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Gianfranco Cercone. “Detroit” di Katherine Bigelow
02 Dicembre 2017
 

Quand'è che un film di denuncia è davvero efficace?

Io credo, quando non ha il solo effetto di sommuovere la nostra indignazione, di suscitare la nostra riprovazione per i cattivi, e la nostra simpatia, il nostro plauso, per i buoni. Perché le pure emozioni sono tanto facili a infiammarsi, quanto a svanire e a essere dimenticate.

Una denuncia è davvero incisiva, resta nella memoria, quando all'emozione si accompagna un contributo di conoscenza. Se il film, insomma, ci consente di cogliere nell'oggetto della denuncia, quell'aspetto ulteriore che una semplice cronaca giornalistica avrebbe lasciato probabilmente inesplorato.

Questa premessa potrebbe sembrare sproporzionata al film Detroit, diretto da Katherine Bigelow.

Sproporzionata perché il film ha la forma apparente di una cronaca, appunto. Nel 1967, in un quartiere periferico di Detroit, abitato da neri, nel corso di una rivolta degli abitanti contro la polizia, accusata di vessarli e di perseguitarli senza giustificazione, furono uccisi dalla polizia tre ragazzi neri, colpevoli di nient'altro che di trovarsi nel luogo sbagliato al momento sbagliato. E i responsabili di quegli omicidi furono assolti da un tribunale composto esclusivamente da bianchi.

Di quegli omicidi – avvenuti nel corso di una retata all'interno di un motel, il Motel Algiers – i cui ospiti furono sottoposti sul luogo a un interrogatorio terrificante, con tecniche che costituivano vere torture, il film dà un resoconto meticoloso, esasperante, con uno stile che imita ad arte quello del cinema-verità: come se insomma un testimone, armato di telecamera, riprendesse disordinatamente, tumultuosamente, i fatti orribili che lì per lì gli si dispiegano sotto gli occhi.

Un resoconto, per l'emozione che produce, così efficace, da risultare appunto duro da sopportare.

Ma non sarebbe giusto accusare il film della Bigelow di un effettismo gratuito. Perché il suo racconto non si ferma alla superficie delle cose. A ben guardare, è sottile e penetrante.

Basterebbe considerare il caso del poliziotto che guida le operazioni, e che è il principale responsabile degli omicidi.

Si tratta di un ragazzo (lo interpreta molto bene Will Poulter) al quale la cultura della violenza e dell'illegalità è stata instillata dai suoi superiori, che infatti quando lo scandalo di quegli omicidi esplode, trattano lui e i poliziotti suoi complici, con metodi violenti e illegali, sia pure non efferati come quelli che lui ha usato.

Ma il suo è anche il caso di un uomo bianco, non bello, che trovandosi alle prese con dei ragazzi neri, alcuni di loro dotati invece di grazia e bellezza, sospettati di avere allestito un'orgia con due ragazze bianche, appunto nel motel dove si svolge il fattaccio, prova lo sdegno di un puritano, l'indignazione di un razzista, e l'invidia per chi ritiene più libero, più felice di lui.

Nel fervore con cui conduce quell'interrogatorio spietato, si nasconde un interesse pratico. In quel motel la polizia ha già ucciso un uomo. Per giustificare quell'omicidio, occorre scoprire un'arma che si suppone nascosta nel motel, che sarebbe stata usata contro la polizia. È questa informazione che si vuole a tutti i costi ottenere.

Ma la finezza dell'autrice, ci fa intuire nell'esaltazione del ragazzo, il furore di un moralista e la rivalsa di un frustrato.

Detroit è un film che invoca esplicitamente nel diritto, nel rispetto della legge, l'unico redenzione dall'inferno che descrive. E lo descrive con quel senso di verità e quell'approfondimento che ci si aspetta da un'opera d'arte.

Da non perdere.

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale il 2 dicembre 2017
»» QUI la scheda audio)


 
 
 
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