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Gianfranco Cercone. “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino
26 Dicembre 2021
 

La settimana scorsa, parlando del bel film di Uberto Pasolini dal titolo Nowhere special, ho ricordato che le immagini di un film possono distinguersi in immagini soggettive e in immagini oggettive. Soggettive sono quelle immagini in cui la realtà è presentata come vista da uno dei personaggi del racconto. Nel caso di Nowhere special la figura di un padre sembra descritta dal punto di vista del figlio bambino che lo idealizza. Ma un impiego più largo e più evidente di immagini soggettive lo si ritrova nel film di Paolo Sorrentino È stata la mano di Dio.

Il primo episodio del racconto è costituito addirittura dall’allucinazione di uno dei personaggi. A una fermata dell’autobus, a Napoli, una donna viene avvicinata da un signore a bordo di un’automobile di lusso, il quale si presenta persuasivamente come San Gennaro, e la conduce in un palazzo fatiscente, abitato da un monaco bambino, con la promessa di rivelarle il segreto per restare incinta, essendo la donna affetta da sterilità. Il racconto suggerisce che l’allucinazione trasfigura in effetti un episodio di prostituzione, ma il film ce lo presenta come lo vive o almeno lo riferisce la protagonista.

È lecita però un’altra ipotesi.

Tra i testimoni del suo racconto, c’è il nipote della donna, un ragazzo adolescente che si rivela presto come il vero protagonista del film, il quale ha in comune con sua zia la tendenza a preferire i prodotti dell’immaginazione alla realtà, sebbene lui non arrivi mai a confondere le due dimensioni. Sogna di diventare regista cinematografico.

L’ipotesi allora è che lui stesso visualizzi nella sua mente l’allucinazione della zia, il cui racconto lo suggestiona a tal punto da essere indotto a crederle. Si tratterebbe allora di immagini soggettive di immagini soggettive, di soggettive di “secondo grado”.

Accenno a interpretazione forse un po’ azzardate e troppo complesse per un breve resoconto. Ma è per evidenziare quanto un dichiarato filtro soggettivo sia onnipresente nel racconto, che non vuole dunque darci l’impressione di presentare luoghi e personaggi come sono davvero, ma come uno sguardo li fantastica, li trasfigura, li rende quasi mitici.

Il film racconta la prima gioventù del protagonista, la fine dell’adolescenza e l’ingresso nell’età adulta. La racconta come un’epoca ormai trascorsa. Tale distanza nel tempo contribuisce a mitizzare anzitutto le figure dei due genitori, spesso sorridenti, complici tra loro e con il figlio, affettuosi: i custodi dell’Eden dell’infanzia, dal quale il ragazzo sarà traumaticamente strappato quando quei genitori moriranno per un incidente.

Ma la sua gioventù è occupata almeno da altri due elementi mitici: Maradona, di cui il racconto riferisce quanto fosse desiderato e quasi insperato il suo ingresso nella squadra del Napoli; e poi il cinema, visto in televisione attraverso le prime videocassette, ma poi come personificato in un grande autore, Federico Fellini, giunto a Napoli alla ricerca di comparse per un suo film.

Si potrà rimproverare a Sorrentino che certe figure di contorno sono sproporzionate rispetto all’enfasi mitizzante dello stile, che imita lo stile di Fellini, trattandosi a volte di semplici macchiette.

Eppure certi episodi giganteggiano nel contesto di una vita anonima, ancora soltanto privata, e sono per me memorabili: come la corsa in ospedale dopo la disgrazia e l’annuncio ferale dei medici; l’iniziazione sessuale del ragazzo ad opera di un’anziana baronessa; tutta la storia dell’amicizia con un giovane contrabbandiere. Ma forse l’episodio che spicca fra tutti è l’incontro del ragazzo con un regista di cinema, Antonio Capuano, all’uscita di un teatro. È un incontro che gli si presenta con l’urgenza di una grande occasione, quella che potrebbe consentirgli di realizzare il suo sogno, entrare nel cinema, appunto. Ma nell’incontro arriva a esprimere anche la rabbia contro il destino che lo ha reso orfano; il desiderio di strapparsi dal dolore del lutto; la sofferenza di una vocazione creativa ancora soltanto embrionale.

È una scena che forse meglio di ogni altra dimostra la finezza interpretativa del giovane attore protagonista, Filippo Scotti, vincitore per questo ruolo, al festival di Venezia, del premio Mastroianni come miglior attore emergente.

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale il 25 dicembre 2021
»»
QUI la scheda audio)


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