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Giuseppina Rando. Parole pietre, nuvole, foglie al vento… 
A libro aperto: pensieri peregrini a sera… - 23
21 Novembre 2020
 

Uno è padrone di ciò che tace

e schiavo di ciò di cui parla.

Sigmund Freud

 

 

Le parole, basilari nella comunicazione, pare che da qualche tempo abbiano smarrito il valore della loro essenza, quello del “significato” e perso il loro peso specifico.

Si parla “a vanvera”, senza senso, a caso, senza riflettere. Si dice di tutto e dopo lo si modifica o lo si rinnega e si smentisce persino di averlo detto o pensato.

Le parole non sono più quelle “pietre” di cui parla Carlo Levi, parole espressione della coscienza umana, dove le lacrime non sono più lacrime, ma parole e le parole sono pietre.*

Spesso oggi le parole sembrano nuvole, nuvole vaganti sotto un cielo sempre diverso. Sono sfarfallio nebuloso che attira e devia. Amaramente si constata che si può dire tutto e il contrario di tutto nell’arco della stessa ora, si può affermare e negare nello stesso istante. Parole che, svuotate di senso, facilmente si sciolgono nella “società liquida” in cui viviamo.

Parole… come foglie... e... là dove abbondano, è raro che sotto vi si trovi molto frutto scriveva in “Saggio sulla critica” il poeta inglese Alexander Pope (1688-1744).

Parole inflazionate e pompose che non dicono niente; parole vuote che diventano “chiacchiera” ammantata di apparenza, ma priva di sostanza.

Parole mero esercizio retorico sempre più sterili e autoreferenziali. Ad esempio: tecnologica, digitale, innovazione mentre disegnano professionalità specifiche aumentano il disincanto di coloro che non vedono concretizzarsi le meravigliose sorti progressive. Discrepanza tra il significato di queste parole, le esperienze vissute e la possibilità concreta di trasformare sogni e affermazioni teoriche in realtà.

Il valore della parola viene ben rilevato da Italo Calvino nelle celebri “Lezioni americane” quando scrive:

Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. (Da “Esattezza”)

Parlare poco, riflettere molto ed ascoltare di più sembrerebbe la regola d’oro dettata da Calvino per noi e per la società.

Sarebbe come dire usare parole che abbiano contenuto e verità; infondere nel dire calore e colore perché l’autenticità di un discorso sta anche nella sua capacità di risvegliare le coscienze e scuotere la volontà.

 

Giuseppina Rando

 

 

* Carlo Levi, Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia, Einaudi, 2003.


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