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Giuseppe Galimberti. Disegni per raccontare il pensiero di un'epoca 
13. Padiglioni sul fiume
19 Marzo 2017
 

13. È uno schizzo di un padiglione di legno con cimasa in ferro battuto. Era una presenza da porre ad ogni sbocco di valle sul sentiero Valtellina da me pensato come recupero dei vecchi percorsi lungo il fiume, erano percorsi più volte usati quando il cavallo era per me elemento significativo nel progetto territoriale, avevo scoperto le sue potenzialità nell'aiutare l'uomo, la mia idea di moderno non ha mai escluso lo studio del positivo del passato a volte più eccitante della modernità non capita.

L'anima di un progetto territoriale era per me racchiusa nel fiume e nei suoi affluenti che scendevano dalle cime fino al piano interpretando l'unità necessaria per inventare il nuovo sulle basi solide del positivo di quello che è stato. Ogni padiglione avrebbero avuto al suo interno la sintesi di ciò che la valle laterale sapeva produrre, dal pezzotto d'Arigna al ferro battuto di Piateda, dal formaggio Bitto allo, dalla trota affumicata al temolo in burro e salvia, dalle copie perfette degli affreschi di chiese e palazzi, dalle ciotole in acero annerite dal fumo quasi l'acero fosse divenuto bucchero etrusco, dai canti popolari alle poesie di Quasimodo si dipanava lungo il fiume la storia di una valle che aveva conosciuto i Longobardi con i loro recinti per cavalli (stodegarda), che aveva conosciuto bene i Lanzichenecchi e le loro ossa deposte nell'ossario di San Salvatore, antica chiesa paleocristiana che sa raccontare agli attenti la continuità, dall'uomo selvadego della val Gerola alla pace dorata di Chiavenna, dal magnifico golf di lana di pecore allevate da pastori laureati avremmo presentato ai visitatori una civiltà raffinata da prendere ad esempio: non abbiamo creduto possibile questa realtà più moderna di quella proposta dagli architetti.

 

Giuseppe Galimberti

 

 

 

Illustrazione. È il disegno di un padiglione che avrei voluto sistemato sul sentiero Valtellina allo sbocco di ogni valle laterale, il sentiero Valtellina da me pensato altro non era che il recupero dei percorsi lungo l'Adda da me usati quando pensavo al cavallo come elemento significativo in un progetto territoriale, avevo conosciuto la sua disponibilità nell'aiutare l'uomo in un luogo difficile per la macchina, la cimasa in ferro battuto di ogni padiglione doveva interpretare lo spirito del torrente che scendeva da ogni valle, la tavola doveva essere apparecchiata col lusso della semplicità. Ogni valle era un mondo a sé stante, i suoi abitanti sapevano trarre dal poco la magnificenza del lusso, il collare di una capra realizzato in castagno era una scultura degna di Picasso, le calze di lana grezza fatte con quattro aghi a due punte erano perfezione formale, il custode di ogni padiglione l'avrei pensato uomo di grande cultura con la capacità dell'uso dell'ironia, il suo abbigliamento era fatto seguendo le indicazioni di un passato recente dove la pecora aveva un ruolo significativo nell'economia, le canzoni struggenti del sapere popolare le proponeva un aedo tecnologico, mi ricordo allievi del conservatorio di Vienna che cantavano sotto la cupola del palazzo imperiale per mostrare la sua acustica perfetta, mi ricordo il sapore della bottatrice arrostita da una donna robusta nell'osteria sulla riva dell'Adda in quel di Mantello, un salmì di cervo servito al primo piano di una bettola in quel di Triangia aveva avuto il pregio di far tornare per anni in Valtellina chi l'aveva gustato... su queste esperienze è nato il mio modo di interpretare il progetto territoriale, non mi è mai sembrato giusto metter da parte l'identità della valle.

 

 

Disegni per raccontare il pensiero di un'epoca

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