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Anna Lanzetta. Il tesoro di Polsi: “A Madonna dâ Montagna”
08 Agosto 2019
 

Ogni luogo della Locride richiama a un passato non sepolto ma vivo e serpeggiante essenzialmente nella ritualità.

San Luca è un luogo che si ammanta di fascino e di mistero. Le sue origini risalgono a tempi lontani quando le avverse condizioni spinsero gli abitanti di Potamìa a cercare una nuova terra. Erano pastori d’Aspromonte che dopo un lungo cammino si fermarono in un luogo, dove i pastori portavano le greggi durante i rigidi inverni. Era il 18 ottobre 1592 e data la ricorrenza del santo, chiamarono il paese che costruirono San Luca e presso la frazione di Polsi sorse uno dei monasteri diventato luogo “mariano” di forte richiamo, essenzialmente per i calabresi e i siciliani.

A 13 Km da San Luca, ai piedi di Montalto, la più alta cima dell’Aspromonte, sorge in una profonda vallata il Santuario dedicato alla “Madonna della Montagna”, detta in dialetto reggino A Madonna dâ Montagna. Fu un tempo romitorio dei monaci bizantini che vi si rifugiarono per sfuggire alle persecuzioni. Nel secolo XI il luogo, ormai abbandonato, si rivestì di leggenda. Si racconta che nel posto dove ora sorge la chiesa, sia stata rinvenuta da un pastore, una strana Croce di ferro, dissotterrata miracolosamente da un torello. La Croce è tutt’oggi conservata nel Santuario di “Santa Maria di Polsi” e a diffondere il culto della devozione alla Croce e alla Madonna furono i monaci basiliani, praticanti il rito greco.

«Questo Santuario», ha scritto l'illustre latinista e poeta Francesco Sofìa Alessio (Radicena, 1873-Reggio Calabria, 1943) nella prefazione del suo poemetto Feriae montanae, «fu fondato al tempo di Ruggiero il Normanno, dopo che un pastore vide un torello genuflesso dinanzi ad una Croce greca, che si conserva ancora, e dopo l'apparizione della Vergine, che volle un tempio nella Valle di Polsi per richiamare intorno a sé i fedeli di Calabria e di Sicilia. Innumerevoli sono i miracoli operati dalla Vergine della Montagna e le grazie concesse.

Nell'anno 1771, i Principi di Caraffa, ottenuta per intercessione di Maria prole maschile, si recarono al Santuario per ringraziare la Vergine, ma giunti presso Bovalino il bambino morì. I Principi, composto il corpicino in una bara, ripresero il viaggio con la ferma fede che la Madonna lo avrebbe restituito in vita. Entrati nel Santuario esposero sull'altare il cadaverino e cominciarono a recitare le litanie, e quando si venne all'invocazione Sancta Maria De Polsis il bambino aperse gli occhi e tornò in vita. La bara si conserva ancora nel Santuario».

L'episodio è riportato in un noto canto popolare pubblicato nel volume Storia e Folklore Calabrese.

Nella chiesa di Polsi si venera un bellissimo simulacro della Madonna, in pietra tufacea, scolpito a tutto tondo da maestranze siciliane o napoletane. Nulla si sa dell’arrivo di questa statua nella valle, a parte le leggende. Del secolo XVIII è, invece, la statua lignea della Madonna, donata da Fulcone Antonio Ruffo, principe di Scilla e portata a Polsi nel 1751.

Corrado Alvaro nella sua monografia Calabria, scrive: «Dirò di una festa che è forse la più animata delle Calabrie. Le feste fanno conoscere la natura degli uomini. Nell’Aspromonte abbiamo un Santuario che si chiama di Polsi, ma comunemente della Madonna della Montagna. È un convento basiliano del millecento, uno dei pochi che rimangono in piedi nelle Calabrie. La Madonna è opera siciliana del secolo XVI, scolpita nel tufo e colorata, con due occhi bianchi e neri, fissi, che guardano da tutte le parti.

