzie che si occupano di opinion making sono state drastiche. Si deve offrire un’immagine positiva della nazione e rafforzare l’ideologia del partito unico (in questo senso il freno ai desideri di democrazia di Hong Kong e il pungo di ferro nei rapporti con Taiwan), intervenire contro gli influssi nefasti della mentalità occidentale. Insomma, la parola d’ordine è evitare tutto ciò che può portare alla fuga di capitali e know-how stranieri, decisivi per proseguire il trend straordinario e una crescita economica valutata attorno al 8% annuo.

In questo senso si colloca la rimozione forzata del direttore del China Youth Daily, Li Xuegian, colpevole di aver favorito un clima redazionale molto poco tollerante nei confronti dei casi di corruzione interna al partito, sempre più frequenti nell’ultimo anno, come denunciato nelle colonne del quotidiano. Al suo posto Li Erliang, molto vicino al governo. Il caso Xuegian aveva suscitato vasto scalpore nell’opinione pubblica interna, ma è solo la punta dell’iceberg. Dopo le direttive del Dipartimento di Propaganda non si contano infatti le epurazioni all’interno delle redazioni di giornali e agenzie di stampa, casi non tanto isolati che non coinvolgono nomi importanti della stampa cinese e quindi passano inosservati, anche quando coinvolgono Il quotidiano del popolo. All’interno dello storico organo filogovernativo si stanno per concentrare gli interessi del nuovo corso politico. Ciò vuol dire che si stanno per serrare le fila attorno alla nuova dirigenza cinese. Le maglie della censura sembrano non risparmiare nessuno.

 

 

 

 

I documenti sotto riportati sono tratti da L’impero di Cindia di Federico Rampini nell’edizione del 2006.

 

Sciopero in redazione

Sfidando il governo cinese, il 29 dicembre 2005 scioperano 100 giornalisti del quotidiano Notizie di Pechino, un tabloid noto per i suoi scoop sulla corruzione e altre inchieste politicamente scottanti. Protestano per il licenziamento disciplinare di un caporedattore e due reporter “d'assalto” sgraditi al regime. È un conflitto clamoroso nella storia della Repubblica popolare, dove lo sciopero è vietato e i mass media restano sottoposti al controllo del Partito comumista. Lo scontro fa esplodere alla luce del sole una tensione che cova da tempo: certi giornalisti cinesi hanno cominciato a praticare un'informazione più libera, cercando di allargare i confini di ciò che viene tollerato dalle autorità, ma il regime guidato dal presidente Hu Jintao reagisce con la repressione. Sullo sciopero della redazione di Notizie di Pechino cala subito la censura. Un blogger indipendente. An Ti, dà per primo l'annuncio della protesta, ma il suo blog è oscurato dopo poche ore. Le chat room e i siti Internet dove si era aperto un dibattito sull'episodio vengono bloccati. Per i grandi giornali, le Tv e le radio, lo sciopero non esiste. Solo ai lettori abituali del tabloid è impossibile nascondere il fatto: Notizie di Pechino esce in edicola con appena 32 pagine invece delle solite 80, e al posto degli articoli firmati dai giornalisti ci sono notiziari ripresi dall'agenzia Xinhua.

Il casus belli è stato la rimozione dal suo incarico del caporedattore, Yang Bin, e di due inviati, tutti trasferiti in un giornale di provincia e sostituiti da giornalisti più “affidabili”. Un vicedirettore. Li Duoyu, si è dimesso per solidarietà, e la redazione ha deciso di sospendere il lavoro. Il presidente della casa editrice che ha la maggioranza del giornale. Dai Zigeng, ha tentato di convocare un'assemblea di redazione per mettere fine alla protesta, ma i giornalisti hanno disertato la riunione. È una svolta cruciale per un quotidiano-simbolo che in soli due anni di vita ha già accumulato polemiche, segnando un cambiamento nel mondo dell'informazione cinese. Tra le numerose inchieste su scandali e argomenti tabù, nel giugno 2005 fu Notizie di Pechino a rivelare che nella cittadina settentrionale di Dingzhou delle milizie armate avevano aggredito i contadini che protestavano contro l'esproprio delle terre, uccidendo sei manifestanti. In seguito a quello scoop, il governo fu costretto a mettere sotto inchiesta due dirigenti locali del Partito comunista responsabili della sanguinosa repressione. L'avvocato Pu Zhiqiang, un legale di Pechino specializzato nella difesa dei giornalisti, non ha dubbi sulle cause del licenziamento. «Lo stile spregiudicato del giornale» dice «lo ha messo nei guai. Il Dipartimento centrale della Propaganda non poteva tollerarlo più a lungo, perché continuavano a uscire inchieste su temi politicamente esplosivi come gli scontri di Dingzhou.» Che Notizie di Pechino sia uscito per ben due anni prima di incorrere nei fulmini della censura, può sembrare già un miracolo.

