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Silvia Comoglio. “La moglie del rabbino” di Chaim Grade
13 Febbraio 2020
 

Chaim Grade

La moglie del rabbino

Giuntina, 2019, € 18,00

 

È piccola di statura, dotata di due occhi freddi e intelligenti e di una fronte da rabbino ereditata dal padre, l’autorevole rabbino di Staripol. Sì, è di lei che stiamo parlando, della rebetsin Perele nata dalla penna di Chaim Grade (Vilnius 1910 – New York 1982), per Elie Wiesel tra i più grandi se non il più grande romanziere yiddish. Autore, Chaim Grade, approdato per la prima volta in Italia per merito della casa editrice Giuntina con il romanzo breve La moglie del rabbino tradotto, magistralmente, da Anna Linda Callow.

Con La moglie del rabbino, pubblicato negli Stati Uniti nel 1974, Grade ci porta nella Lituania ebraica del primo Novecento, e precisamente a Greypeve nella casa di Rabbi Uri Zvi e della rebetsin Perele, acuta grande manovratrice, Perele, degli eventi che si susseguono nel romanzo e superba interprete del detto “il fine giustifica i mezzi”, lei, Perele, il fulcro intorno a cui si dispiega l’intera vicenda e tutta la complessità del mondo ebraico lituano.

Per un lungo inverno Perele sobilla e tormenta il marito Uri Zvi Kenigsberg per lasciare la piccola comunità di Greypeve e andare a vivere a Horodne. La motivazione ufficiale? Raggiungere i figli che, sposati, si sono stabiliti proprio a Horodne. Ma questa è, appunto, soltanto la motivazione ufficiale perché un altro è il motivo, quello vero, che si annida in Perele. A Horodne vive infatti con la moglie Sara Rivka il rabbino Moshe Mordechai Ayznshtat, presidente del tribunale rabbinico e responsabile di tutte le accademie talmudiche della Lituania, e così carismatico da essere soprannominato il papa ebreo. Piccolo particolare. Moshe Mordechai Ayznshtat è quel Moshe Mordechai Ayznshtat brillante studioso e fidanzato di Perele, che in più occasioni aveva apostrofato la promessa sposa con le parole “Sei intelligente ma non sei buona” e che alla vigilia delle nozze aveva rotto il fidanzamento perché, come ebbe a dire lo stesso Moshe Mordechai ai suoi familiari, Perele è una donna malvagia. E così l’ambiziosa figlia del rabbino di Staripol si ritrova a dover ripiegare sul mite Uri Zvi Kenigsberg e a finire relegata nella piccola comunità di Greypeve. Ma ora che i figli sono grandi Perele è pronta a riprendersi tutto ciò che le è stato sottratto e a occupare quel posto che da sempre è convinta le spetti nella società.

L’arrivo di Perele a Horodne coincide con un momento molto doloroso della vita di Moshe Mordechai e della moglie Sara Rivka, da poco hanno perso la loro unica figlia e l’estrema fragilità di Sara Rivka finirà col riversarsi sul marito rendendolo sempre più vulnerabile e affaticato. Il genio malvagio di Perele intuisce immediatamente di poter sfruttare questa situazione a suo favore e comincia così a tessere la sua tela. Punto di partenza? Uri Zvi, a cui instilla giorno dopo giorno l’idea che non può vivere, lui, a Horodne senza avere un ruolo di primo piano e da qui, tramando e manovrando e imponendosi sul marito, ha inizio quella girandola di eventi che finiranno con lo scombinare l’intera comunità di Horodne. Ed è in questa girandola di eventi e seguendo le vicende di Perele e Uri Zvi, e di Moshe Mordechai e Sara Rivka che vediamo venirsi a delineare, in contrapposizione al chassidismo polacco, il mondo dell’ebraismo ortodosso lituano tutto immerso, con la sua fioritura di scuole, negli studi talmudici e nella stesura di norme che regolano la pratica civile e religiosa dell’ebraismo. Non solo. La comunità di Horodne la si scopre spaccata in due correnti, quella antisionista dell’Agudà e quella sionista del Mizrahi. Una spaccatura che con l’arrivo di Perele e Uri Zvi si fa ancora più marcata rendendo il conflitto tra i fautori dell’Agudà e quelli del Mizrahi sempre più aspro. E di questo conflitto Perele, del tutto indifferente alle istanze e ai valori di questa o quella fazione, non esiterà a servirsene per raggiungere con calcolata freddezza il suo obiettivo. Sarà lei con i suoi occhi appuntiti, la mente agile e risoluta e la battuta pronta a tenere, attraverso il marito, le redini del conflitto e a fomentare accese discussioni e contrasti tra le due parti, e di questo il solo che saprà accorgersene è l’ormai stanco e malato Moshe Mordechai: “In un batter d’occhio Rabbi Moshe Mordechai capì tutta la faccenda: Ecco! Questa era opera della figlia del rabbino di Staripol!”. Troppo tardi. L’uragano Perele sta già passando e Moshe Mordechai non ha più le forze per contrastarlo.

Questo, dunque, succede nel romanzo La moglie del rabbino, un quadro per la singolare capacità descrittiva del suo autore e per il modo in cui Chaim Grade tratteggia i suoi personaggi. Ogni dettaglio concorre a formarne identità e psicologia e quasi li si può toccare per quanto sono reali e li si sente e vede di fronte a noi, per quanto sono persone, le donne con i loro abiti e vezzi e gli uomini con le barbe e i cernecchi che si muovono e arruffano in perfetta sintonia con stati d’animo e pensieri. Spicca, ovviamente, in questo quadro la nostra Perele che per compiersi manipola e annienta e da cui, per il modo in cui Grade la descrive e ne segue le azioni, si finisce, nonostante la sua perfidia e spregiudicatezza, per esserne ammaliati. Attenzione però a non confondere, non è Perele a dispensare fascino ma il modo in cui Grade la tratteggia, il vero ammaliatore, insomma, qui è Grade, il creatore e non la creatura.

Grade con La moglie del rabbino ci consegna l’immagine di una donna manovratrice e spregiudicata e un mondo, quello della Lituania ebraica tra le due guerre mondiali, fatto di studi correnti e contrasti che ormai dalla Lituania è del tutto scomparso ma che si può ritrovare, come osserva nella postfazione Anna Linda Callow, nel moderno Stato di Israele. Un universo civile e religioso, quindi, quello che fiorisce dalla penna di Grade estremamente articolato e complesso ma, impegnati a seguire le trame di Perele, lo si introietta e vive senza quasi accorgersene, tutto d’un fiato. Un’autentica perla, La moglie del rabbino. E un capolavoro in lingua yiddish che appartiene alla letteratura mondiale e che ora, tradotto, ci è dato finalmente di leggere e conoscere.

 

Silvia Comoglio


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