Ognuno fa quello che può per fare onore alla Regina della festa: la gente ricca può portare, essendo scampata da un male, un cero grande quanto la persona di chi ha avuto la grazia, o una coppia di buoi, o pecore, o un carico di formaggio, di vino, di olio, di grano; ci sono tanti modi per disobbligarsi con la Vergine delicata, come la chiamano le donne. Uno, denudato il petto e le gambe, si porta addosso una campana di spine che lo copre dalla testa ai piedi, spine lunghe e dure come crescono nel nostro spinoso paese, e che ad ogni passo pungono chi ci sta in mezzo. Una femminella fa un tratto di strada sulle ginocchia; e così le ragazze fanno la strada ballando, e balleranno giorno e notte per le ore che hanno fatto il voto, fino a che si ritrovano buttate in terra o appoggiate al muro, che muovono ancora i piedi. E i cacciatori, poi, che fanno voto di sparare alcuni chili di polvere; in quei giorni non si parla di porto d’armi, e i Carabinieri lo sanno. Gli armati si dispongono nei boschi intorno al Santuario e sparano notte e giorno […].

Si vedono le mille facce delle Calabrie. Le donne intorno dicono le parole più lusinghiere alla Madonna, perché si commuova. […] Sul banco coperto di un lino, le donne buttano gli orecchini e i braccialetti; gli uomini tornati da una fortunata migrazione le carte da cento e da più: è una montagna d’oro e di denaro che per la prima volta nessuno guarda con occhi cupidi. La Vergine guarda sopra tutti, e i gioielli degli anni passati la coprono come un fulgido ricamo […].

Al terzo giorno di Settembre si fa la processione e si tira fuori il simulacro portatile […] tra lo sparo dei fucili che formano non si sa che silenzio fragoroso, non si sente altro che il battito di migliaia di pugni su migliaia di petti, un rombo di umanità viva tra cui l’uomo più sgannato trema come davanti a un’armonia più alta della mente umana. Le semplici donne che non si sanno spiegare nulla, si stracciano il viso e non riescono neppure a piangere […]».

Stefano De Fiores nato a San Luca nel 1933, missionario monfortano, dice: «Dinanzi a questa statua si sprigiona il canto o la preghiera spontanea dei fedeli: parlano a lei, o lasciano che un pianto dirotto ricordi gli avvenimenti drammatici della vita, o lavi con lacrime purificatrici i più tristi trascorsi. A Polsi si evidenziano le note della pietà mariana popolare: il senso di una presenza viva dotata di potenza e bontà, l'attrattiva della bellezza, l'esigenza di contatto immediato, il bisogno di far festa…». (Da: Storia e folklore calabrese dell'autore).

Vergini bella, japrìtindi li porti,

ca stanno arrivando li devoti Vostri.
E nui venimu sonando e cantandu,

Maria di la Montagna cu’ Vui m’arriccumandu.
Vergini bella, dàtindi la manu,

ca simu forestieri e venimu di luntanu.
M’arriccumandu la notti e lu jornu,

‘na bona andata e ‘nu bonu ritornu!

La statua in pietra, domina quel santuario umano che le eleva canti e preghiere ed invoca grazie incessantemente, con fede caparbia: …eu non mi movu di cca si la grazia Maria non mi fa… (“io non mi muovo di qua se Maria non mi fa la grazia”).

«Finalmente la processione. Le mani dei suonatori si animano, le dita volano abilmente sulle canne della zampogna e sui tamburelli, e le note si frangono sulle vetuste costruzioni che circondano il santuario e l’eco le propaga sempre più lontano». (da Maria A Cristo dentro la Fede aspromontana).

La Locride è un viaggio nella storia che lascia nel cuore un segno indelebile di stupore, di ammirazione e di sgomento.

 

Anna Lanzetta



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