È il risultato di due tendenze contraddittorie della Cina di oggi: lo sviluppo dell'economia di mercato da una parte, dall'altra il perdurante monopolio del potere in mano al Partito comunista. Il governo ha avviato da tempo una liberalizzazione economica dei mass media, consentendo la proprietà privata dei giornali e la concorrenza fra testate per conquistarsi i lettori. Lo ha fatto anche con l'obiettivo di disimpegnarsi gradualmente dalla proprietà dei giornali e ridurre i sussidi alla stampa. Questa evoluzione ha scatenato un'inevitabile ricerca di libertà da parte dei giornalisti e degli editori, via via più spregiudicati nella scelta degli argomenti che possono far salire le tirature. Al tempo stesso, però, il governo mantiene l'ultima parola nell'informazione, con un diritto di censura anche preventiva. La parabola di Notizie di Pechino, dal successo fino allo scontro con il governo, è emblematica di queste contraddiziori.

«Non c'è modo di tornare indietro, quindi noi non batteremo in ritirata. Il coltello del macellaio è già pronto a sferrare il colpo. Moriremo, e allora che sia almeno una bella morte.» È il messaggio che un giornalista di Notizie di Pechino, Wang Xiaoshan, ha pubblicato sul proprio blog dopo l'allontanamento dei due colleghi. «Ce l'aspettavamo» ha dichiarato uno dei reporter in sciopero «perché sapevamo che un giornale di qualità come il nostro poteva essere ucciso in qualsiasi momento, ma non pensavamo che sarebbe successo così presto e in modo così brutale. Volevamo solo raccontare la verità». Quanto al protagonista del clamoroso conflitto, prima di scomparire dalla sede del giornale, ha voluto congedarsi dai suoi colleghi con un messaggio di speranza per il futuro della libertà di stampa nel suo paese: «Ognuno di noi» ha detto Yang Bin agli amici «è capace di pensare in maniera autonoma, e i risultati li vedrete alla fine».

 

Morte dì Wu, giornalista

Aveva 42 anni, dirigeva un giornale di provincia in una delle zone più ricche e moderne della Cina. È morto nel 2006, perché il suo quotidiano aveva osato troppo, denunciando la corruzione della polizia locale. Cinquanta poliziotti hanno dato l'assalto agli uffici della sua redazione, lo hanno pestato a sangue, lo hanno sbattuto privo di sensi su una volante. Sua moglie lo ha rivisto all'ospedale, ormai in fin di vita per una fatale lesione al fegato. Un suo collega del Taizhou Wanbao (cioè “Il Giornale della Sera di Taizhou”) ha dato la notizia così: «Wu è deceduto il 2 febbraio dopo due mesi in coma all'ospedale. Lo hanno ammazzato con le loro botte. Siamo esasperati». L'aggressione risale al 20 ottobre 2005 ed era perfino trapelata sull'agenzia ufficiale Xinhua, con tanto di fotografie dell'operazione di polizia pubblicate sul sito Internet dell'organo ufficiale. Il notiziario Xinhua aveva precisato che a Wu era stato trapiantato il fegato due anni prima, e che nel blitz delle forze dell'ordine era rimasto ferito proprio al fegato.

Il quotidiano di Taizhou, una città costiera a 200 chilometri a sud di Shanghai, il giorno prima del tragico pestaggio aveva pubblicato un'inchiesta esplosiva su vox vero e proprio racket della polizia: agli abitanti della provincia dello Zhejiang vengono imposti dei balzelli esosi per immatricolare le motociclette.

Non sono tasse autorizzate dal governo ma tributi locali estorti nell'arbitrio più assoluto. Piccole tangenti contro cui non si può far nulla, visto che finiscono nelle tasche dell'onnipotente polizia. Il Taizhou Wanbao a ribellarsi ci ha provato, ha esposto lo scandalo in prima pagina, e la vendetta è stata implacabile.

Il fatto che la prima notizia dell'aggressione a Wu fosse uscita sulla Xinhua, insieme con l'annuncio che il capo della polizia di Taizhou era stato licenziato, a prima vista sembra dimostrare che si è di fronte a un caso “locale” di abuso di potere, una tragedia che non coinvolge responsabilità più alte. In realtà, Il clima a Pechino non è molto più favorevole alla libertà di stampa.

