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Guercino. Tra sacro e profano 
Alle celebrazioni di Piacenza con Maria Paola Forlani
20 Marzo 2017
 

Giovan Francesco Barbieri (Cento di Ferrara, 1591 – Bologna, 1666), detto, a causa di una menomazione all'occhio destro subita in età infantile, il Guercino. Allievo di Ludovico Carracci, ma sensibile anche alla pittura ferrarese e, soprattutto, a quella veneta, rivela, fin dalle opere giovanili, un’attenzione peculiare agli impasti cromatici, anzi alla «macchia», e agli effetti luministici, come per esempio in Paesaggio al chiaro di luna o nel Figliol prodigo di Vienna.

Per l’importanza della luce si sono talvolta tentati degli accostamenti a Caravaggio; ma le somiglianze sono solo apparenti, perché il luminoso caravaggesco blocca l’immagine dandole evidenza drammatica, quello guercinesco invece è mobile e magico.

La questione del Guercino si era riproposta in chiusura dell’Officina Ferrarese di Longhi. Ed era stata, quella, clausola avventurosa, letterariamente molto evocativa e però di quella letteratura figurativa e ottica che ben conosciamo tra le mani dello scrittore, in grado di provocare e di sommuovere strati sepolti di valore largamente poetico e storico nel momento in cui definisce per verba quell’evento oggettivo che è l’opera d’arte: «La famosa gran macchia del Guercino si svela, per buon tratto, della stessa ascendenza [quella del Dosso]. Al paragone dei togati Carracci nella volta farnesina, l’Aurora Ludovisi è di nuovo un tornante soffitto estense; dorme la Notte arcando, in sogno, prodigi come l’ultima chiromante del Dosso, e per l’arco diroccato, prediletto fin dai tempi di Ercole e del Cossa, trascorre il soffio scottante della vecchia Ferrara».

A Piacenza, fino al 4 giugno 2017, si celebra il Guercino in occasione dell’anniversario dei lavori da lui compiuti in città fra il 1625 e il 1627 con due grandi eventi. Una mostra nella Cappella ducale di Palazzo Farnese, a cura di Daniele Benati e Antonella Gigli (catalogo Skira), con circa venti capolavori del maestro. E la nuova illuminazione degli affreschi nella cupola della Cattedrale, che permette ai visitatori, saliti nel ventre dell’edificio attraverso una serie di strette scale, di godere al meglio sei scomparti affrescati dal Guercino con le immagini dei profeti Aggeo, Osea, Zaccaria, Ezechiele, Michea, Geremia, assieme alle scene dell’infanzia di Gesù e le otto Sibille. La visita è introdotta da una sala multimediale per leggere in modo innovativo i capolavori del Guercino, anche attraverso visori 3D.

Gli affreschi di Piacenza, eseguiti a buon fresco fortemente ritoccato a tempera, differiscono molto dai precedenti cicli decorativi. Lo stile maturo dell’autore, le influenze del soggiorno romano e delle fonti locali, le esigenze della commissione, produssero esiti diversi dai lavori Ludovisi, i Costagutti e i Lancellotti. In ogni vela della cupola Guercino dipinse un profeta con gli angeli, sopra gli archi delle finestre, in basso, la storia della Natività di Cristo alternata a copie di Sibille. I collaboratori, sui disegni del maestro, completarono il tamburo della volta con serie di putti e cartigli.

Bisogna riconoscere che nel favorire le fortune critiche di Guercino, gli estimatori stranieri sono stati tra i più generosi e curiosi dell’opera del maestro.

Nel Settecento, i più significativi riconoscimenti della grandezza del Guercino vengono probabilmente da un ambito diverso da quello degli artisti e degli specialisti d’arte, o da viaggiatori colti e curiosi. Per quanto grande appassionato di arte, per quanto originale fonte di riflessione su di essa, Goethe frequentava la materia come un colto dilettante del suo tempo. Eppure, durante il suo leggendario viaggio in Italia, Goethe non manca di fare qualcosa che gli artisti in tour di apprendimento e gli specialisti d’arte non avevano ancora intrapreso: decide di fare tappa nella “piccola e graziosa città” di Cento, il 17 ottobre del 1786, non certo perché era “ben costruita, industriosa, pulita, in un’immensa e fertile pianura”, ma esclusivamente perché è la Guercins Vatersatdt, il luogo natale del Guercino.

Il Guercino di Goethe viene descritto come un pittore “civile”, significativamente impegnato nella vita culturale, morale e materiale della propria comunità: anche da questo punto di vista, un modello rispetto ad artisti limitati da una concezione “mercenaria” del proprio interesse, se non addirittura un esempio per lo stesso Goethe. Per farsi voler bene dai centesi, Guercino aveva comunque lasciato in patria diversi capolavori che ne perpetuavano anche in senso strettamente artistico il ricordo esemplare, come l’Apparizione di Cristo alla Madonna (1629-30) per la Compagnia del Santissimo Nome di Dio, oggi alla Pinacoteca Civica.

Goethe si sofferma lucidamente sull’iconografia del dipinto, ancora piena di sincero rispetto per il magistero classicista di Guido Reni, e sulla centralità del Cristo, intuendo che, con la mano sinistra e la leggera inclinazione del corpo verso quello rannicchiato della Madonna, determina l’innesto di un moto allo stesso modo dinamico e sentimentale.

Infine saltando il resto dell’Ottocento (quello degli specialisti, ma anche quello di scrittori e poeti come Byron), il campo della letteratura critica del Novecento è tutto occupato da Denis Mahon. In qualche modo egli risale all’interpretazione goethiana del Guercino, alla sua lettura profeticamente “storicistica”. Dobbiamo a Mahon, con la riconoscenza per la resurrezione di un grande artista, la lucida intelligenza di aver liberato il Guercino dall’“imbalsamazione” che lo aveva portato il trascorrere del tempo.

Mahon ha provveduto a fornirci non solo la traccia e la ricostruzione di un catalogo affidabile delle opere dell’artista, per i dipinti come per i disegni, ma anche la più attendibile interpretazione della sua poetica, grazie a studi che dagli anni Trenta del secolo scorso sono proseguiti – e proseguono – fino ai nostri giorni, di cui la mostra di Piacenza ne è un fulgido esempio e a Mahon è dedicata.

 

Maria Paola Forlani


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