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Luciano Angelini. La frana di Piuro (1618) e il global warming (2018)
Piuro pre e post frana (Da: Martin Zeiller,
Piuro pre e post frana (Da: Martin Zeiller, 'Itinerarium Italiae Nova Antiqua…', Francoforte 1640) 
09 Febbraio 2018
 

La Natura è benigna o matrigna? oppure è indifferente?

Natura: «io neanche me ne avvedo, quando vi offendo in qualunque modo...» (Dal “Dialogo della Natura e di un Islandese”, in Operette morali di Giacomo Leopardi).

«Ma, dolorosa verità! L’uomo ha più da temere le passioni dei suoi simili che i disastri della natura» (Da Il Sacro Macello di Valtellina, 1832, di Cesare Cantù).1

Da sempre sulla Terra accadono uragani, alluvioni, terremoti, eruzioni, frane, smottamenti, inondazioni, maremoti, epidemie ecc. 400 anni fa, ad esempio, all’imbrunire del 4 settembre 1618, una frana sommerse Piuro in Valchiavenna:

(Il ben vissuto vecchio,2 benché fosse disfatto di forze e di carne e patisse d’un’ernia e di due fonticoli, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità che nel calarlo fu trovato morto.)

Quel giorno stesso, il 4 settembre, fu segnalato da un gravissimo disastro naturale, perché il doppio danno avesse a piangere la Valtellina. Vuole la tradizione che un antichissimo scoscendimento di montagna abbia coperto Belforte3 sul cui cadavere s’eresse Piuro, grossa terra posta a quattro miglia da Chiavenna, nella valle che mena alla Pregalia. Di quella valle la Mera fra due pendii di montagne, l’uno volto a settentrione tutto pascoli e selve. Quello che alla plaga del mezzodì riguarda, popolato, senza perderne spanna, di frutti, di vigneti, di casini, di crotti.4

Sulla cui falda lentamente inclinata sedeva il paese, pieno «di case nobili e ricchi mercatanti con ampli cortili e portici, con colonnati, sale spaziose di vaghe pitture ornate, da stufe alla tedesca superbissime pel lavoro di intaglio e di commisso, ben addobbate di tappezzerie di Fiandra e d’altri preziosi drappi, di sedie di velluto con frange d’oro, di copiose argenterie, di scrigni ben lavorati, di ameni giardini e spaziosi con ispalliere d’aranci, cedri, limoni… non solo ne’ vasi di legno e di terra cotta, ma di bronzo e di rame, o molti inargentati e indorati».5

Erano poi lodate per una delle belle cose del mondo le case dei signori Vertemate, i cui giardini sono dal tipografo Locarni paragonati alle delizie di Posillipo, alla riviera di Genova, ai romani palagi. Tanta ricchezza vi portavano il passaggio delle merci, la vendita dei laveggi di pietra ollare che là presso si tagliano, e la manipolazione della seta, della quale scrive alcuno vi si lavorassero 20.000 libbre ogni anno.

Nella montagna settentrionale, alla pietra ollare (clorite schistosa) grossolana, untuosa al tatto e liscia sovrastava un monticello, che chiamavano Conte,6 di argilla e terriccio. In questo già da un pezzo i terrieri avevano avvisato qualche crepaccio; ma quell’estate continuarono a ciel rotto più giorni rovesci di piogge, che insinuandosi fra la roccia e il monticello, lo scalzarono. E già franava sopra le vigne del prossimo villaggio di Schillano, ed i pastori vennero annunziare come e pecore ed api fuggissero da quella balza. Né perciò si atterrirono quei di Piuro. Mal per loro, giacché sull’oscurare del 25 agosto (4 settembre secondo il calendario gregoriano) ecco in un subito scuotersi la montagna di Conte, ondeggiare. E fra un sordo fragore quasi d’artiglierie murali, lo scrollato colle scivola sul lubrico pendio della montagna, precipita sora Schillano e Piuro, seppellisce uomini e case. I Chiavennaschi che udirono il fracasso videro caligarsi il cielo, volare fin là il sommosso polverìo, ed interrompersi il corso della Mera, durarono la notte intera in dubbio della sorte dei loro amici, di se stessi: la mattina rivelò deplorabile scena. Era Schillano grande in quantità di 48 fuochi, di 125 Piuro con 930 abitanti, nobili famiglie e buone borse, molti tornati appena dalla fiera di Bergamo. Ed anima viva non ne campò. Dopo alcun tempo la Mera si aperse un nuovo corso fra il dilamato terreno: si tentò, si scavò, nulla poté ritrovarsi che masserizie e cadaveri.7 Non mancarono prodigi al terribile caso: la cometa che in quel tempo aveva atterrito i popoli e i re. Predizioni portentose: angeli che avvisarono del pericolo, demoni che infierivano la procella, chi l’attribuì a vendetta di Dio per il licenzioso vivere d’alcuni, o per i protestanti che vi avevano culto. I più giudicarono non senza destino fosse accaduto appunto il giorno della barbara uccisione dell’arciprete Rusca. Fermo tra i miserabili resti e nel letto del fiume devastatore, che scorre sopra il diroccato borgo, ben sei disumano se non ti senti stringere il cuore pensando a quelli, che repente dalla quiete dei domestici lari, dalla preghiera, dall’amichevole discorso, dalla soavità degli affetti famigliari, vennero balzati in quell’incognita regione, dove solo si fa giusta la retribuzione delle opere umane.8

Ma quel che più preoccupa oggi l’umanità sono gli eventi meteorologici estremi e sempre più frequenti dovuti al global warming o riscaldamento globale.

Se non fermiamo la folle corsa del consumismo che ne è la causa, in quanto aumenta il volume dei gas serra, a rischio è la stessa sopravvivenza della vita umana sulla Terra come di quella d’innumerevoli specie di animali e vegetali.

 

Luciano Angelini

 

 

1 Cesare Cantù (Brivio, 1804 – Milano, 1895). Storico, fu anche professore a diciotto anni nel ginnasio di Sondrio.

2 Nicolò Rusca (Bedano, 1563 Thusis, 1618). Arciprete di Sondrio, protagonista delle tormentate vicende religiose della Valtellina nel XVII secolo, che sarebbero poi sfociate nel “Sacro Macello” del 1620. Morì mentre veniva interrogato e sottoposto a tortura da parte di un tribunale popolare controllato da una fazione di radicali antispagnoli protestanti.

3 Chi osserva quei dintorni s’accorge come furono scena di violente convulsioni della natura. Singolarmente per la valle dei Ratti e per la Codera si trovano massi di granito. La tradizione, confermata dall’aspetto dei luoghi, vuol che dalla parte di Uschione precipitasse la val Condria. Sopra la via di Chiavenna ancor si vede isolato un enorme macigno.

4 Tal nome si dà a freschissime cave, aperte naturalmente nel macigno, in cui ripongono e conservano i vini. Sono celebri i crotti del Prato-Giano a Chiavenna.

5 Ne ha pure di belle in Valtellina, e in quella dei Vertemate, vicinissima al luogo di Piuro, sono profusi intagli delicatissimi e belle tarsie e pitture del Campi. Ivi pure si conserva la pianta di Piuro antico. (Quintilio Passalacqua, Lett. Stor. 2).

6 Conto, ndc.

7 Si disse esservi dispersi 2 milioni in oro; chi a 3.000, chi a 1.800, chi a 1.200 la somma dei morti.

8 Tratto dall’opera storica Il Sacro Macello di Valtellina di Cesare Cantù, 1832, Alpinia Editrice.


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