Il 2006 si è aperto con un altro attacco all'informazione. Nella capitale il governo ha fatto chiudere un importante supplemento del Giornale della Gioventù dedicato ai reportage di attualità. L'inserto si intitolava “Bing Dian” (cioè “Punto di ghiaccio”) e in dieci anni di esistenza si era conquistato prestigio e autorevolezza per la qualità delle sue inchieste. Fra i temi scottanti che “Bing Dian” aveva affrontato c'erano lo sciovinismo dei manuali scolastici sulla storia della Cina, la questione di Taiwan, e la stessa repressione politica contro i mass media. «Ci hanno chiuso per sottoporci a una correzione» ha annunciato il direttore dell'inserto. Lu Yuegang. L'oscuramento deciso ai danni di “Bing Dian” dà la misura del clima che regna ai vertici del paese.

Il Giornale della Gioventù, di cui è stato abolito l'inserto, appartiene all'organizzazione giovanile del Partito comumista. Questo significa che all'interno dello stesso Partito comunista continua a esserci un'ala riformatrice che vuole un cambiamento democratico. E tuttavia la reazione dimostra anche quanto siano potenti e altolocate le resistenze: una simile sanzione contro quel giornale non può che essere stata approvata da Hu Jintao in persona, presidente della Repubblica e segretario generale del partito. Notoriamente, Hu Jintao ha fatto una parte della sua carriera politica come dirigente della gioventù comunista, e ha sempre voluto conservare un controllo su quello che è un suo feudo di potere. L'attacco ai giornalisti cinesi che cercano di fornire un'informazione più trasparente non è quindi il frutto di «incidenti locali».

Nonostante questo clima oppressivo, continuano a esserci reporter che non piegano la testa. Li Datong, fondatore di “Bing Dian”, ha reagito alla chiuisura del suo inserto rilasciando dichiarazioni di fuoco alla stampa libera di Hong Kong. La chiusura di quella pubblicazione, ha detto Li, è parte di un progetto sistematico «per zittire un giornale che perseguiva i valori della democrazia, della libertà, dello Stato di diritto». Ha anche scritto una lettera aperta ai dirigenti del partito, condannando «i metodi dittatoriali con cui si impongono dei controlli per uccidere un dibattito politico che meriterebbe di essere vivace».

L'associazione Reporter senza frontiere ha eletto giornalista dell'anno per il 2005 Zhao Yan, collaboratore dell'ufficio di corrispondenza del New York Times a Pechino, in carcere dall'ottobre 2004. Stando ai dati ufficiali del 2005, la Cina detiene nelle sue prigioni 32 giornalisti. È un record mondiale.

 

Incubo arancione

I siti Internet «devono servire il popolo e il socialismo, guidare correttamente l'opinione pubblica nell'interesse nazionale». È il testo della legge varata nel settembre 2005 a Pechino per stringere meglio la museruola attorno all'informazione online. La stretta su Internet ne nasconde un'altra, meno visibile ma altrettanto significativa, dei timori che agitano i leader di Pechino: finiscono sotto assedio anche le organizzazioni non governative (Ong), umanitarie o ambientaliste, che sono proliferate negli ultimi anni in Cina. Il presidente Hu Jintao ha ordinato di sorvegliarle. Teme che stiano preparando una «rivoluzione arandone» come i movimenti democratici dell'Europa dell'Est e di certe repubbliche ex sovietiche. Internet con 111 milioni di navigatori nel 2005, le Ong con il loro seguito di volontari, sono due facce di una società civile, vivace e irrequieta che preoccupa il potere centrale. Il comunicato diffuso dall'agenzia ufficiale Xinhua è volutamente vago, come tutte le leggi sulla censura, che lasciano al governo e alla polizia un arbitrio notevole nell'interpretarle: «Sui siti Internet saranno permesse solo notizie sane e civili, e informazioni utili al progresso della nazione, benefiche per il suo sviluppo economico e sociale». Come corollario, prosegue l'annuncio diramato dal governo, «ai siti è proibito diffondere notizie che vanno contro la sicurezza dello Stato e l'interesse pubblico». La stretta può deludere chi sperava che Internet sfociasse automaticamente verso la libertà di espressione.

Le resistenze della nomenklatura rivelano le sue contraddizioni. Questa leadership ha lanciato la Cina in uno sviluppo economico accelerato, ha favorito la diffusione delle nuove tecnologie di comunicazione (dai telefonini a Internet), ha aperto le frontiere al turismo, ai prodotti stranieri e alle multinazionali. Ha incoraggiato i cinesi a visitare la loro provincia autonoma di Hong Kong, dove possono leggere giornali liberi che criticano il governo. Ma la stessa classe dirigente che ha indubbiamente ampliato i confini di ciò che è lecito fare, vuole impedire che l'avanzata delle libertà individuali si tramuti in dissenso politico, in rivendicazione democratica. I computer sono in tutte le case, e nelle grandi città come Pechino, Shanghai e Canton c'è la banda larga per i collegamenti online superveloci. Eppure, nel 2005 la polizia ha chiuso migliaia di cybercafé; le autorità di Shanghai hanno installato telecamere nei bar provvisti di computer per mandare le e-mail, e registrano i documenti di chi entra.

