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Marisa Cecchetti. “Mascarò” di Haroldo Conti
01 Dicembre 2020
 

Haroldo Conti

Mascarò

Traduzione di Marino Magliani

Exorma, 2020, pp. 260, € 16,50

 

Pubblicato nel 1975 con prefazione di Gabriel Garcìa Marquez, Mascarò arriva ora in Italia, grazie ad Exorma, con la traduzione di Marino Magliani, che conosce bene il peso della parola.

Haroldo Conti, scrittore e giornalista argentino classe 1925, a seguito del golpe militare in Argentina venne sequestrato il 5 maggio 1976 e finì tra i desaparecidos. Molti anni più tardi il generale Videla dovette ammettere il suo omicidio: probabilmente Conti fu gettato a mare come molti altri.

Mascarò ha bisogno di tempo, non è una lettura che si può divorare, e se quella è stata l’idea iniziale, si torna subito indietro, per gustare il linguaggio, prendere nota. Perché il romanzo è intriso di poesia.

Storia ambientata da Conti sulla costa nord dell’Uruguay e nella regione argentina de La Rioja, si apre tra poche casupole che si stringono intorno ad una bettola, in una località fantasiosa davanti al mare, Arenales. Vi si incontra Oreste, senza radici e senza storia, riflessivo e silenzioso, ma altri personaggi appaiono in uno scenario felliniano, come Cofuné: “passò Cafunè, in un lampo, sulla sua alata bicicletta coi cerotti colorati sui raggi delle ruote e le stremità del manubrio coperte da una guaina di stoffa… Cafuné è un uccello… Quando non suona il flauto corre di qua e di là in bicicletta”. Tutto appare in una luce che trasfigura persone e cose, in cui “puoi vedere uomini immersi in una caligine biancastra, la barca che naviga sospesa per aria”.

Il ritmo della narrazione è lento, perché Conti si sofferma su ogni dettaglio, come un regista davanti alla macchina da presa, e intanto non si sottrae al piacere di riversare un sorriso amichevole sui suoi personaggi: “l’arpista cieco è rimasto solo, di vedetta”; di far sentire i profumi e gli odori: “fuma una pipa di coccio in mezzo ai filetti di baccalà”; di recuperare leggende fantasiose su personaggi e paesi.

La musica è sempre presente, violino arpa, chitarra, flauto e tutto ciò che emette suono, rumore, frastuono. Riempie il silenzio di paesi sperduti nel nulla, con strumenti musicali che parlano al posto delle persone, delle parole non pronunciate, sottolineano arrivi, partenze, eventi di ogni genere: “l’aria esplode, ci sono voci ruvide e fischi”. E i gabbiani fanno cori striduli sopra le teste e sul sudiciume.

Un viaggio per mare diventa un’avventura quando si navigherà fuori rotta, aspettando il vento che gonfi le vele. Ma intanto compaiono i personaggi chiave, il Principe e il cavaliere Mascarò tutto vestito di nero.

Il Principe vuole portare per il mondo l’arte circense; veste con dignità abiti rappezzati, affabulatore e istrione, colto e persuasivo, riesce ad aggregare una compagnia di attori improvvisati, ognuno dei quali fa leva su un proprio talento ancora sconosciuto, esasperandolo.

Il gruppo cresce di figuranti durante il percorso, - sembra di essere dentro la fiaba dei Suonatori di Brema - ognuno attratto dalla magia dello spettacolo e dalla insolita famiglia.

Sono personaggi che intrecciano conversazioni simili talora a quelle del gatto e della volpe collodiani; c’è un originale cocchiere che ci potrebbe portare nel paese dei balocchi, un nano impertinente, una donna che accende gli sguardi di tutti e lentamente lievita fino a assumere le dimensioni di una donna cannone. E un vecchio leone che va punzecchiato perché rimanga sveglio e cacci qualche rugoso ruggito.

Mascarò, il cavaliere vestito di nero, torna qua e là a incrociare il cammino del gruppo. Figura misteriosa, si svela piano piano, i nostri ne trovano l’immagine attaccata ai muri. Di certo non sta dalla parte dei governativi.

In una situazione di assenza di stimoli culturali, in quel susseguirsi di paesi persi in mezzo alla polvere ed alla sabbia del deserto - non paesi, bensì gruppi di case intorno a rari servizi - dai nomi fantasiosi, che fanno tornare in mente Le città invisibili di Calvino, quella apertura alla novità circense che muove l’aria e invoglia a imparare a leggere e scrivere, non è tollerata dalle forze governative. Perché sanno che nella cultura sta la libertà, proprio quella libertà negata con un oscurantismo necessario al potere. Così i rurales armati sono sempre alla ricerca dei “ribelli”, e radono al suolo i paesi che li hanno accolti con entusiasmo ricavandone stimoli per crescere.

Fortemente simbolico, ricco di un linguaggio metaforico e leggero ma non tale da disdegnare la concretezza della fisicità, dell’eros, del buon cibo, dell’alcool sempre a portata di mano, Mascarò è attraversato da una vena di umorismo, forse l’unico modo per sopravvivere al dramma di una situazione contro cui si lotta con ogni strumento possibile, ma dalla quale purtroppo si rimane sopraffatti. Come i nostri circensi.

 

Marisa Cecchetti


 
 
 
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