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Gianfranco Cercone. “Pleasure” di Ninja Thyberg
30 Giugno 2022
 

In arte uno dei rischi del moralismo è piegare la descrizione della realtà alla dimostrazione di una tesi, e in particolare del giudizio morale dell’autore su quella realtà, a costo di semplificarla troppo, di toglierle sfumature e ambiguità.

È un rischio che si trova ad affrontare un film svedese intitolato Pleasure, diretto da una regista esordiente nel lungometraggio, Ninja Thyberg, già presentato al Sundance Film Festival e al Festival di Cannes, e uscito in Italia direttamente sulla piattaforma MUBI, una piattaforma dedicata al cinema d’autore.

La realtà presa in esame e giudicata (severamente e negativamente giudicata) dall’autrice, è quella dell’industria del cinema pornografico di Hollywood.

La protagonista del film è infatti una ragazza giunta a Hollywood dalla Svezia, con l’ambizione di diventare una pornostar.

È un’ambizione che rivela presto una notevole dose di ingenuità, basata com’è sulla convinzione che, per avere successo in quel campo, basterebbe essere, come è il suo caso, giovane e bella, e disponibile a farsi riprendere durante un comune rapporto sessuale con un uomo o anche con una donna.

In effetti la protagonista scoprirà presto che la concorrenza a Hollywood è spietata; e che, per imporsi sulle rivali, per attrarre l’interesse degli agenti che possano davvero lanciarla in quel genere di spettacolo, occorre essere disponibili a girare le scene di sesso più estreme, che implicano sempre in varie forme l’umiliazione e la violenza sul proprio corpo.

Ed è questo il principale, se non l’unico, capo di accusa, ma pesante come un macigno, che l’autrice del film brandisce contro il cinema pornografico: quello di spettacolarizzare la violenza sul corpo femminile.

Ora, se il film si limitasse a tale requisitoria, potremmo definirlo magari come un’inchiesta o un documento impressionante, anche se si tratta di un film di finzione; potremmo solidarizzare con i principi in base ai quali l’accusa è formulata. Ma ci resterebbe l’impressione di una descrizione troppo unilaterale, ridotta a un solo connotato, di quella realtà.

Ciò che, a mio parere, aggiunge spessore, o almeno un senso di mistero, alla descrizione, è una caratteristica “surrealistica” attribuita a quasi tutti i personaggi, a partire proprio dalla protagonista: la loro cecità. Se allo sguardo dello spettatore la violenza, nel corso del film, si impone sempre più come un dato macroscopico, a volte sconvolgente, i personaggi della storia – che siano attori, attrici, registi o agenti – non sembrano accorgersene, salvo bruschi risvegli, o la pietà di pochissimi. Quasi tutti loro considerano quella violenza un elemento fatale, scontato, che non soltanto non deve suscitare indignazione, ma neanche il minimo stupore. Del resto, come commentano due attori dopo aver inscenato molto realisticamente uno stupro di gruppo, non si tratta soltanto di spettacolo, e cioè di finzione? E la conquista del successo nella propria carriera, come insegna la madre alla ragazza, non si realizza attraverso la perseveranza e magari il sacrificio? E non è allora poco rilevante se quel sacrificio si concretizza in una pratica sadomasochistica estrema?

Beninteso: a queste domande l’autrice del film suggerisce una risposta del tutto negativa. E se il suo personaggio in un primo tempo sembra attraversare il mondo della pornografia come se si trattasse soltanto di un tunnel dell’orrore, chiudendo gli occhi nei passaggi più spaventosi, ma sicura di arrivare indenne all’uscita (e cioè al successo professionale), alla fine del film comprende che gli orrori che incontra non sono finti ma reali, e che l’unica salvezza per lei è “saltare dal seggiolino” e fuggire da quel percorso che la porterebbe a trasformarsi in una parte integrante di quell’orrore.

Pleasure è un film certo sgradevole, a volte forse insopportabile, ma incisivo e nel complesso convincente.

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale il 25 giugno 2022
»»
QUI la scheda audio)


 
 
 
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