L'allarme sulle Ong è stato lanciato dallo stesso Hu Jintao. Il presidente ha ordinato all'Accademia delle scienze sociali di studiare le rivoluzioni democratiche dell'Europa dell'Est e dell'Asia centrale, e il ruolo che vi avrebbero avuto alcune Ong finanziate dagli Stati Uniti. Squadre di osservatori cinesi sono state mandate in Ucraina, Bielorussia, Georgia, Uzbekistan e Kirghizistan. Hu avrebbe chiesto informazioni al presidente russo Vladimir Putin, sulle origini dei movimenti democratici nelle repubbliche ex sovietiche. Sul sito Internet del Partito comunista cinese, Guangming, è apparsa un'analisi firmata da Song Tianshui: prevede che America ed Europa intensificheranno le manovre per il controllo strategico del Caucaso e dell'Asia centrale, e finiranno con l'usare le stesse tattiche contro la Cina. Di quali tattiche si tratti, lo rivela il settimanale «Xinmin» di Shanghai: Washington userebbe come un cavallo di Troia alcune istituzioni internazionali legate al Partito repubblicano, agli ambienti neoconservatori e perfino al Peace Corps, per infiltrare la democrazia in Cina. Sul Quotidiano di Pechino, Fang Zhouzi accusa gli ambientalisti cinesi di prendere soldi dagli stranieri. Il più duro è il China Economie Times, portavoce del Consiglio di Stato: «Bisogna impedire ai paesi occidentali di infiltrarci e sabotarci».

Le Ong, nella Cina comunista, hanno una storia recente. A lungo furono bandite dal paese, perché il partito unico non poteva ammettere organizzazioni che non fossero delle sue emanazioni dirette. Alla fine degli anni Novanta si sono aperti degli spazi di tolleranza di cui hanno potuto approfittare anzitutto sigle internazionali antiche e accreditate come la Croce rossa o il Wwf. Dietro di loro sono riuscite a entrare Ong più “militanti”, impegnate nella lotta contro la povertà come Oxfam, Action Aid, Save the Children, o nella difesa dell'ambiente come Greenpeace. L'esempio delle associazioni venute dall'estero ha fatto emuli dentro la Cina. Alcuni cittadini hanno scoperto così un modo per unirsi e difendere i loro diritti, o impegnarsi in battaglie per il progresso del paese, senza incorrere nei fulmini della repressione. Anche se il seguito di queste organizzazioni locali è ancora minoritario, la loro esistenza è un campanello d'allarme per il partito unico, timoroso di veder nascere movimenti che non controlla. Lo shock più grave è accaduto quando alcune Ong sono riuscite a influenzare le elezioni locali nei villaggi dove si vota per il sindaco con più candidati, e i loro leader hanno sconfitto quelli del Partito comunista. A quel punto, è scattato il contrordine da Pechino. In almeno un caso, l'altolà è stato brutale. Dei volontari dell'Istituto dei diritti (un'associazione della capitale) viaggiavano nel Guangdong per prestare consulenza a un gruppo di contadini in rivolta contro i dirigenti locali, quando sono stati arrestati, imprigionati e torturati.

A eccitare i sospetti dei leader cinesi contribuisce la decisione del finanziere-mecenate statunitense (di origine ungherese) George Soros di aprire a Pechino una sede della sua Fondazione per la democrazia, che ha avuto un molo attivo in diversi paesi dell'Europa dell'Est. Per Hu Jintao è la prova che l'Occidente trama per destabilizzare il suo paese. Il fatto che Soros, durante le elezioni presidenziali americane del 2004, sia stato un generoso sostenitore di John Kerry e dei pacifisti, contro George Bush, non lo rende meno sospetto per i dirigenti cinesi.

 

Benedetta Ravo

 

 

(1) La protesta di piazza Tienanmen iniziò da una dimostrazione studentesca portata in piazza tra il 15 aprile e il 4 giugno 1989, nata per denunciare l'instabilità economica e la corruzione politica dello stato cinese, fu soppressa con la violenza da parte del governo, sotto il controllo del Partito Comunista Cinese. Il numero dei morti causati dalla repressione è difficile da determinare, ma oscilla tra i 200-300 (dati governativi) e i 2.000-3.000 (dati delle associazioni studentesche e della Croce Rossa cinese).


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